Mi vivi dentro
E’ il 14 di cembre 2016 e siamo appena tornati dal funerale. Non so cosa possa voler dire per due bambini di dieci e otto anni vedere la loro mamma in una bara. E vero the i bambini sanno reagire a qualsiasi situazione, anche la più negativa, con risorse inimmaginabili per un adulto, ma la giornata deve essere stata terribilmente pesante per loro. Fortunatamente alla cerimonia hanno partecipato anche tutti i compagni di classe, preparati da maestre e maestri con una dedizione e una cura straordinarie. Non hanno lasciato Mattia e Angelica per un solo secondo, se li sono coccolati anche durante la messa, tenendoli dietro all’altare. Poi, terminata la funzione, nell’oratorio a fianco hanno lanciato una serie di palloncini in cielo perché potessero raggiungere Franci in Paradiso.
Ora siamo a casa.
Squilla un telefono.
Non è il mio e neppure il fisso.
Ci metto un attimo a capire.
Oddio, non ci credo, ma questo è…
Getto lo sguardo verso il mobile in sala. Appoggiato su uno scaffale c’è il cellulare di Francesca, che ho inavvertitamente lasciato acceso.
Ma chi sta chiamando su quel numero?
Mi avvicino e guardo il display.
“Casa”.
Qualcuno sta chiamando Franci da casa?!
Realizzo con un istante di ritardo.
Prendo in mano il telefonino e mi dirigo verso la nostra camera. Poco prima di entrare, schiaccio sul rosso per rifiutare la chiamata.
Trovo Angelica seduta sul letto, di spalle. E’ in silenzio, il cordless all’orecchio. Probabilmente si sta domandando perché il cellulare di mamma stesse suonando, magari spera che lei risponda, per una qualche improbabile magia.
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Non dice niente, gli occhi riversi in basso, a scrutare il parquet.
Mi siedo di fianco a lei sul lettone.
“Piccola, scusami, e colpa mia, l’ho lasciato acceso senza rendermi conto. Il numero e ancora attivo, e per questo the squilla. Ma come sai la mamma non può più rispondere>>.
Silenzio. Lo sguardo non si smuove dal pavimento.
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La frase mi spezza lo stomaco. I viaggi. Proprio il nostro amore, la nostra passione, i sogni di tutta la famiglia a ogni estate e ogni inverno frantumati così, poche ore dopo il funerale.
No, Angelica, i viaggi no, puoi piangere, disperarti, imprecare, persino insultarmi se vuoi, ma i viaggi no. Perdere l’amore per l’esplorazione significa perdere la voglia di vivere, significa gettare alle ortiche anni di educazione, di crescita, di apprendimento, di tutto.
Devo reagire e subito. Anche perché mia figlia ha pronunciato queste parole senza sollevare lo sguardo da terra, come una sentenza. Inappellabile, una sentenza della Del Rosso.
Devo tirare fuori un coniglio dal cilindro. E non domani, non tra un’ora. Ma adesso, su due piedi.
Ok, ci provo.
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Silenzio, non smuove gli occhi dal parquet.
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Niente. Non si scuote.
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Parlo da due minuti, ma Angelica non si e ancora mossa. Ha solo appoggiato il telefono sul letto, ma senza pronunciare mezza parola.
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Le Maldive. Cosa diavolo mi e venuto in mente? Un viaggio del genere, da solo con i bambini, appena morta Franci.
Eppure il desiderio c’era davvero. Me l’ha messo in testa Silvia, la chirurga plastica di Franci, che io chiamo la “Doc”. In ospedale, uno degli ultimi giorni di vita di Francesca. Mi ha preso da parte e mi ha detto che anche lei ha perso sua madre troppo presto. Perciò ci teneva a darmi un consiglio: <
Già, ma Angelica l’ha presa malissimo, mi pare di aver capito. Le ho parlato delle Maldive e non ha aperto bocca. Ha ascoltato, si, poi si e alzata ed e andata a vedere un cartone animato. Tutto in silenzio. E quella sentenza, “non viaggerò mai più, senza la mamma” pesa come un macigno sulla mia anima. Forse il motore della famiglia si e rotto definitivamente. La macchina é guasta, le ruote non rispondono più, e andremo a sbattere. E’ la fine?
