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Lionel Andrés Messi Cuccittini compie 39 anni: vita e miracoli del più forte di sempre

Dal Grandoli al Barcellona, dall’Inter Miami alla Selección: Messi festeggia 39 anni dopo il record di 18 gol ai Mondiali

Lionel Andrés Messi Cuccittini compie 39 anni: vita e miracoli del più forte di sempre
Leo Messi (Foto Ipa)

Lionel Messi compie 39 anni il 24 giugno 2026, con Rosario ancora addosso e il mondo del calcio ai suoi piedi. Questo racconto parte dal bambino del Grandoli, dalla nonna Celia e dal viaggio a Barcellona, e arriva fino agli 8 Palloni d’Oro, al Mondiale con l’Argentina e al record di gol nella storia della Coppa del Mondo.

Dal Grandoli ai record: la vita di Lio passa da Rosario e dal piede sinistro

24 giugno 1987, Rosario, Argentina. L’inverno appena cominciato. Fuori dalla sala parto c’è Jorge Horacio Messi. Dentro c’è Celia María Cuccittini. La famiglia aspetta il terzo figlio, dopo Rodrigo e Matías. Qualche anno dopo arriverà anche María Sol.
Quel bambino si chiamerà Lionel Andrés Messi Cuccittini. Per tutti, molto presto, Lio. Il nome, raccontano in famiglia, nasce anche da una passione musicale. Celia amava Lionel Richie, e amava la sua “Hello”.

Rosario non è solo una città. È un codice emotivo. È la radice senza la quale il seme non può diventare quercia: È il Newell’s Old Boys, è il potrero, è il calcio giocato tra strada, periferia, fiume Paraná, campetti, quartieri e appartenenza. È una città dove il pallone arriva prima delle parole. Rosarini come lui sono Che Guevara e una parte enorme della mitologia argentina del calcio: El Flaco Menotti, El Loco Bielsa, Batistuta, Mascherano, El Pocho Lavezzi, Maxi Rodríguez, El Fideo Di María, Icardi. Messi, quando parla come quelli di casa sua, dice “fulbo”. “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti” scriveva Cesare Pavese.

Oggi quel bambino compie 39 anni e nel calcio ha vinto praticamente tutto. 47 titoli tra club e la Selección Argentina. Con i club sono 41: 35 con il Barcellona, 3 con il Paris Saint-Germain e 3 con l’Inter Miami. Con l’Argentina sono 6, mettendo insieme la nazionale maggiore, l’Under 20 e l’Olimpica. 4 Champions League, 10 Liga, 7 Coppe del Re, 3 Mondiali per club, 3 Supercoppe europee e 8 Supercoppe di Spagna con il Barcellona. A Parigi ha vinto 2 Ligue 1 e un Trophée des Champions. A Miami ha aggiunto Leagues Cup, Supporters’ Shield e MLS Cup. Con l’Argentina ha alzato il Mondiale del 2022, due Copa América, la Finalissima contro l’Italia, il Mondiale Under 20 del 2005 e l’oro olimpico di Pechino 2008.

Poi ci sono i record. Oltre 1.150 partite ufficiali in carriera, più di 910 gol, oltre 400 assist. Nessuno ha vinto più Palloni d’Oro di lui: otto. Nessuno ha vinto più Scarpe d’Oro europee: sei. È il miglior marcatore della storia del Barcellona, il giocatore con più gol per lo stesso club, il miglior marcatore dell’Argentina, il calciatore con più presenze nella Selección. Nel 2012 segnò 91 gol in un anno solare, cifra che sembra inventata anche rileggendola. In questi mondiali ha superato anche Miroslav Klose ed è diventato il miglior marcatore di sempre nella storia dei Mondiali, arrivando a 18 reti (conto in aggiornamento?). Tutto sembra immenso. Eppure la sensazione resta la stessa. Certe notti sembrava che il calcio fosse stato inventato soltanto per farlo passare dal suo piede sinistro.

È chiaro che ormai i paragoni siano inutili. Maradona resta il mito ribelle, Pelé il re dei tre Mondiali, Cristiano Ronaldo la macchina perfetta. Messi, però, è un’altra cosa. È il miglior giocatore della storia del calcio.

