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Djokovic vince gli Australian Open per la decima volta: battuto Tsitsipas

Tennis: Australian Open, il trionfo e le lacrime di Djokovic

Le lacrime. Bisogna partire dall'inedito pianto liberatorio che Novak Djokovic ha mostrato al mondo dopo la vittoria per raccontare la portata emotiva e simbolica, dopo l’esclusione dello scorso anno, del suo successo in finale sul greco Stefanos Tsitsipas: Nole che raggiunge il suo box festante (senza papà Sridjan), prima urla in stile Hulk more solito ma poi Hulk lascia spazio al sensibilissimo dottor Bruce Banner (suo alter ego nella saga Marvel) e si lascia andare ad una crisi emotiva come mai si era visto dopo una finale Slam maschile. Si sdraia per terra Nole, piange con le mani sugli occhi, trema sotto lo sguardo attonito del suo team che tutto si attendeva tranne questo. Poi si rialza e poggia il capo sulla spalla della madre come un bimbo che deve fronteggiare le prime delusioni della sua giovane vita. La finale di Melbourne, vinta 6/3-7/6-7/6 in due ore e 56 minuti è stata agonisticamente bruttina visto il divario evidente fra i due giocatori. 

Djokovic ha semplicemente messo in campo la sua geometria spietata facendo pesare sulle spalle larghe sì ma non ancora così possenti di Tsitsipas il peso di una superiorità soprattutto mentale assoluta. Quando, nel tiebreak del secondo set, il greco avrebbe potuto rientrare nel match ha sbagliato quattro dritti, il suo colpo migliore: segno di un senso di inferiorità che, come un pugile nell’angolo, non lo ho mai abbandonato. Dovrà lavorare molto, Stefanos, per avvicinare il serbo. E dopo la crisi nervosa che resterà per sempre come una delle sequenze più memorabili della sua carriera, Djokovic ha di nuovo sorpreso tutti vestendo, meraforicamente, una mitria papale e mostrandosi come Giovanni XXIII e il suo indimenticabile discorso della luna (quello famoso della “carezza del Papa ai vostri figli”).

Con lo sguardo segnato dall’emozione si è rivolto con termini distanti dal combattente che aveva appena finito di essere in campo e ha detto: “Io e Stefanos veniamo da due piccoli paesei, la Grecia e la Serbia. Paesi senza una grande tradizione tennistica. Eppure siamo arrivati così in alto. Perchè il fatto è che più sono grandi le difficoltà che devi superare più hai l’opportunità di diventare grande tu stesso. Mi rivolgo ai tantissimi bambini che giocano a tennis nel mondo: non permettete a nessuno di cancellare i vostri sogni. Coltivateli questi sogni, innaffiateli come si fa con i fiori. Vi auguro di trovare sempre la ‘persona che può condividere con voi il pensare in grande”. 

Poi si è rivolto al suo team: “Solo voi e la mia famiglia sapete cosa ho passato nelle ultime cinque settimane. So che cosa vi faccio passare ma deve essere chiaro che questo trofeo è mio quanto vostro”. Djokovic, con un cerotto al posto della fasciatura alla coscia sinistra che ha esibito in tutto il torneo sapeva che avrebbe potuto conquistare il ventidueseimo titolo Slam raggiungendo Nadal: e lo sapeva il suo sponsor che (contro ogni scaramanzia) aveva preparato la tuta impreziosita dal numero 22 che il serbo ha indossato durante la premiazione.

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