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Rocca sbrocca
Covid, per assistenza domiciliare si punti su sinergia tra pubblico e privato

Dopo un anno non ci sto. Ancora oggi, chi contrae il virus del Covid19 e chiama il medico di base, quando lo trova disponibile, si sente rispondere di attendere con vigilante attesa e prendere la tachipirina,  perché queste sono ancora le indicazioni dell’Istituto superiore di Sanità. Fatto, di per sé, grave per l’inadeguatezza delle risposte agli italiani, aggravato anche dalla mancata sinergia sanitaria tra pubblico e privato, che avrebbe portato una maggiore prontezza soprattutto per quel che riguarda le cure domiciliari dei cittadini che hanno contratto il virus.  

Dopo il primo lockdown ci si aspettava un rafforzamento organico della rete sanitaria nazionale e, di pari passo, un’assistenza più presente del paziente non ospedalizzato, ma ahimè, ciò non è avvenuto. Per di più, c’è da dire, che con le notizie che riportano le azioni di intervento dei medici in prima linea, le persone dopo un anno hanno imparato, dai media e dalle testimonianze dirette, che ci sono delle medicine in commercio che possono aiutare ad essere tempestivi nell’arginare il decorso del virus. Oggi, le persone vogliono avere altre riposte. Risposte immediate per poter gestire in sicurezza a casa propria il virus senza l’ansia di aspettare un peggioramento dell’infezione per sapere cosa fare ma risposte per poter ricominciare a vivere delle proprie attività.

E’ chiaro che, dal punto di vista della cura, la risposta immunitaria dipende da persona a persona, ma sapere di poter contare su un kit di farmaci (resi noti da medici degli ospedali in prima linea) per un eventuale secondo step dopo la vigilante attesa,  sempre rispettando le indicazioni del medico, sarebbe quanto meno di aiuto psicologico per non creare il panico per chi si ritrova infettato magari durante il weekend dove è impossibile gestire la situazione con gli studi dei medici di base chiusi.

Il paradosso si compie, poi, nel momento in cui le persone spaventate e che non si sentono adeguatamente in sicurezza, si cercano di mettere in contatto  con chi nella loro percezione risultano più informate perché più in vista o perché magari hanno già affrontato il virus per chiedere consigli o cercare soluzioni tempestive e  sentirsi più tutelati. Insomma, per avere assistenza.

Insisto su questo argomento poiché, benché non sia di certo il mio lavoro, mi sono ritrovata più volte a passare interi weekend a rispondere a chi mi chiama o mi scrive, sia a chi mi conosce da molto tempo ma anche a conoscenti dell’ultima ora, che hanno appreso dai miei articoli che ho avuto e gestito il Covid a casa senza contagiare i miei familiari, che mi chiedono cosa fare per gestire la situazione.

 Al di là della mia esperienza personale tutte le persone con cui ho parlato, e mi riferisco a medici che hanno curato da subito in maniera tempestiva, hanno avuto i migliori risultati. Perciò, a parte i consigli organizzativi, mi sono premurata in molti casi di indirizzare queste persone a medici specializzati che si occupano di assistenza sanitaria domiciliare. Adesso, infatti, si può contare su strumenti per rx portatili che fanno la radiografia dei polmoni oltre al tampone che lo si può fare a domicilio come hanno fatto con Francesco Totti e tantissimi persone che sono state fatte curare a casa per non arrivare in ospedale.

 In virtù di questo, lancio un appello al ministro Speranza: dopo un anno di pandemia dia delle direttive diverse. Bisogna segnare il  passo con l’esperienza che abbiamo accumulato e mettere un punto a capo con nuove indicazioni più tempestive ed efficaci. Il primo punto può essere la disposizione di una task force dell’assistenza domiciliare con un piano congiunto che metta insieme il settore sanitario pubblico e quello privato a disposizione di tutti i cittadini.

Per quanto riguarda i giorni a venire, sento parlare di un patentino di immunità per tutti quelli che hanno fatto il vaccino. Ebbene, se il ritorno alla normalità passa per il vaccino, o meglio, per l’immunizzazione al virus, mi chiedo: chi ha avuto il Covid può tornare alla normalità senza aspettare di essere vaccinato per ultimo? Perché sarebbe un po’ la beffa oltre il danno.

 Numeri alla mano, da inizio pandemia il numero dei contagiati è di poco più di due milioni e ottocentomila in totale. Se a questi aggiungiamo un milione e quattrocento mila vaccinati già con doppia dose e due milioni e trecentomila vaccinati con la prima dose, fanno ad oggi, un bacino di sei milioni e mezzo di persone immunizzate che potrebbero uscire di più e avere accesso ad eventuali servizi, per ora sospesi, penso ai ristoranti, ai teatri e ai cinema fino alle palestre e piscine.

Si potrebbe così far emergere, anche chi cerca di nascondere di aver avuto il virus. Chi per un sentimento di imbarazzo o chi, in quanto asintomatico, per evitare le lungaggini delle procedure post contagio, non si fa né tampone né test sierologico o chi anche l’ha avuto ma non lo sa.

Dobbiamo imparare a convivere con questo virus che forse durerà a lungo e forse ritornerà ogni anno. Un metodo per le riaperture delle attività perciò ci sarebbe: bisogna pensare ad un protocollo preciso per riaprire le attività culturali e dello spettacolo perché sono fermi da troppo tempo. Un protocollo che permetta a tutti quelli che hanno preso il virus, ed hanno perciò sviluppato gli anticorpi, a coloro che si sono già vaccinati e a chi chi si fa il tampone antigenico, quello rapido che per intenderci in tre minuti da il risultato, di ricominciare tutte le attività, sempre tenendo mascherina e distanziamento come criterio base, un po’ come si fa ora per i set cinematografici o per i calciatori.

Insomma, un protocollo che permetta di creare una bolla di sicurezza sarebbe un modo per organizzarsi meglio e per dare un riavvio iniziale per rilanciare l’economia perché il Paese è esausto e non ne può più di trattenere il fiato ma ha bisogno di respiro. Un gran bel respiro e il ritorno alla normalità in sicurezza.

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