Eppure tutto comincia molto prima dei trofei e dei record. Comincia da nonna Celia. Nel 1992 Celia porta il piccolo Lionel al Grandoli per vedere giocare il fratello Matías. Manca un bambino per una partita a sette tra piccoli più grandi di lui. L’allenatore Salvador Aparicio non è convinto: Leo è troppo minuto, sembra quasi fuori posto. Ma Celia insiste: “Fate giocare il piccolo!”, urlava. Una semplice richiesta ha cambiato la storia del calcio per sempre. Aparicio la ascolta, cosa gli sarebbe costato mettere il ragazzini minuto, aveva già un uomo in meno. Lo mettono dentro. E quel bambino comincia a incantare. Da quel giorno, Lio non si fermerà più

Ogni volta che Messi segna e alza le braccia verso il cielo. È il saluto a Celia, la nonna che lo accompagnava al campo, che ha sempre creduto in lui.

Poi arriva il Newell’s. Messi entra nella generazione del 1987, la famosa Máquina del 87, una squadra di bambini che a Rosario comincia a sembrare imbattibile. Ernesto Vecchio accompagna quel gruppo, lo vede crescere, lo vede vincere, lo vede diventare leggenda. Ma Leo è piccolo. Troppo piccolo rispetto agli altri. Ha un deficit dell’ormone della crescita. Deve fare una terapia, iniezioni quotidiane, ma i costi sono alti per la famiglia. Sembra la fine di un predestinato. Il talento non basta se il corpo non riesce a seguirlo. La famiglia prova a reggere il peso delle cure, il Newell’s non può garantire tutto, altri club guardano ma non affondano.

Qui entra in gioco un’altra figura fondamentale: papà Jorge. Accompagna Leo in Catalogna, tratta con il Barcellona, segue da vicino le cure e resta con lui quando la famiglia si spezza per necessità. Celia María e gli altri figli tornano in Argentina. Leo rimane a Barcellona con Jorge. Ha tredici anni. È un bambino con un talento enorme e una nostalgia ancora più grande. In questi giorni il pensiero va anche a lui, papà Jorge, che sta affrontando un problema di salute, la famiglia ha chiesto riservatezza e ha fatto sapere che è sotto controllo medico e sta recuperando. Dopo il primo gol contro l’Algeria, Leo si è coperto il volto con la maglia e ha pianto.

Messi parte per l’Europa ma la sua identità resta inchiodata a Rosario. È argentino, rosarino, leproso, cioè del Newell’s. Anche quando cresce nel Barcellona, anche quando parla poco, anche quando il mondo lo chiama genio.

I primi anni catalani non sono semplici. Frequenta la León XIII, sta con altri ragazzi lontani da casa, passa i pomeriggi tra campo e attese. Gli manca tutto. Gli manca la madre. Gli mancano i fratelli. Gli manca Rosario. Gli manca l’asado, gli manca la lingua emotiva di casa.

In quei mesi entra in gioca anche la storia del tovagliolo, il pezzo di carta più famoso del calcio moderno. Dicembre 2000, Club Tennis Pompeia di Barcellona. La trattativa per portare Messi al Barcellona rischia di impantanarsi, il padre e gli intermediari vogliono garanzie. Carles Rexach, dirigente del Barça, prende un tovagliolo e mette per iscritto l’impegno del club a tesserare quel ragazzino argentino. Una promessa scritta in fretta. Quasi per paura che la storia potesse scappare.

Messi cresce. In 29 mesi recupera 29 centimetri. Il bambino troppo piccolo comincia a diventare il ragazzo che nessuno riesce più a prendere. A scuola non è brillante, non ama studiare, fatica a esprimersi. È timido, riservato, a tratti chiuso. Da bambino aveva una sola grande amica, Cintia, che lo aiutava, gli stava vicino, lo accompagnava dentro un mondo che per lui non era sempre semplice. E poi c’è la figura Antonela Roccuzzo, conosciuta da piccolo, quando entrambi erano bambini a Rosario. Un amore rimasto tale per anni, quasi sottotraccia, prima di diventare la famiglia che oggi conosciamo: Thiago, Mateo e Ciro, i tre figli visti correre sul prato in Qatar dopo la vittoria mondiale.

Quando Messi arriva nello spogliatoio dei grandi del Barcellona, è quasi invisibile. Parla poco, guarda molto. Ronaldinho lo prende sotto la sua ala. Lo protegge, lo presenta, lo aiuta a entrare in un mondo troppo grande che rischia di schiacciarlo. Dinho, già idolo del Camp Nou, capisce prima di tanti che quel ragazzo silenzioso non è un ragazzo qualunque.

