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Attualità
Clima, tutta la verità sull'accordo di Parigi. Foto in esclusiva


di Paola Serristori

Il presidente francese François Hollande aveva chiesto in apertura della Conferenza delle Parti dell'Onu sul cambiamento climatico (COP21) a Parigi di raggiungere “un accordo ambizioso, vincolante, universale”. Una grande sfida che ha portato ad un accordo storico: l'impegno di 195 Paesi a ridurre le emissioni inquinanti, che causano il buco dell'ozono ed il surriscaldamento della Terra, in modo da contenere l'aumento della temperatura “ben al di sotto di 2 °C”, e scendere sino a 1,5 °C, a cominciare dal 2020 ed entro il 2100. Le conseguenze saranno immediate per l'economia, poiché ogni Stato deve riorganizzare il sistema di produzione dell'energia. Esperti del clima, ma anche politici, in queste ore annotano che allo stato attuale degli impegni di riduzione presentati dai Paesi prima dell'apertura di COP21 si attendono 55 miliardi di tonnellate di biossido di carbonio (CO2) nel 2030 e che alcuni punti dell'accordo devono essere meglio “disegnati” poiché non più di 40 miliardi è la proiezione scientifica per restare entro i due gradi di aumento della temperatura (nel 2015 la temperatura è già in aumento di 0,8 °C).

Allora, che cosa è cambiato? Tutti gli attori, comprese le organizzazioni non governative, riconoscono che l'accordo della COP21 a Parigi è una presa di coscienza della necessità di abbandonare i combustibili fossili - per primo il carbone, ma a ruota petrolio e gas - e grazie alla diplomazia francese ed alle Nazioni Unite si potrà percorrere questa strada. La salvezza del Pianeta non è più un tema degli ecologisti ed attira nuova attenzione sull'evoluzione dei fenomeni della natura. Ad alcune latitudini - centro dell'Africa, Australia ed Islanda, nelle isole del Pacifico, ma anche Stati Uniti, Indonesia e Filippine - “danni e perdite” sono più evidenti, ma ovunque sono già reali. In Italia il tempo di vendemmia è accelerato di tre settimane, d'inverno in montagna non c'è neve. Secondo l'accordo di Parigi, nel 2018 un gruppo di esperti indipendenti (dovrebbe trattarsi del GIEC dell'Onu) dovrà determinare quale livello di emissioni sarà compatibile con l'obiettivo di 1,5 °C.

E' stata un'operazione diplomatica complessa, a cominciare dalla riunione dei Capi di Stato e di governo delle 195 parti dell'Onu, lunedì 30 novembre, come mai era successo prima, ed in un momento di grande difficoltà, dopo l'attacco terroristico nella capitale francese. Una foto storica di buon auspicio dell'interesse a tutti i livelli della società: su Twitter sono stati scambiati 20,316 messaggi sul cambiamento climatico. Il più attivo è stato il primo indiano Narendra Modi. Chi l'avrebbe detto solo qualche anno? L'India era emerso come Paese ad economia in via di sviluppo, ma dipendente dal carbone. A COP21 ha presentato la coalizione per lo sviluppo di energia solare, di cui punta a diventare leader in Asia. Alcuni Paesi, come Arabia Saudita e Sudafrica, hanno molti interessi nel mercato del combustile fossile ed avrebbero potuto bloccare l'accordo, che per essere valido deve essere recepito da tutte le Parti della Conferenza COP, nessuna esclusa. Però il prezzo del petrolio è in continua discesa ed anche le nazioni più ostili alle energie rinnovabili sono costrette a ripensare ad un altro mercato. Gulf Cooperation Council, l'organizzazione di cooperazione dei Paesi arabi, sta testando tecnologie che consentono di ripulire le emissioni delle auto all'interno del motore, con un sistema di stoccaggio delle scorie.

Nella Storia entrano i nomi del presidente di COP21 Laurent Fabius, il presidente francese François Hollande, il segretario esecutivo della Convenzione dell'Onu sul clima Christiana Figueres, il segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon. Per la riuscita di questa ventiduesima edizione di COP si sono spesi personalmente gli artisti Leonardo Di Caprio, Sean Penn, Robert Redford, Arnold Schwarzenegger, sino all'Emmy Award giamaicano Sean Paul (con Paul McCartney e Jon Bon Jovi nel progetto musicale “Love Song to the Earth”). Gli uomini d'affari Al Gore, Michael Bloomberg, Jack Ma, Bill Gates, Richard Branson, che è intervenuto accanto a Kumi Nadoo, Direttore internazionale di Greenpeace. Un movimento globale, insomma, che ha potenziato la pressione sui leader politici affinché siglassero l'intesa. La mattina del 12 dicembre 2015 - “una data che entra nella Storia”, come ha sottolineato Hollande - era cominciata senza che si fosse raggiunto il compromesso.

I capitoli fondamentali d'azione sono “Attenuazione” (come ridurre sufficientemente in fretta le emissioni) , “Trasparenza” (sistema di contabilità mondiale dell'azione climatica, di modo che gli impegni presi siano rispettati), “Adattamento” (rinforzare la capacità dei Paesi di fare fronte agli impatti climatici), “Sostegno” (finanziamenti per i Paesi in via di sviluppo affinché utilizzino energie “pulite”).

