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Culture
Le donne dell'editoria/ Teresa Cremisi (Flammarion): "Non è l'e-book a preoccuparmi, ma un'eventuale evoluzione dei costumi..."
Editoria

Affaritaliani.it l’ha intervistata nell’ambito della serie dedicata alle “donne dell’editoria” (nel box a destra altri particolari, ndr), che comincia proprio con lei e che proseguirà nelle prossime settimane con altre protagoniste.Teresa Cremisi, classe '45, nata ad Alessandria d'Egitto da padre italiano (imprenditore) e madre anglo-spagnola (artista), nel 1989 è diventata il direttore editoriale della prestigiosa casa editrice francese Gallimard, lasciando l’incarico di condirettore generale della Garzanti, dove in 22 anni aveva occupato numerosi ruoli di responsabilità. E se inizialmente c’era stata qualche resistenza da parte del mondo editoriale francese, ben presto Teresa Cremisi è diventata un (temuto) punto di riferimento, apprezzata per la sua competenza, autorevolezza e passione. Nel 2005 ha lasciato Gallimard (dove era stata chiamata da Antoine, nipote del grande Gaston Gallimard) per la guida di Flammarion, altro marchio di punta del mercato d’Oltralpe. Proprio un anno fa, tra l’altro, il gruppo Rcs ha venduto Flammarion a Gallimard per una cifra pari a 251 milioni di euro. Naturalmente Teresa Cremisi è rimasta al suo posto. 

 

Lei ha trascorso tutta la sua vita professionale nelle case editrici: pensa che esista un approccio femminile a questo mestiere?
“E’ una domanda che, come immagina, mi fanno spesso: la mia risposta è no, non penso ci sia un approccio femminile all’editoria. Come non c’è al giornalismo, alla politica o alla chirurgia!”.

In Italia, dati alla mano, l’editoria libraria è sempre più un mestiere per donne: anche in Francia le nuove assunte sono soprattutto donne?
“Sì e no. Sì perché è vero che le nuove assunte da Flammarion sono al 65% donne. No perché interi settori rimangono molto 'maschili', come da noi la direzione artistica e i suoi grafici, la direzione finanziaria e i suoi analisti”.

Da editore, è più facile confrontarsi con gli autori o con le autrici (sia che si tratti di grandi nomi, sia che si parli di giovani esordienti)?
“Posso giurare sulla Bibbia e sul Corano o su quello che vuole che autori o autrici non si sentono diversi. Che le loro esigenze sono simili, come pure le loro ambizioni. E poi non si sentono loro stessi influenzati dalla loro appartenenza a un sesso. Sono artisti, pensatori, filosofi, sociologi, romanzieri...”.

Nelle interviste lei si dimostra fiduciosa per il futuro dell’editoria: a tranquillizzarla è il fatto che “i ragazzi non hanno mai letto così tanto”. Non la preoccupa neppure la lenta ma costante ascesa dell’editoria digitale?
“Non è l’ascesa dell’editoria digitale a preoccuparmi (chi legge su carta o su schermo appartiene alla stessa famiglia) semmai mi preoccupa un’eventuale evoluzione dei costumi che  si orienti su abitudini culturali veramente diverse, in grado di provocare un’erosione della popolazione dei lettori”.

Lei non condivide certi snobismi tipici dell’ambiente letterario ed è consapevole che chi guida una grande casa editrice deve guardare con attenzione e rispetto al mercato (e al marketing). In Francia, patria della letteratura erotica, la discussa trilogia-bestseller delle “Cinquanta sfumature” è stata pubblicata in ritardo rispetto ad altri Paesi, ma ha comunque conquistato la vetta della classifica. Non era scontato che accadesse. Lei se l’aspettava?
“Ma sì che doveva accadere. Avevo fatto un’offerta anch’io per pubblicarlo sotto un marchio che deteniamo, più popolare, J’ai lu. L’agente non ha accettato l’offerta e ha preferito Lattès del gruppo Hachette”.

