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Culture
C’è un sole che si muore. La recensione

di Alessandra Peluso

La genialità è una prerogativa che appartiene a molti dei napoletani, “historia docet”, il loro genio artistico trabocca come i vulcani dei Campi Flegrei, le cui eruzioni tengono tutti col fiato sospeso. E lo stessa tensione la si prova leggendo “C’è un sole  che si muore. Racconti gialli e neri da Napoli e dintorni”, a cura di Diana Lama e Paolo Calabrò, edito da il prato.

Fondatori dell’Associazione di scrittori “Napoli-Noir”, Diana Lama e Paolo Calabrò presentano questo libro, trasmettendo la passione per i generi giallo e noir e l’amore per la città di Napoli. Un modo del tutto originale di raccontare quotidianità di un popolo che vive nell’incertezza e nell’imprevedibilità proprie di una condizione povera, dimostrando l’arte di arrangiarsi, scegliendo modi convenzionali come la vendetta, non etici come l’omicidio.

E allora, nel caldo rovente della città, si assiste a vicende che tengono il lettore in estrema tensione e attenzione, sperando di non morire per un colpo di calore o di pistola.

Sono dodici storie raccolte in “C’è un sole  che si muore”. Così, si viene a conoscenza di “Una bionda d’estate”, di Luciana Scepi, o de “L’enigma dei cinque pozzi” di Vittorio Del Tufo, o ancora “In vino veritas” di Paolo Calabrò. Tuttavia, leggendo i racconti più che pensare ad un noir o ad un giallo, pare richiamino alla memoria le tragicommedie del celeberrimo Totò. Emerge ironia, traspare la sincerità dei sentimenti, avvalorati da un linguaggio diretto e autentico. Si assiste ad un libro molto vicino alla quotidianità, ad una realtà che potrebbe appartenerci come quella riguardante la narrazione di Diego Lama, dal titolo “La casa triste”, vincitore, per l’appunto, del Premio Alberto Tedeschi-Giallo Mondadori 2015.

Si legge: «La vita sa essere strana, riflette Bruno, mentre si infila le unghie dentro la carne, accartocciando in un pugno l’immagine ormai lontana della ragazza di un tempo che ha massacrato: avrebbe potuto essere dappertutto, in un qualsiasi luogo di villeggiatura; avrebbe potuto essersi trasferita in un’altra città, avrebbe potuto essere morta» (p. 178). E ancora: «Voi non lo potete sapere - esordì - ma i pozzi sono cinque e sono tutti collegati tra loro. Oh, qui c’è solo il più piccolo, ma è il più importante, giacché qui sorge il pozzo che porta a Lilith, la Luna Nera» (p. 132).

Così, dunque, “C’è un sole  che si muore. Racconti gialli e neri da Napoli e dintorni”, a cura di Diana Lama e Paolo Calabrò, sembra essere un bel libro da leggere durante questa odierna calda estate, vigile, però, il lettore a posizionarsi lontano da vulcani, o altre fonti di calore che potrebbero danneggiare gravemente la salute. Protetto, ad ogni modo, da un buon filtro solare, qual è quello di un libro della collana “Gli antidoti”.   

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"c’è un sole che si muore" libro
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