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Culture

di Fabio Isman

 

Il patrimonio storico e artistico del paese è forse composto (non esiste alcuna catalogazione) da quattromilasettecentosessanta musei e monumenti(1), oltre duemila aree archeologiche, «centomila tra chiese e cappelle, quarantamila rocche e castelli, circa novecento centri storici di eccezionale importanza»(2); e poi le biblioteche, gli archivi, i giardini, i parchi storici e tanto altro ancora. Lasciamo perdere, per ora, la cementificazione, quella che Antonio Cederna chiamava la «villettizzazione», cioè il degrado del territorio e del paesaggio (già in Brandelli d’Italia(3), del 1991, Cederna stesso calcolava «per cinquantatre milioni di abitanti, oltre cento milioni di stanze; siamo tra i maggiori produttori/consumatori di cemento al mondo: due o tre volte di più che negli Stati Uniti, in Giappone, in Russia, ottocento chili per ciascuno di noi»); secondo Salvatore Settis, dal 1995 al 2010 in Italia sono state costruite quattro milioni di case, e a fine 2011, oltre cinque milioni risultano essere vuote; nello stesso periodo, sono stati edificati oltre due milioni di ettari di terreno agricolo(4). Ma questo, per oggi dimentichiamolo. Pensiamo invece a qualche città, già raccontata, descritta, osannata da miriadi di viaggiatori e scrittori. E magari, iniziamo da Venezia. Nemmeno quanto è successo alla Jolly Nero nel porto di Genova riesce a dissuaderla. Davanti a quei gioielli assoluti di bellezza e di storia che piazza San Marco e Palazzo ducale sono, seguitano a transitare navi immense, trainate o controllate, proprio come nella città della Lanterna della strage, da due rimorchiatori: uno davanti e uno dietro.

La Jolly Nero, stazza quarantamila tonnellate, è lunga duecentoquaranta metri. Prendiamone ora una a caso, tra le infinite navi che incrociano nel bacino di San Marco, da cui i crocieristi si sporgono per ammirare l’inarrivabile panorama che hanno a portata di mano, la Msc Divina: la stazza è di “sole” centotrentasettemila tonnellate, ma è lunga trecentotrentatre metri e alta sessantasei; il campanile di San Marco, appena poco di più, novantanove, e l’altezza di Palazzo ducale, “sfiorato” da queste navi, è assai inferiore. Nel 2011, ottocento ingressi in laguna di mostri alti come un edificio di quindici piani: il doppio che nel 2005. E incidenti in laguna ve ne sono stati. Per carità: non gravissimi e con imbarcazioni meno gigantesche; ma nel 1976 e nel 1980, due navi sono penetrate, con la prua, tre metri nella riva; un’altra si è incagliata, nel 2004, nel bacino di San Marco, mandando “in tilt” per un’ora i trasporti pubblici; nel 2011, si è verificata una collisione alla bocca di porto del Lido, e così via. E se (Dio non voglia mai) a Venezia capitasse qualcosa di anche soltanto vagamente simile a quanto è accaduto non diciamo all’isola del Giglio, ma sulla banchina di Genova, sia stato un guasto oppure un errore?

Meglio non pensarci. Come, a dire il vero, adesso sarebbe meglio non pensare nemmeno al campanile, detto anche «el paròn de casa». È collassato, lo sanno tutti, il 14 luglio 1902, e prontamente ricostruito «dove era, come era»: dieci anni dopo, fu anche emesso un francobollo da cinque centesimi per ricordarlo, tra i più appetiti e rari. Centodieci, anzi centoundici anni più tardi, l’assunto è stato smentito: «Dove era, come era», ma con un gabbiotto, casotto, stand, o negozio, in più. Appena terminato un lungo e faticoso restauro, “aggrappato” al campanile di San Marco proprio sul lato che meglio si vede da tutta la piazza, ecco un’orribile baracca (vetro e alluminio anodizzato): un negozio di souvenir, di cappelli in finta paglia modello rematori, gondole made in Cina che ondeggiano grazie ai raggi solari. È un “official store” (c’è scritto davvero così) degno di una stazione di servizio e zeppo di cianfrusaglie. Si presume, con il consenso della Soprintendenza: infatti, non è stato rimosso; per dargli luce, dal campanile esce un cavo volante, disordinato e appeso al muro, da una finestrella. Questo accadeva, nei giorni in cui, dalla Punta della Dogana ormai regno della collezione contemporanea di François Pinault, si decideva di rimuovere il Ragazzo con la rana dell’americano Charles Ray, per sostituirlo con un lampione ottocentesco. «Dove era, come era», giusta nemesi rispetto alla vicenda della piazza. Un attentato (quello della piazza) così evidente, che il ministro Massimo Bray ha interrotto la visita alla Biennale per visionarlo, «ne parlerò subito con il sindaco Giorgio Orsoni per vedere di risolvere il problema».