Il mercato editoriale francese è molto diverso rispetto a quello italiano, e in Francia, a differenza dell’Italia, il numero di lettori è decisamente più elevato. E’ una questione culturale, o è merito di un impegno politico costante, che nel corso degli anni ha favorito lo sviluppo dell’abitudine alla lettura già da piccoli?
“La Francia ha costruito la sua immagine sull'acoppiata politica-letteratura. E questo da secoli. Nell’immaginario francese, un uomo politico può essere mediocre, ma, se scrive, è legittimo. La figura dello scrittore si è costruita nel corso di lunghi secoli, all’ombra della monarchia e ha accompagnato l’ascesa della borghesia. Si tratta dunque di radici storiche e culturali fortemente intrecciate. L’impegno politico che a partire dalla presidenza Mitterrand ha accompagnato l’editoria è stato fondamentale, ma si parla soprattutto di difesa del mercato, di difesa della libreria tradizionale, di resistenza a una mondializzazione selvaggia”.

Aurélie Filippetti, ministro della Cultura e delle Comunicazioni francese, recentemente ha confermato i fondi a sostegno delle librerie indipendenti (la cifra complessiva ammonta a ben 9 milioni di euro). In Italia, invece, la politica non dimostra la stessa sensibilità nei confronti dei problemi del mondo del libro, e sia le grandi catene, sia le piccole librerie, sono in difficoltà. In che modo le librerie devono evolversi nell’era digitale? La figura del libraio resterà centrale?
“Penso che il problema sia estremamente complesso e non sta a me dare consigli ex cathedra. Le dico solo che prima di trasferire azioni e formule che hanno una validità in un paese, si deve riflettere; ci vuole cautela. Le ragioni di una politica o di un’assenza di politica riposano su un fascio di ragioni storiche”.

Due marchi rivali come Flammarion e Gallimard sono diventati un unico gruppo. E proprio nei giorni scorsi, Penguin e Random House, ex concorrenti, hanno unito le forze dando vita alla più grande casa editrice la mondo, con l’obiettivo di competere con nuovi colossi come Amazon. Pensa che anche in Italia i grandi gruppi dovranno stringere accordi?
“Ma in Italia i raggruppamenti sono già avvenuti da tempo. E Gallimard-Flammarion costituiscono insieme un gruppo medio, il terzo dopo Hachette e Editis, non un mostro tentacolare come se ne vedono nel mondo anglosassone”.

Da quando Flammarion è stata venduta a Gallimard, com’è cambiato il suo lavoro?
“Il lavoro cambia naturalmente quando cambia l’azionista: prima una buona parte della mia vita gravitava intorno a Rcs, oggi gravita intorno a Gallimard. Ma il cuore della mia attività sta sempre nello sviluppo e l’organizzazione di Flammarion".

Se arrivasse un’offerta molto importante, tornerebbe a lavorare nell’editoria italiana?
“Domanda quasi indiscreta, alla quale non so rispondere. Tornare a vivere in Italia non è certo escluso. Al limite, ma è proprio lei che mi ci fa pensare, sarebbe eventualmente più facile se l’offerta non fosse editoriale, ma mi si presentasse qualcosa di diverso in cui potrei essere utile... Il tutto è molto teorico, naturalmente. Non le sfugge che mi avvicino ai cinquant’anni di attività senza interruzione...”.

In Italia è in costante ascesa il fenomeno del self-publishing, a cui i grandi gruppi guardano, allo stesso tempo, con timore e interesse. Anche gli aspiranti autori francesi si stanno facendo conquistare dall’auto-pubblicazione? E lei, che ha passato tutta la sua vita nel mondo del “fare i libri”, cosa pensa del successo del self-publishing?
“Non so rispondere in modo intelligente a questa domanda. Auto-pubblicazione perché no, se non si trova un editore. Ma per un autore privarsi di un editore deliberatamente è anche privarsi di certe competenze, della legittimità dell’editore a fare da filtro. Non ho ovviamente nessuna obiezione a questo tipo di iniziativa: sto a vedere”.

Un’ultima curiosità: ha un libro nel cassetto?
“L’aspettavo questa domanda! Se ce l’avessi, non glielo direi...”.

Tags:
e-bookflammariongallimardself-publishingteresa cremisiteresa cremisi intervista
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