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Culture
La solidarietà umana, una falsa promessa

 

Quando qualcuno chiede aiuto, voltarsi dall’altra parte non è la cosa più bella da fare. Dedurne però la regola che “si deve sempre aiutare chi ha bisogno” è irrealistico. Infatti il dovere cessa quando l’aiuto è troppo costoso. Se per nutrire mille persone per un paio di giorni mi si chiedesse di dare tutto ciò che posseggo, inclusa la casa in cui abito, spero qualcuno mi concederà il diritto di esitare. E a più forte ragione il dovere dell’aiuto cessa quando esso è impossibile: il mio tetto può riparare dalla pioggia una ventina di persone, non certo mille.

Se non si tiene conto delle condizioni concrete, “si deve aiutare chi è in bisogno” è un imperativo irrealistico; ma è almeno un invito a ben fare? Sì e no.

Per cominciare, chi ha buon cuore non necessita di incitamenti e chi non ha buon cuore non l’acquista certo perché qualcuno gli fa un sermoncino. Ma c’è parecchio di più. Non soltanto la retorica invadente fa breccia nelle menti dei semplici (tanto più quando chi è obbligato a dare in concreto l’aiuto è qualcun altro), ma soprattutto essa fa seriamente presa nelle menti dei possibili beneficiari, e le conseguenze possono essere gravi. Essi infatti, semplicemente perché dimostrano di essere in bisogno, possono pretendere come un diritto che si vada in loro soccorso e divenire arroganti, rendendosi così insopportabili. Chi dona vuole almeno ricevere un “grazie” e il riconoscimento che è stato generoso, non che ha fatto il proprio dovere.

Come non bastasse, la retorica corrente può avere ricadute negative sugli stessi bisognosi. Contando sull’inevitabilità dell’aiuto, essi possono infatti aggravare la loro situazione, come farebbe chi, durante un naufragio, si rifiutasse di salire sulle scialuppe di salvataggio perché sta piovendo e ne chiedesse di più confortevoli.

Questa è certo un’ipotesi teorica, ma non è teorica la situazione che abbiamo in questo stesso momento alla frontiera siro-turca, sulla direttrice Aleppo-Kilis. Provenendo dalla zona di Aleppo, una folla sterminata di decine di migliaia di persone si è diretta a piedi verso la Turchia, per chiedere asilo. C’è chi parla di trentacinquemila persone, chi di sessanta, chi di settanta: certo è che la Turchia ha chiuso la frontiera. Non soltanto questi siriani non sono stati accolti, ma sono rimasti all’addiaccio, mentre può darsi che il termometro la notte scenda sotto zero. Di chi la colpa?

La colpa è di coloro che hanno convinto tutti che si può contare sulla solidarietà umana quali che ne siano i costi. Mentre non è affatto così. Kilis non può prendersi cura di un così gran numero di persone. Come potrebbe provvedere di tutto punto - alloggio, cibo, vestiario, assistenza - alle necessità degli abitanti di una città come Frosinone, per giunta a tempo indeterminato? E quanto costerebbe?

È comprensibile che i profughi abbiano paura di un esercito invasore, anche se è un esercito proveniente dal proprio stesso Paese. Quando è in corso una guerra civile, le vendette fratricide possono essere anche più crudeli che in una guerra normale. E tuttavia, prima di abbandonare le loro case e molti dei loro beni, sarebbe stato opportuno che si chiedessero dove andavano e che cosa potevano ragionevolmente aspettarsi. Partire fidando sul fatto che “qualcuno ci aiuterà” non è saggio. Non è vero che l’aiuto è tanto più grande e sollecito quanto più grande è la tragedia, è vero il contrario. Un singolo affamato è una bocca in più da sfamare, mille persone affamate sono un problema per l’ordine pubblico.

Non si può essere severi con i disperati che fuggono dalla guerra, ma si avrebbe voglia di punire fisicamente coloro che hanno sparso a piene mani il seme di speranze infondate. Il bisogno non dà nessun diritto. Si può avere la fortuna che qualcuno ci dia una mano, e dovremmo essergliene molto grati, ma bisognerebbe insegnare a tutti che è bene non contarci ed è molto meglio poterne fare a meno.

Una volta i profughi arrivati a Lampedusa hanno inscenato una sorta di rivolta, hanno incendiato i loro materassi e perfino l’edificio in cui erano ospitati, perché non erano contenti della qualità del cibo loro offerto. Prima ancora di essere assurdo e criminale, questo comportamento è stato l’indice di un colpevole disorientamento che non è solo dei nuovi arrivati, ma anche di coloro che li hanno fatti arrivare.

L’Europa sembra invasa da una sorta di demenza senile. Essere ragionevoli, tenere conto della realtà, prevedere i problemi che si possono provocare, appaiono come altrettanti sintomi di empietà. Meno male che i giovani contemporanei, a scuola a momenti non imparano più neppure a leggere, altrimenti perfino ad un nessuno come il sottoscritto potrebbe capitare l’onore d’essere condannato a morte, come Socrate, e per le stesse ragioni.

pardonuovo.myblog.it

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