I pensieri senza sosta mi fanno trovare il sonno soltanto a notte fonda, per cui quando mi sveglio i bambini sono già in piedi e stanno facendo colazione. Citofona un’amica che e venuta a controllare come stiamo. Entra in casa, non fa in tempo a salutarmi che Angelica le si fionda addosso: <
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Angelica è un fiume in piena, sogna e racconta, parla e ride, con la mente e già via, con le gambe danza sulla sabbia bianca e fine.
Possiamo ripartire da qui, subito. Possiamo iniziare a camminare. Mi torna in mente la frase che ho scritto d’istinto su Twitter poche ore dopo la morte di Franci: “Non piangete, lei non avrebbe voluto. Grazie a tutti. Ora inizia il percorso di dolore”. Tutti si sono concentrati sulla parola “dolore”, io preferisco “percorso”.
E’ tempo di partire anche se può sembrare assurdo farlo ora. Leggo lo stupore negli sguardi delle persone, chissà forse qualcuno avrà pure storto il naso vedendo che la sera del funerale sono andato a bere qualcosa con i colleghi. E’ una tradizione, noi che purtroppo a Radio24 abbiamo piando diverse perdite. L’ultima volta è successo con Fabio, per tutti “Rudy”, stroncato da un infarto nel pieno dello splendore dei suoi anni; siamo andati al Ganas, in corso Como, per alzare i bicchieri colmi di mojito. Lo abbiamo fatto anche ieri sera per la Franci, con i volti sorridenti, magari un po’ tirati, ma vogliosi di brindare alla vita. Rudy avrebbe voluto così. Franci avrebbe voluto così
E’ ora dunque di mettersi in marcia. Lo zaino idealmente è già in spalla, infarcito di dubbi e ansie, ma pieno anche di sogni, aspettative e speranze. Ci sono tre biglietti aerei per le Maldive da comprare. Partenza il giorno di Natale, con passaggio vicino al Paradiso.
Oggi è il 15 dicembre, fuori c’è un Sole limpido che a gustarselo scalda persino la pelle.
Sul molo dell’isoletta di Rannalhi, atollo a sud di Malè, tira un vento fresco. Mattia mi tiene la mano e cammina con il nasino all’insù.
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E’ sempre la più timorosa Angie, all’inizio ha bisogno di una spinta.
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Poi però e anche quella the nel tramonto maldiviano pesca per prima.
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La barca si muove, arriva anche il pescatore a dare man forte.
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Il capitano della barca guarda la bambina e fa il pollice in alto. <
Poi e la volta di Mattia.
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Fa il faccino un po’ deluso.
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Alla fine pure io riesco a prendere i miei due pesciolini.
Poi arriva la notte di Capodanno, tutti a mangiare con i piedi nella sabbia, sotto il cielo stellato. Ora percepisco per la prima volta la tristezza di una festa senza Franci. Lei, con la sua voglia di vedere il bicchiere sempre mezzo pieno, meglio se di mojito, ora non c’è. Anzi, non tornerà mai più. So già cosa avremmo fatto: avremmo riso del vestito di quella strappona indiana, avremmo commentato l’acconciatura improbabile di quelle tardone, forse inglesi. Mi avrebbe anche stuzzicato sul culo di quella francese, e io avrei glissato con un “si, niente di che” al quale lei avrebbe replicate con il classico “va’ che ti controllo, pirletta”.
La cena finisce alle dieci e mezza.
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E cosi a mezzanotte, mentre in lontananza qualcuno fa scoppiare qualche mortaretto e il gruppo sul palco intona un’improbabile melodia brasiliana, sono nel lettone con i miei figli. Loro ronfano già, io guardo in TV una partita di Premier League.
Auguri, Franci. Ovunque tu sia.