Possibile non capire che esistono luoghi ormai tanto consolidati da essere del tutto intoccabili? Ma consoliamoci: succede anche a Roma. A monte Mario, alla fine degli anni Cinquanta, il verde fu sacrificato per un grande hotel, allora Hilton. Nacque una campagna dei settimanali “Il Mondo” e “L’Espresso” (Capitale corrotta, nazione infetta era il titolo di un’inchiesta di Manlio Cancogni, rimasta giustamente famosa, sulla società Generale immobiliare). Oggi quell’albergo si chiama solo Cavalieri; ospita nella hall, ma pare ironico, il primo grande ciclo di affreschi – staccati e ormai su tela – che Giambattista Tiepolo dipinse per le dimore dell’epoca: i dipinti che erano già a palazzo Sandi a Venezia, eseguiti dal 1724 al 1725, quando l’artista non aveva ancora trent’anni. Sotheby’s li ha venduti, e Guido Angelo Terruzzi li ha comperati nel 2006. Però, parecchio di quel monte, nonostante tutto questo, si è salvato, e oggi è un parco vincolato. Ma fino a quando?

Ai suoi piedi, è nata una passerella pedonale, che unisce via Guido Reni (con il museo d’arte contemporanea MAXXI - Museo nazionale delle arti del XXI secolo e, più oltre, l’Auditorium costruito da Renzo Piano) e la piazza su cui sorge il Teatro olimpico a una sponda del Tevere dove è la famosa Accademia della scherma progettata nel 1936 da Luigi Moretti, con un’aula lunga ben quarantacinque metri e larga venticinque, che consentiva la presenza di centosessanta atleti contemporaneamente. Il luogo, dal 1981 fino a pochissimo tempo fa, è rimasto orribilmente svillaneggiato perché trasformato in “aula bunker”: ospitava i processi di terrorismo. Ai piedi della passerella pedonale, appena intestata alla memoria di Armando Trovajoli, erano previsti alcuni servizi, che forse l’avrebbero anche giustificata: non sono mai nati, e non vi transita quasi nessuno. Ma ora, il Laboratorio di architettura e design di Roma ha avuto una bella pensata. «Il ponte è vuoto perché non c’è una vera ragione per attraversarlo». Allora, per attirare gente, perché non pensare a una bella «teleferica, come le cabinovie sciistiche munita di una stazione di partenza, di due piloni e di una stazione di arrivo»? Trecentoventi metri di percorso e centosedici di dislivello; «grazie all’utilizzo dei due piloni non è necessario abbattere le alberature presenti sul percorso delle cabine»(5).

In cima, non lontano da villa Madama che porta le firme di Raffaello Sanzio (suo il progetto) e Antonio da Sangallo il Giovane (il suo aiuto, che inizia i lavori) e, dopo un rallentamento per la morte dell’artista, di Giulio Romano (l’erede che si dedica alle decorazioni con Baldassarre Peruzzi), nonché di Giovanni da Udine (gli stucchi) e Baccio Bandinelli (le sculture), si immagina anche, per un maggior comfort, «un parcheggio multipiano interrato in diretto contatto con l’accesso alla stazione». E siccome la costruzione è prevista in “project financing”, il privato che interviene dovrà pur rientrare dei capitali investiti, poiché i soli biglietti non sarebbero sufficienti. Quindi, in vetta compare «un piccolo edificio lineare a un piano che può contenere svariate funzioni, ad esempio di tipo ricreativo». Magari, un caffè-ristorante tutto vetri e con un panorama davvero mozzafiato, che rende di più; e peccato che, almeno dalle prime immagini diffuse, assomigli tanto a una baita alpina e che, come i pilastri e la cabinovia, con Roma non c’entri troppo. Forse, non basta il nuovo a tutti i costi, per riqualificare un centro storico; forse, bisogna portare un po’ più rispetto per le città come si sono formate nei secoli, e studiare le peculiarità che ciascuna di loro possiede. Il “gabbiotto” di Venezia smentisce il «dove era, come era»; le navi da crociera non sono certo le galee. E la capitale d’Italia non è (ancora) in provincia di Cervinia, né si chiama Cermis, vero?

 

(1) Ministero per i beni e le attività culturali, Minicifre della cultura 2012, Roma 2013, p. 4.

(2) V. Emiliani, Se crollano le torri, Milano 1990, p. 12.

(3) A. Cederna, Brandelli d’Italia. Come distruggere il bel paese: sventramento di centri storici, lottizzazioni di foreste, cementificazione, Roma 1991.

(4) Lo scrive in Paesaggio, Costituzione, Cemento. La battaglia per l’ambiente contro il degrado civile, Torino 2010.

(5) www.lad.roma.it/html_version/?page_id=3953

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