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Cronache
Omicidio Willy, ergastolo per i fratelli Bianchi: giustizia (umana) è fatta
(foto Lapresse)

I fratelli Bianchi, imputati per aver ammazzato di botte Willy Monteiro la sera del 6 settembre 2020, sono stati condannati in primo grado all’ergastolo.

Una sentenza attesa e tutto sommato scontata, viste le prove a loro carico e lo svolgimento del processo.

Se avessero potuto scegliere, forse avrebbero chiesto il rito abbreviato, che consente sconti automatici di pena fino a un terzo, e la condanna sarebbe stata, probabilmente, più lieve.

Ma, grazie a una riforma del 2019, che personalmente ho strenuamente appoggiato come Presidente dell’Osservatorio Nazionale Sostegno Vittime e assieme ad altre associazioni, questo rito non è più possibile per i reati puniti con l’ergastolo.

Ma anche questa decisione, come accade con tanto altro, ha diviso gli italiani.

Moltissimi hanno esultato auspicando condanne ancora più severe e rammaricandosi che in Italia non sia in vigore la pena capitale o il carcere a pane e acqua e frustate. Mi occupo da quindici anni di vittime di reati violenti, conosco la sofferenza di una donna violentata o di una persona che ha perso un familiare per mano violenta di un assassino. Ma non condivido l’idea di uno Stato vendicatore, che ammazza gli omicidi e mette ai lavori forzati con la palla al piede gli stupratori. Perché come un genitore che impartisce una punizione al figlio lo fa non per farlo soffrire ma per aiutarlo a crescere e capire dove ha sbagliato, lo stesso deve fare uno Stato di diritto con coloro che commettono reati. Poi, che la pena debba essere anche afflittiva (perché anche questa funzione è “rieducazione”), e che ogni detenuto idoneo dovrebbe essere obbligato a lavorare e a devolvere una parte dello stipendio per risarcire le vittime dei propri reati, sono assolutamente d’accordo, e anzi, è una proposta che con l’Osservatorio Nazionale Sostegno Vittime portiamo avanti da anni, del tutto inascoltati (per il momento).

Altri invece, pur concordando con la decisione della Corte d’Assise di Frosinone, si interrogano su come sarebbe bello un mondo in cui la detenzione carceraria fosse abolita e si lavorasse esclusivamente sulla prevenzione e sulla comprensione della gravità del proprio reato da parte del colpevole. Come se una persona che stupra una donna o un bambino o ammazza di botte un ragazzo indifeso possa essere preso da parte, e con qualche parola altamente empatica e un invito alla riflessione interiore capisse quello che ha commesso, e promettendo di non farlo più, potesse tornare liberamente a casa perché l’importante è non ripetere gli errori del passato.

Chi fa simili ragionamenti non capisce che chi commette questi reati spesso non accetta neanche la pena ricevuta perché sminuisce la gravità delle proprie azioni e le giustifica ricorrendo ai più svariati “escamotages” psicologici. Pertanto, senza una restrizione coatta temporanea della libertà si sottrarrebbe facilmente a qualsiasi tentativo di “recupero”  o maturazione della consapevolezza circa la gravità del suo reato che, invece, quella restrizione indurrebbe più facilmente a fare.

La detenzione carceraria per certi reati è una parte fondamentale della pena come sanzione e riabilitazione. Deve garantire la dignità del condannato, ma non se ne può prescindere. Checché se ne pensi. E se ne dica.

Le battaglie per cambiare le leggi sono complesse, lunghe, lastricate di difficoltà e delusioni. Ma perseverare, anche quando intorno c’è il vuoto e l’opinione pubblica è indifferente, è l’unica cosa da fare. Per arrivare al risultato. Ed essere dalla parte delle vittime. Sempre.

* Avvocato e Presidente dell’Osservatorio Nazionale Sostegno Vittime

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