I Paesi dovranno ridurre le loro emissioni il prima possibile e fornire piani nazionali d'azione dettagliati sui loro obiettivi futuri contro il cambiamento climatico. I governi hanno deciso di lavorare alla definizione di una tabella di marcia per aumentare i finanziamenti per il clima di 100 miliardi di dollari entro il 2020, plafond di base fissato alla COP di Copenhagen nel 2009, a carico dei Paesi industrializzati (non è ancora chiaramente ripartito tra gli Stati l'importo che ognuno deve versare). E la fissazione di un nuovo obiettivo per l'erogazione di finanziamenti nel 2025. E' concordata la revisione di impegni ed emissioni ogni cinque anni, a partire dal 2023, e sempre in modo più restrittivo sino a raggiungere la “neutralità” di emissioni di carbone nel 2050. Gli scienziati dicono che è troppo tardi e chiedono di anticipare il calendario. Molti aspetti saranno perfezionati durante la prossima COP, nel 2016 a Marrakech.

L'importante è avere posto “la base” del cambiamento. Per il segretario generale dell'Onu Ban Ki-Moon “siamo entrati in una nuova era di cooperazione globale per uno dei problemi più complessi mai affrontati dall'umanità”. Resta fuori dal testo dell'accordo il prezzo del carbone. I rappresentanti di molti Paesi, tra cui quelli più colpiti dai disastri ambientali, volevano fosse stabilito un prezzo globale (o una tassa) alto che scoraggi l'acquisto. Lo stesso presidente Hollande ha dichiarato: “Questo accordo, il vostro accordo, è un inizio e la Francia metterà tutto in opera non solo per applicarlo ma io mi impegno a nome della Francia a rivederlo al più tardi nel 2020 le emissioni ed il nostro impegno ai finanziamenti. Mi impegno, se altri Paesi si vogliono aggiungere, per una coalizione del prezzo del carbone. I Paesi che vogliono andare più veloci possono rivedere i loro impegni prima del 2020. Sono stati proclamati i diritti dell'uomo, grazie a voi sono stati proclamati i diritti dell'umanità”. Ségolène Royal, ministro dell'Ambiente della Francia, ha precisato che il prezzo del carbone non è nell'accordo anche perché “del prezzo del carbone si è cominciato a parlare all'inizio dell'anno, ma spingeremo da subito affinché cresca la volontà comune per arrivare a questo obiettivo”.

Per capire a fondo il lungo travaglio dello storico accordo di Parigi, Christiana Figueres rivisita i tanti ricordi degli ultimi nove anni: “Ho parlato ripetutamente con quasi tutti i leader mondiali. Ho visitato le linee del fronte del clima, dall'Artico all'Antartide e in Amazzonia, dal Sahel al lago di Aral. Sono stata nelle Isole del Pacifico che stanno affondando sotto le onde. Più di tutto, ho ascoltato persone, i giovani, i poveri ed i vulnerabili, tra cui le popolazioni indigene, da ogni angolo del globo. Essi hanno chiesto che i leader mondiali agiscano per salvaguardare il loro benessere e quello delle generazioni a venire. Qui a Parigi, abbiamo ascoltato la loro voce, come era nostro dovere. E' un accordo di solidarietà ed a lungo termine, con impegni in fasi temporali di legge, un nuovo capitolo di speranza per il mondo. In questi mesi ho pensato 'noi possiamo, noi dobbiamo, noi vorremo' ed oggi noi l'abbiamo fatto”. Ne riferisce Hollande: “Quando chiedevo 'Dov'è Fabius?, mi rispondevano 'E' sull'aereo per visitare i Paesi del mondo per arrivare all'accordo'. Non ha rinunciato in alcun momento all'ambizione”.

L'accordo piace alle organizzazioni della società civile ed agli investitori. Tim Flannery, a nome di Climate Council, spiega: "Tutti i Paesi del mondo hanno deciso di agire insieme per affrontare la minaccia che rappresenta per l'umanità il cambiamento climatico. Questo accordo segna la fine dell'era dei combustibili fossili. Tutti i Paesi, grandi e piccoli, ricchi e poveri, hanno riconosciuto che devono agire, e quasi tutti sono già avviati a farlo. Si tratta di un segnale importante per le aziende di tutto il mondo e ci saranno grandi opportunità per l'innovazione.”

Wendel Trio, Direttore di Climate Action Network Europe (CAN Europa, oltre 120 organizzazioni in oltre 25 Paesi), conferma: “Il duro lavoro deve continuare dopo il vertice. L'Unione Europea deve ora fare vivere l'accordo di Parigi e ricalibrare gli obiettivi climatici per il 2030 nel corso del prossimo Consiglio europeo di marzo. Ha anche bisogno di ridurre le emissioni molto più drasticamente a partire da ora. In particolare, ci aspettiamo che il Consiglio europeo aumenti l'obiettivo di riduzione delle emissioni nel 2030 ben oltre il 40%, per migliorare le energie rinnovabili e gli obiettivi di efficienza energetica ed eliminare i sussidi ai combustibili fossili”.

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