Il debutto ufficiale arriva il 16 ottobre 2004, nel derby contro l’Espanyol a Montjuïc. Frank Rijkaard lo manda in campo negli ultimi minuti al posto di Deco. Messi ha 17 anni. Poco dopo, il primo gol in Liga arriva contro l’Albacete, su assist di chi? La storia è un destino beffardo: proprio di Ronaldinho. Il passaggio del testimone, il fratello maggiore brasiliano, il bambino di Rosario che entra nella storia del Barça in punta di piedi, senza fare rumore.

Poi arriva Guardiola e Messi diventa il centro del mondo.

Pep gli costruisce intorno un alfabeto, una lingua. Il momento simbolico è quando lo schiera come falso nueve. Prima del Clásico del 2009 contro il Real Madrid, Guardiola prepara l’idea: Eto’o e Henry larghi, Leo dentro e fuori dalla zona centrale, libero di attirare i difensori, svuotare l’area, aprire spazi, ricevere tra le linee. Da lì nasce una delle versioni più devastanti del calcio moderno. Nel 2009 il Barcellona vince tutto: Liga, Champions League, Copa del Rey, Supercoppa spagnola, Supercoppa europea e Mondiale per club. Messi diventa il simbolo tecnico e poetico di quella squadra. Messi corre meno di altri, ma guarda più di tutti. Sembra fuori dall’azione e invece sta leggendo. Cerca il punto debole, il difensore posizionato male, il metro lasciato libero, l’angolo che ancora non esiste. Poi parte. Cinque, dieci, quindici metri. La misura che gli serve per cambiare una partita.

Per anni il Barcellona e Messi sembrano la stessa cosa. Poi arriva l’addio.

Nel 2021 il club comunica che il rinnovo non può essere formalizzato per ostacoli economici e strutturali legati alle regole della Liga. Messi si presenta in conferenza e piange. Non sembra un trasferimento. Sembra uno strappo familiare. Il bambino arrivato a tredici anni se ne va da uomo, padre, leggenda, ma con la faccia di chi non aveva davvero preparato quell’addio.

Dopo l’addio al Barcellona arriva Parigi. Messi firma con il PSG nell’estate 2021, ritrova Neymar, gioca con Mbappé, vince altri titoli. Ma quella maglia non diventa mai davvero casa. Sembra più una parentesi dopo lo strappo con il Barça, un posto in cui continuare a giocare mentre il resto della sua storia prende un’altra direzione.

Nel 2023 sceglie Miami, un calcio più lontano dalla pressione europea. Anche lì vince.

E in mezzo la storia più difficile: l’Argentina. Per anni gli hanno rinfacciato di essere più catalano che argentino, di non sentire abbastanza la maglia. In realtà era il contrario: con l’Argentina Lio sentiva tutto troppo. Le finali perse, il ritiro annunciato nel 2016, il ritorno, la delusione della finale della coppa del mondo persa nel 2018. Poi Scaloni gli costruisce intorno una squadra vera, capace di accompagnarlo senza aspettare solo il suo miracolo.

Nel 2021 arriva la Copa América, nel 2022 vince lo storico Mondiale in Qatar. Da quel momento Messi non deve più inseguire Maradona, né rispondere a chi lo giudicava incompleto. È campione del mondo con l’Argentina. Dopo la finale gli chiedono se sia il momento di smettere. Lui dice di no: vuole giocare ancora qualche partita da campione del mondo. E a 39 anni è ancora qui, con il passo lento di chi sembra aspettare soltanto il momento giusto per cambiare tutto.

Messi cammina. Guarda. Sembra quasi fuori dal gioco. Poi trova un varco che gli altri non avevano visto.

E in quello spazio sottilissimo c’è tutto: l’inverno di Rosario, nonna Celia al campo del Grandoli, papà Jorge sull’aereo per Barcellona, il tovagliolo di Rexach, Ronaldinho che gli apre lo spogliatoio, Guardiola che gli cambia posizione, le lacrime dell’addio al Barça, Parigi, Miami, il Qatar, la maglia argentina, le braccia al cielo.

I paragoni, ormai, non hanno più senso. Buon compleanno al più forte giocatore della storia del calcio: Lionel Andrés Messi Cuccittini.

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