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Culture
“Lo Scarafaggio” di McEwan: una satira ironica e pungente sul populismo
"Lo Scarafaggio"

È arrivata da poco in libreria un’opera destinata a stupire: un autore famoso – e giustamente celebrato – come Ian McEwan si mette in gioco in prima persona con una satira pungente e cruda sugli effetti del populismo. In particolare, il tema trattato è la vicenda della Brexit, vissuta pienamente dallo stesso autore in quanto cittadino britannico ed europeo.

Al di là della profonda distanza che ormai separa quel che resta della classe intellettuale dalla politica e dal dibattito sul bene comune, nel caso di uno scrittore affermato in tutto il mondo serve coraggio, un impulso insopprimibile, quasi un atto di fede per decidere di esprimere il proprio pensiero in un campo dominato da chi grida più forte degli altri. E già per questo il signor McEwan merita tutta la nostra stima.

“Lo Scarafaggio” – edito da Einaudi – si apre brillantemente con una citazione e un omaggio a “La metamorfosi” di Franz Kafka, ribaltandone l’incipit. Per il resto, McEwan stesso ha affermato di essersi ispirato a Jonathan Swift, noto scrittore irlandese di pamphlet e romanzi satirici del diciassettesimo secolo.

La storia è semplice: una blatta riesce a prendere possesso e controllo del primo ministro inglese; è solo l’inizio di un complotto ordito da un gruppo speciale di scarafaggi per assumere la direzione del gabinetto ministeriale e portare quindi a compimento una demenziale ma devastante (per gli umani) riforma economica: l’Inversionismo, evidente allegoria della Brexit. Scopo del commando è far sì che si creino le condizioni ideali per lo sviluppo e la proliferazione della specie blattodea, che vanta non meno di trecento milioni di anni: povertà, sudiciume e squallore della specie umana.

Sebbene l’autore scriva che “qualsiasi somiglianza con blatte autentiche, vive o morte che siano, è del tutto accidentale”, è difficile non riconoscere dietro alcuni personaggi del romanzo individui ben noti della politica internazionale. Al di là della trama, brillante e ironica, McEwan intende mettere l’accento sui reali problemi della civiltà moderna: “la guerra, il riscaldamento globale, l’immobilismo gerarchico, la concentrazione della ricchezza, la superstizione profonda, le notizie infondate, la divisione, la sfiducia nella scienza e nella religione, la diffidenza verso l’estraneo e la cooperazione sociale”.

Più volte nel libro si sottolinea come l’opinione di un gran numero di individui sia manovrabile e manipolabile, anche grazie ai potentissimi algoritmi che governano i sistemi di comunicazione e informazione.

“Utilizzando il classico espediente da incantatori populisti, titolari di fondi d’investimento favorevoli alla Brexit, plutocrati, ex allievi di Eton College e proprietari di testate giornalistiche hanno presentato se stessi come nemici dell’élite. Il gioco ha funzionato, e così adesso ci ritroviamo l’élite anti-élitaria al governo”. È questo il pensiero di McEwan, il quale approfondisce il concetto sostenendo che da una parte il voto del 37% del corpo elettorale ha deciso il corso dell’avvenire per il popolo britannico (ed europeo), dall’altra la maggioranza politica ha usato il pretesto della lealtà al partito o della “volontà del popolo” a scapito dell’interesse nazionale. Insomma, la famosa logica del “perché sì!”.

Potrebbe essere stimolante aprire allora un parallelismo con l’arguto saggio “Contro la democrazia diretta”, scritto da Francesco Pallante ed edito sempre da Einaudi, in cui l’autore tratta gli stessi temi di McEwan, ma da un punto di vista totalmente diverso, con uno sguardo rivolto alle vicende italiane. Il quadro della situazione politico-sociale dell’Italia tracciato da Pallante non è molto dissimile da quello britannico: “Ormai privo di punti di riferimento ideali, l’elettorato oscilla paurosamente, come una folla impazzita, all’inseguimento dell’imbonitore di turno. […] Vince chi la spara più grossa. […] Nessuno più prova ad immaginare il futuro, a fissare lo sguardo all’orizzonte: con il naso schiacciato sui sondaggi, sgomitano tutti per essere i primi a ripetere quello che gli elettori, abbandonati a se stessi, credono di voler sentirsi dire. […] È essenziale che la democrazia costruisca legame sociale, pena la negazione di se stessa: che avvicini le persone riducendo le disuguaglianze, non incrementandole”.

Forse, senza voler fare una facile morale, è proprio questo il punto. Forse dovremmo, come dice McEwan, ammettere di ignorare di ignorare. Forse dovremmo davvero fermarci e provare ad immaginare il mondo in cui vorremmo vivere. Forse dovremmo in primo luogo chiederci cosa facciamo per la nostra comunità, per il bene comune (ma il discorso è valido anche per l’Europa), anziché soffermarci sempre su cosa gli altri possono fare per noi. Solo allora le blatte non avranno nessuna speranza di farcela.

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