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Cronache
L’audio sulla condanna del Cav? Una pagina dello scontro politica-magistratura

Continua la polemica sulle registrazioni del giudice Amedeo Franco relative alla condanna in Cassazione dell’ex premier Silvio Berlusconi. Caso di recente sollevato dalla trasmissione tv Quarta Repubblica, condotta da Nicola Porro. Franco, che firmò insieme a tutti gli altri giudici le motivazioni della sentenza avrebbe in seguito rivelato all’ex Cavaliere che il verdetto fu guidato.

Il giudice Antonio Esposito che presiedeva la sezione che condannò ha dichiarato che querelerà per diffamazione e chiederà l'acquisizione degli audio di Amedeo Franco, ora deceduto. All’indomani della condanna di Berlusconi il giornalista Antonio Manzo, su Il Mattino, fece uno scoop intervistando il giudice Antonio Esposito.

Noi abbiamo intervistato Manzo che oggi dirige il quotidiano La Città di Salerno e che aveva seguito tutte le battute del caso.

 

Il giudice Amedeo Franco era il relatore della sentenza della Cassazione che il 1° agosto 2013 confermò la condanna (4 anni per frode fiscale) all’ex presidente del Consiglio Berlusconi. Franco non segnalò alcun dissenso. Firmò la motivazione ma qualche tempo dopo sarebbe andato da Berlusconi a sostenere che qualcosa non andava. Che idea ti sei fatto di tutta questa vicenda?

"Quello che riguarda le dichiarazioni di Franco io l’ ho appreso, come tutti, 7 anni dopo. Non mi sento di giudicarle. Primo perché Franco non c'è più, secondo perché Franco fu relatore ma anche estensore della sentenza, terzo perché alla mia domanda se all'epoca il collegio fu unanime sulla decisione di condanna, mi fu data la sentenza il 29 agosto ed era firmata da tutti".

 

Tu facesti un’intervista al giudice Esposito che presiedeva quel collegio. Chiedesti il perché di 7 ore di camera di consiglio per decidere...

"Si e lui mi rispose 'non posso svelare quel che è segreto'".

 

L'intervista al giudice fu anticipata da una telefonata che arrivò poco dopo la sentenza? Se è così è un particolare che ti sorprese o tra voi vi era un rapporto tale che era normale una cosa del genere?

"Era normale la telefonata ma non era normale che avvenisse mezz'ora dopo la lettura della sentenza, la sentenza storica che aveva definito la condanna per Silvio Berlusconi".

 

Quale era la questione centrale della tua intervista?

“La mia domanda era sull'inesistenza del principio 'non poteva non sapere'. Lui obiettò e mi rispose riferendosi all’ex premier che 'ti veniva riferito da Tizio Caio e Sempronio’, utilizzando questi soprannomi per identificare altri imputati del processo, ‘che ti riferivano di quanto facevano e di quanto avveniva. Quindi sapevi... perché sapevi’."

 

Rilasciata l’intervista poi il giudice la smentì, accusando te e il Mattino di esservi inventati un intero passaggio. E chiese due milioni di euro di danni in una causa civile...

"Il giudice non contestava l'intervista ma una nostra domanda che era stata aggiunta in fase di editing per rendere più comprensibile l'intervista. La sua risposta esisteva però ed era quella trascritta”.

 

All’esplodere del caso Il Mattino mise immediatamente online l’audio della registrazione contestata...

"Lo facemmo per due motivi. Primo per far sapere ai nostri lettori e agli italiani che avevo registrato la telefonata e che non c'era alcuna invenzione. Secondo perché noi dovevamo riconfermare, come poi abbiamo fatto per 7 anni, l'esatta traduzione logico sintattica di tutta la telefonata"

 

Che durò una ventina di minuti, giusto?

"Sì"

 

Oggi non avreste potuto pubblicare quell'audio per la nuova normativa sulle registrazioni delle telefonate. Non vi sareste potuti difendere pubblicamente...

"Certo, la frase però c'era. Tra l'altro non registrai clandestinamente l’intervista anche perché poi  fu inviata a lui dopo la composizione".

 

Come vedi oggi il fatto che l'audio non avreste potuto pubblicarlo? Avreste potuto portarlo a processo ma non pubblicarlo. Il dubbio se era vero o meno sarebbe rimasto per tanto tempo. È una limitazione alla libertà d’informazione o no?

"Certo. È’ una limitazione del diritto di cronaca".

 

Chiedesti al giudice anche il perché di 7 ore di camera di consiglio. Il dubbio da parte vostra che vi fossero posizioni diverse dentro il collegio giudicante c’era?

"Sì, c'era non solo il sospetto ma forse c'era anche la certezza di un'anticipazione che nei giorni prima della sentenza fece Il Giornale".

 

Perché in una delle domande tu dici apertamente che ti risultava una divisione tra una linea più morbida, che era rappresentata dal giudice relatore, che era appunto Amedeo Franco, e una linea più dura interpretata proprio dal giudice Esposito. Quindi da quello che ho capito voi avevate un'indiscrezione del genere già prima?

"Sì l'avevamo, l'avevamo. Girava perché il Giornale ne fece notizia e credo che gli stessi magistrati della corte se ne accorsero. In sede di camera di consiglio era però tutto legittimo, che sia chiaro".

 

In soldoni che idea ti sei fatto di tutta questa storia?

"Innanzitutto questo è un audio che è stato fatto quando Franco era vivo ed è stato accluso agli atti del ricorso alla Corte di giustizia Europea. E quindi diciamo..."

 

Che si sapeva già dell'esistenza di questo audio. Ma se capisco bene al tempo non gli è stata data la visibilità pubblica. Ma l'audio esisteva già. E’ corretto?

"Sì"

 

Ma perché oggi diventa pubblico? 

"Su questo non ti posso rispondere. Ma non legole parole di Franco al momento politico. Valuto solo che le parole di Franco sono diventate un elemento di scontro ulteriore nel contesto del rapporto tra politica e magistratura, indipendentemente dal processo e dalla sentenza Berlusconi. In questi giorni anima molto il dibattito nel mondo politico e nel mondo giudiziario, soprattutto dopo il caso Palamara".

 

A fronte della tua esperienza, di quanto accaduto e che sta accadendo come vedi il rapporto tra magistratura e politica? È un rapporto che si è incrinato in modo irrimediabile? O è una situazione recuperabile?

"Il problema risale a oltre 20 anni fa..."

 

Stai parlando di Tangentopoli?

"Esattamente, Tangentopoli, per dare una temporizzazione a questo scontro che ha portato la magistratura dall’essere ‘ordine giudiziario’ a diventare ‘potere giudiziario’. Ordine e potere non sono la stessa cosa".

 

Tu fai la differenziazione che poneva l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga...

"Io, ho appreso in diretta le lezioni di Cossiga, data la mia esperienza anche di cronista parlamentare".

 

Se passare da ‘ordine’ a ‘potere’ cambia molto cosa comporta questo per il comune cittadino?

"Cambia tanto. Lo dico con una metafora: è l'identità smarrita della magistratura italiana che inquieta il povero cittadino". 

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