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Lampi del pensiero
Coronavirus, Fondazione Rockefeller: dalla previsione all’azione
(fonte Lapresse)

A prevedere il flagello di un’epidemia mondiale non erano stati soltanto Attali (2009) e il “filantropo” Bill Gates (2015). Il “Memorandum Rockefeller” è un testo di 54 pagine pubblicato dalla “Fondazione Rockefeller”. Il suo titolo reale è “Scenari per il futuro della tecnologia e dello sviluppo internazionale” (“Scenarios for the Future of Technology and International Development”). Fu pubblicato nel 2010 sul sito internet della Fondazione. Tratteggia uno scenario catastrofico per il decennio racchiuso tra il 2010 e il 2020. Sbalorditiva è la cifra esorbitante dei morti previsti.

Il contagio – leggiamo sul documento – dovrebbe “infettare quasi il 20 per cento della popolazione globale, uccidendo almeno 8 milioni di persone in soli sette mesi” (infecting nearly 20 percent of the global population and killing 8 million in just seven months). Si fa riferimento a un’epidemia disastrosa, in forza della quale i popoli saranno costretti a cedere la propria sovranità a un governo più autoritario, a carattere ultraglobalista e ipercapitalistico. Tale governo controllerà millimetricamente le vite, con la scusa della sicurezza. Unica eccezione – leggiamo ancora – sarà la Cina, dacché il suo governo metterà in quarantena la sua popolazione instaurando un rigido controllo delle masse. Secondo il documento, il controllo panoptico delle vite raggiungerà l’apice nel 2025: in quella data, i cittadini saranno completamente sudditi e saranno i governanti a decidere sovranamente per loro e per le loro esistenze. Con le precise parole del Memorandum: “by 2025, people seemed to be growing weary of so much top-down control and letting leaders and authorities make choices for them”. Il documento, s’è detto, è del 2010. Ma di questi giorni del 2020, invece, è un altro documento della Fondazione Rockefeller.

Ne parla, tra gli altri, dalle colonne de “Il Manifesto” il giornalista Manlio Dinucci, in un articolo del 19.5.2020 intitolato “Piano Usa: controllo militarizzato della popolazione”. La Fondazione Rockefeller – spiega Dinucci – ha presentato il 21.4.2020 un documento dal titolo National Covid-19 Testing Action Plan – Pragmatic steps to reopen our workplaces and our communities (National Covid-19 Piano d’azione per i test – Passi pragmatici per riaprire i nostri luoghi di lavoro e le nostre comunità). E ha indicato i “passi pragmatici per riaprire i nostri luoghi di lavoro e le nostre comunità”. Le misure – si badi – non sono soltanto sanitarie stricto sensu. Ancora una volta, medicina e politica si intrecciano senza soluzione di continuità, dando vita a una sorta di “politica sanitaria” che, ancora una volta, usa l’emergenza pandemica come via verso l’autoritarismo. Il Piano, che vede la partecipazione attiva di alcune note università (Harvard, Yale, Johns Hopkins e altre), “prefigura – scrive Dinucci – un vero e proprio modello sociale gerarchizzato e militarizzato”.

Al vertice, vi sarebbe il “Consiglio di controllo della pandemia, analogo al Consiglio di produzione di guerra che gli Stati uniti crearono nella Seconda guerra mondiale”. Con le parole del documento: “we therefore propose the creation of a Pandemic Testing Board (PTB), akin to the War Production Board that the United States created in World War II”. Il PTB risulterebbe formato – spiega Dinucci – da “leader del mondo degli affari, del governo e del mondo accademico”.

Questo Consiglio supremo deterrebbe il potere di decidere produzioni e servizi: e avrebbe, di fatto, un’autorità – scrive Dinucci – “analoga a quella conferita al presidente degli Stati uniti in tempo di guerra dalla Legge per la produzione della Difesa”. L’emergenza Covid-19 determina, dunque, l’instaurarsi di un regime marziale, con tutto ciò che ovviamente ne consegue in termini di sospensione dei diritti e delle libertà. Seguendo il Piano, bisognerebbe sottoporre al test Covid-19, settimanalmente, 3 milioni di cittadini statunitensi. Il numero, poi, dovrebbe deve essere portato a 30 milioni alla settimana entro sei mesi: “l’obiettivo, da realizzare entro un anno, è – spiega Dinucci – quello di raggiungere la capacità di sottoporre a test Covid-19 30 milioni di persone al giorno”. Ovviamente, nel condurre le “operazioni militari” contro il nemico invisibile la stessa Fondazione Rockefeller svolgerebbe un ruolo di prim’ordine, contribuendo a porre in essere una rete per la fornitura di garanzie di credito e la stipula dei contratti con le grandi società produttrici di farmaci e attrezzature mediche. Il Piano, dunque, tratta, a tutti gli effetti, la pandemia come una situazione di guerra, addirittura autorizzando, mediante il “Consiglio di controllo della pandemia”, l’istituzione – spiega Dinucci – di un “Corpo di risposta alla pandemia”. Si tratterebbe di una forza speciale di tipo militare, ed è per questo che – alla stregua di quello dei Marines – è appellata “Corpo”: vanterebbe un personale attivo di 100-300 mila componenti. Il “Corpo di risposta alla pandemia” avrebbe principalmente l’ufficio di controllare la popolazione con tecniche di tipo militare, per il tramite di sistemi digitali di tracciamento e identificazione, nei luoghi di lavoro e di studio, nei quartieri residenziali, nei locali pubblici e negli spostamenti. Sul fondamento dei dati forniti dal “Consiglio di controllo della pandemia”, verrebbe stabilito volta per volta quali aree sarebbero sottoposte al lockdown e per quanto tempo. Insomma, sembra che la profezia del Memorandum del 2010 si sia realizzata e che ora sia giunto il momento di passare dai vaticini all’azione: la Fondazione Rockefeller aspira ad attuare anzitutto negli Stati Uniti il suo progetto ma non è difficile immaginare, alla luce del Memorandum, come i veri obiettivi siano di ordine globale.

Come rileva Dinucci, se questo “piano” dovesse, in un modo o nell’altro, attuarsi, allora si determinerebbe un’ulteriore concentrazione del potere tecnico, economico e politico presso l’élite capitalistica dominante: diverrebbe ancora più accentuata l’asimmetria tra i dominanti e i dominati, dacché questi ultimi sarebbero ora ridotti al rango di un gregge controllato, terrorizzato e privato dei più elementari diritti.

Diego Fusaro (Torino 1983) insegna storia della filosofia presso lo IASSP di Milano (Istituto Alti Studi Strategici e Politici) ed è fondatore dell'associazione Interesse Nazionale (www.interessenazionale.net). Tra i suoi libri più fortunati, "Bentornato Marx!" (Bompiani 2009), "Il futuro è nostro" (Bompiani 2009), "Pensare altrimenti" (Einaudi 2017).

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