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Cronache
Banda ultralarga, bene vitale. Ma 3,5mln di famiglie italiane sono senza rete

La pandemia ci ha insegnato che la rete è fondamentale. E oggi, di conseguenza, lo è la banda ultralarga. Ma tre milioni e mezzo di famiglie italiane non hanno ancora una connessione internet.

L’allarme è stato lanciato da Andrea Imperiali, presidente di Auditel, nel corso della Relazione al Parlamento 2021 sull'andamento del mercato televisivo. Imperiali ha spiegato che “il 2020 sarà ricordato come l'anno in cui la popolazione italiana, segregata dal Covid-19, ha giocoforza compiuto un gigantesco balzo sul fronte della digitalizzazione. Si è dotata, infatti, di nuovi collegamenti internet e di nuovi device; ha imparato velocemente a governarli; ha avviato una fruizione più consapevole dei contenuti multimediali”. Resta però “una inquietante zona d’ombra: 3,5 milioni di famiglie italiane ancora non dispongono di una connessione alla rete; famiglie che rischiano, nel nuovo contesto, di essere totalmente emarginate dalle dinamiche sociali in atto”.

Questi numeri, quanto le parole del presidente Auditel, spiegano chiaramente la necessità di fare in fretta per dare al nostro Paese un’infrastruttura moderna e in linea con lo sviluppo tecnologico. Sotto questo punto di vista qualcosa si sta muovendo. Il 2020 è stato infatti l’anno in cui la richiesta di connessione ultra veloce è cresciuta in maniera importante. L’ultimo report di Idate dice che l’Italia è ora al terzo posto (su 28 stati) nel ranking europeo di copertura Ftth (Fiber to the home). In particolare, con 3,8 milioni di unità immobiliari cablate nel corso del 2020 in Ftth, il nostro Paese è secondo come tasso di crescita annuale dopo la Francia (+4,7 milioni) e davanti a Germania (+1,9) e Regno Unito (+1,8). A questa crescita ha contribuito per circa l’80% Open Fiber, la società nata con l’obiettivo di creare un’infrastruttura di rete a banda ultra larga Ftth in tutto il Paese.

La speranza è che nel 2021 questo trend continui, perché la pandemia di Covid-19 ha mostrato i limiti di una società che, eccetto pochi pionieri, non aveva mai considerato la qualità della connessione come un bene primario. La Dad, lo smart working e la progressiva digitalizzazione di molti servizi, pubblici e privati, hanno chiaramente fatto capire come una società al passo con i tempi non può prescindere da una rete veloce ed efficiente. Perché internet non è solo social o shopping online, piuttosto un arcipelago di servizi ormai imprescindibili per la vita di tutti i giorni. Non a caso il governo, nel Recovery plan presentato a Bruxelles, ha deciso di destinare al capitolo della digitalizzazione e dell’innovazione una cifra pari a 40,7 miliardi (di questi 3,9 miliardi per la sola banda ultralarga). L’approccio dell’esecutivo è sensato e l'accelerazione data sullo sviluppo digitale del Paese è fondamentale. I dati italiani, d’altronde, parlando chiaro. Attualmente solo il 5% del Pil italiano è riconducibile al digitale (contro l'8% della Germania e una media europea del 6,6%). Stando agli ultimi dati Eurostat, dietro di noi ci sono solo Bulgaria, Romania e Grecia. Per non parlare dell’indica Desi di alfabetizzazione digitale (l’Italia è ultima) o dell'uso delle tecnologie da parte delle amministrazioni pubbliche (siamo 19esimi su 28 nella classifica Ocse).

L’innovazione e la digitalizzazione sono dunque le fondamenta del futuro post pandemia. Ma per far sì che queste fondamenta siano solide bisogna costruire una rete di telecomunicazioni che dia a tutti le stesse possibilità. Per dirla con le parole di Gabriele Balbi, professore associato in media studies all’Università di Lugano , “in un momento storico in cui la connessione internet si può paragonare alle forniture di acqua, gas ed elettricità – in cui cioè sembra essere un bene indispensabile –, occorre fornire ai cittadini un servizio universale: allacciare con uno standard minimo di banda larga anche chi vive nei territori orograficamente più svantaggiati e isolati è diventato insomma un dovere per lo Stato. Negli ultimi anni, Open Fiber ha sicuramente puntato più di Telecom Italia su queste zone del paese meno remunerative, dove cioè si trovano un numero minore di potenziali abbonati, e per questo Telecom Italia ha attirato su di sé alcune critiche”.

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