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Culture
Crisi sanitaria, economica e culturale: che ne è della filosofia "italiana"?
Nicla Vassallo

Giovedì 19 novembre si celebra il World Philosophy Day (la Giornata mondiale della filosofia), istituita dall’Unesco nel 2002.

Sul sito dell’Unesco si legge che l’edizione di quest’anno “invita il mondo intero a riflettere sul significato dell’attuale crisi pandemica, sottolineando la necessita, ora più che mai, di ricorrere alla riflessione filosofica per far fronte alle varie crisi che stiamo attraversando. La crisi sanitaria mette in discussione molteplici aspetti delle nostre società. In questo contesto, la filosofia ci aiuta a prendere la necessaria distanza per andare avanti, incentivando la riflessione critica su problemi che sono di già presenti ma che la pandemia ha spintonato al loro parossismo”. 

E la crisi economica, ma soprattutto la crisi culturale? Alla cultura sono stati chiusi i battenti. I cinema: d’accordo i film si possiamo vedere in tv. Anche la musica la possiamo ascoltare a casa. Benché non sia affatto lo stesso. Ma il teatro? Già, una tragedia – mettiamo – di Shakespeare in tv?

Quando si parla della chiusura della cultura si dimentica del tutto la chiusura dell’Università. Ciò è avvenuto in Italia, ma non in parecchi paesi europei. E in Italia non è avvenuto in tutte le università. Comunque quali atenei si stanno organizzando (sotto il profilo sanitario e non solo) per tornare alla didattica in presenza (dagli innumerevoli meriti) e abbandonare quella a distanza (dagli innumerevoli demeriti)?

I vari rettori dovrebbero decretare subito l’avvio di tutte le “operazioni” sufficienti e necessarie al fine di assicurare, al più presto, agli studenti una didattica (la vera didattica, quella in presenza) capace di garantire agli studenti il loro indispensabile sviluppo culturale, umana, sociale. Solo in tal modo non si rubano crescita e futuro ai giovani e infine all’economia, ovvero al nostro paese.

La filosofia? Dovrebbe insegnare ai giovani ad argomentare bene, a ragionare. Questo lo ho appreso davvero non certo in Italia, bensì in Inghilterra: rimango ancorata al King’s College London e a miei colleghi londinesi.

Ancor oggi riscontro di fatto quanto la filosofia consista nella domanda metafisica “che cosa c’è?” e in quella gnoseologica “che conoscenza ne abbiamo?” e, di conseguenza “che cosa è la conoscenza?”. Mi sono specializzata in metafisica e in epistemologia (filosofia della conoscenza!), al King’s. Queste due discipline costituiscono, da Platone in avanti, i presupposti di ogni altra disciplina filosofica, dall’etica alla filosofia della scienza. E di ogni riflessione filosofica, per esempio della riflessione sul “gender” di cui mi sto occupando al momento.

Metafisica e epistemologia insegnate a distanza? Non scherziamo. Si provi solo a immaginare che ne direbbe Socrate.

Già la filosofia è lo studio di noi essere cognitivi in relazione alla realtà e alla conoscenza. Stando al greco antico filosofia significa “amore per la sapienza”.

Sapienza che si ora trasmette tramite i tiranni Google Meet, Microsoft Teams, Zoom?

Magari non aspiriamo più alla sapienza, ma non possiamo non aspirare alla conoscenza, altrimenti non saremo esseri umani (Aristotele), saremo dei bruti (Dante).

Chi tra noi aspira alla conoscenza? Da chi ci governa in”giù”?

Ancora sul sito Unesco di legge che il World Philosophy Day  si propone i seguenti obiettivi: "to renew the national, subregional, regional and international commitment to philosophy; to foster philosophical analysis, research and studies on major contemporary issues, so as to respond more effectively to the challenges that are confronting humanity today; to raise public awareness of the importance of philosophy and its critical use in the choices arising for many societies from the effects of globalization or entry into modernity; to appraise the state of philosophy teaching throughout the world, with special emphasis on unequal access; to underline the importance of the universalization of philosophy teaching for future generations."

Sono questi gli obiettivi della cosiddetta filosofia italiana? Non direi. Peccato.

Per di più la filosofia deve consistere in dialoghi (Socrate), in obiezioni e risposte “trasgressive” (Cartesio), in “Beruf”, in lavoro e vocazione, in un esercizio intellettuale (non economico/politico) che mira al conseguimento della verità, al di là di ogni istanza declinata in senso individualistico, relativistico, storicistico. E la filosofia italiana? Mi avvalgo della facoltà di non rispondere.

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