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Culture
Padre e figlio nell'Italia in crisi. Angius conquista Locarno con Perfidia

Violento e tenero. Gelido e delicato. Basterebbero questi quattro aggettivi per descrivere Perfidia, unica pellicola italiana in concorso alla 67esima edizione del Festival del Film di Locarno. A firmare la regia (oltre alla sceneggiatura insieme a Maria Accardi e Fabio Bonfanti) è il giovane regista sassarese, Bonifacio Angius.

Il film racconta di un padre e di un figlio abbandonati a loro stessi, che si avvicinano quando ormai è troppo tardi. In un mondo senza pietà e senza speranze, ecco la storia di due mondi e due punti di vista opposti: Peppino è passionale e pasticcione, un cavaliere zoppo che non sa di essere zoppo; Angelo al contrario si sente zoppo a entrambe le gambe, anche se sono sanissime. Il padre pensa di aver capito tutto della vita, o almeno quel che serve e cerca in tutti i modi di contagiare il figlio, che al contrario, è fatalista fino all’autocommiserazione. Angelo infatti si sente sfortunato, e crede che non cambierà mai nulla, o forse, più semplicemente non crede in nulla: non sa cosa sia il futuro, non sceglie, non decide. Quando rimane solo ad occuparsi del padre, il ragazzo prova ad impegnarsi, ad essere un uomo come gli diceva sempre il padre, ma gli mancano i mezzi, quelli che suo padre non gli ha saputo dare. E sebbene sembra che maturi e diventi sempre più sicuro di sé, in realtà Angelo è ancora più sperduto di prima.

Protagonisti Stefano Deffenu (Angelo) e Mario Olivieri (Peppino), entrambi sassaresi, come quasi tutto il cast, tra cui figurano Noemi Medas, Domenico Montixi, Alessandro Gazale, Andrea Carboni.

"Tenerezza, rabbia, cinismo, fragilità, violenza a volte inconsapevole, nascosta, velata. Sono queste le parole che mi vengono in mente quando penso a Perfidia - ha spiegato Angius -, un film nato da diverse suggestioni, alcune molto personali. Ho scritto l’abbozzo di questa storia nella necessità irrefrenabile di raccontare una storia di oggi, una storia contemporanea, onesta, vera, dura, che potesse condurre lo spettatore a riconoscersi nei personaggi, a dispetto di età o estrazione sociale".

"Perfidia - ha aggiunto -  è un film crudo che nasce da ricordi, da situazioni vissute e immaginate, da me stesso e da persone che ho conosciuto. Persone fragili, invisibili, incapaci di desiderare qualcosa di meglio, ma al tempo stesso capaci di commettere atti incoscienti, così, senza un apparente motivazione razionale o un significato univoco, senza averne una reale consapevolezza. L’unica spiegazione che si può dare alle loro azioni è già lì, nella loro vita, nel loro vuoto culturale, nella mancanza di aspirazioni, di passione, di amore. Mi interessava raccontare questo piccolo angolo di mondo, Sassari, una cittadina di provincia come ce ne sono tante in Italia, attraverso il problema della disoccupazione giovanile, il vuoto quotidiano che ne consegue e la visione clientelare come sua (non) risoluzione. La provincia anche come luogo fertile per sogni semplici e forse impossibili, ai quali però i personaggi si aggrappano come fossero la vita reale. Una vita fatta di attese incessanti, di invidia, di un desiderio di “normalità” che appare sempre più lontano. Ma soprattutto mi premeva raccontare il rapporto padre-figlio in una dimensione autentica, mostrarlo in tutta la sua moltitudine di comportamenti ed espressioni, sentirne l’umanità nella sua cruda pienezza. Utilizzando il mezzo cinematografico con lo scopo di raggiungere un’esperienza singolare, un’emozione condivisa, un momento di sincerità che si produce solo in un evento irripetibile. Volevo inoltre raccontare alcuni aspetti della follia umana con uno stile inedito: tenero, glaciale, violento. Ma non è la follia “patologica” che mi interessava portare sullo schermo, piuttosto la follia come conseguenza ad a una quotidianità talmente stagnante da diventare feroce, devastante".

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