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Economia
Delfin/ Cimbri, Doris, Messina e il Calta: tutti i "nemici" di Del Vecchio
(fonte Lapresse)

L’ultimo ad esprimere “perplessità” nei confronti delle sue mosse finanziarie è stato il numero uno di UnipolSai, Carlo Cimbri. Ma Leonardo Del Vecchio è abituato a generare reazioni “importanti” almeno quanto le operazioni che intraprende e dopo 85 primavere non mostra di preoccuparsi se l’elenco dei suoi avversari più o meno diretti si allunga. L’ex Martinitt non ha del resto mai avuto una vita facile.

Ultimo di quattro fratelli, figlio di un commerciante di frutta, non poté mai conoscere il padre, di cui porta il nome, perché egli morì pochi mesi prima della sua nascita e se oggi con un patrimonio di oltre 20 miliardi di dollari (oltre nove volte i 2,4 miliardi di Francesco Gaetano Caltagirone, suo consocio in Generali) è considerato da Forbes il secondo uomo più ricco d’Italia dopo Giovanni Ferrero (25,4 miliardi di dollari) e prima della famiglia Aleotti (9,4 miliardi), gli inizi furono molto più umili, come garzone di una piccola fabbrica di coppe e medaglie prima e operaio in una fabbrica di incisioni metalliche poi.

Dire che Del Vecchio è abituato a superare difficoltà e avversari è un eufemismo. Per dare vita a EssilorLuxottica ha dovuto piegare la resistenza dei soci e manager francesi, guidati dal presidente e Ceo Hubert Sagnières, in particolare riguardo la nomina del nuovo Ceo. Alla fine il compromesso è stato trovato, con Del Vecchio presidente esecutivo e il manager franco-canadese vicepresidente esecutivo che hanno delegato parte dei propri poteri a Francesco Milleri, amministratore delegato di Luxottica, e Laurent Vacherot, Ceo di Essilor (che ha poi lasciato, venendo sostituito dal suo vice, Paul du Saillant). 

Si tratta tuttavia di un armistizio temporaneo visto che nella primavera del 2021 scadranno gli obblighi di gestione condivisa tra la parte francese e Del Vecchio, socio con oltre il 30% di EssilorLuxottica e secondo molti pronto a far valere tutto il suo peso se il management transalpino non dovesse allinearsi ai suoi desiderata. Situazione che Carlo Cimbri, amministratore delegato di UnipolSai, ha velatamente prefigurato per Mediobanca, esprimendo le sue “perplessità” sulla richiesta di Del Vecchio di salire dal 10% al 20% in Piazzetta Cuccia ed avanzando riserve sul senso “industriale” dell’operazione.

“Vedremo cosa succederà all’assemblea di ottobre”, ha spiegato Cimbri in un’intervista aggiungendo: “Certo è che con il 20% si può dare stabilità al management, ma lo si può anche destabilizzare. Anche successivamente”. Tanto più, ha aggiunto Cimbri, che Del Vecchio aveva più volte criticato l’operato dell’amministratore delegato di Mediobanca, Alberto Nagel, critiche poi rientrate in coincidenza con l’avvio dell’iter per ottenere l’autorizzazione dalla Bce a salire al 20% nell’azionariato di Piazzetta Cuccia. 

Non è peraltro la prima volta che Cimbri si schiera contro Del Vecchio. Già nel 2016 Cimbri, presidente dell’Istituto europeo di oncologia (Ieo), alla proposta di Mr Luxottica (socio dell’Ieo col 18,64% del capitale contro il 14,37% di UnipolSai) di donare mezzo miliardo per creare un centro d’eccellenza europeo aveva risposto ruvido: pronti “ad accogliere qualsiasi tipo di contribuzione da parte di chiunque e in qualsiasi modo esso venga”, purché sia garantita “la salvaguardia dell’indipendenza” e “la sostenibilità economica”. 

Alla fine, la proposta del patron di Delfin (elaborata dal fidato collaboratore Milleri e sostenuta da UniCredit, che uscì dall’azionariato dell’Ieo cedendo le sue quote proprio a Del Vecchio) venne ritirata, anche per la discesa in campo di Mediobanca (socia Ieo al 25,37%), attraverso l’opera del presidente Renato Pagliaro, che con UnipolSai compattò un fronte di oltre il 50% dei soci, fronte che sostenne il business plan elaborato dal Ceo dell’Ieo, Mauro Melis. Nel mentre (era il 2017) Del Vecchio trovava il tempo di incrociare le lame anche con un altro protagonista della finanza italiana, il banchiere Carlo Messina, Ceo di Intesa Sanpaolo. 

All’interesse espresso dal Ceo di Intesa per Generali (culminato peraltro nella decisione di non presentare alcuna Ops per il Leone di Trieste, di cui Del Vecchio era ed è azionista), l’imprenditore di Agordo aveva commentato: “Credo che sia stato un discorso da bar trasferito in economia, ma non so come si fa a fare questi discorsi da parte di un amministratore delegato che dice questo al bar, perché lo ha detto al bar, come se stesse parlando di Inter e Milan”. 

Apriti cielo, Messina prima rispondeva per le rime: “Ho letto le dichiarazioni di Leonardo Del Vecchio: evidentemente non sa di cosa parla e neanche sa come sono andate le cose”. Poi passava alle vie di fatto, annunciando: “Quelle di Del Vecchio sono affermazioni diffamatorie a fronte delle quali reagirò nelle sedi opportune a tutela mia e della banca”.

Altro avversario “di peso” di Del Vecchio appare sempre più essere la famiglia Doris. Ennio, il fondatore di Banca Mediolanum, ha più volte espresso il proprio apprezzamento per Alberto Nagel, Ceo di Mediobanca, e pur dicendosi “felice che un imprenditore illuminato come Del Vecchio” avesse deciso di salire di peso nell’azionariato, ha a sua volta arrotondato la quota in Piazzetta Cuccia portandola a quasi il 4% a fine 2019. 

Massimo, figlio di Doris ed attuale amministratore delegato di Banca Medolanum, ha poi gelato Del Vecchio avvertendo che la partecipazione, nel frattempo limata al 3,28% (con un prezzo di carico in bilancio di 13 euro contro un valore stimato, secondo una perizia voluta dai Doris a fine 2019, di 9,826 euro per azione) e riclassificata come “detenuta a fini di vendita”, ossia non più “strategica”, avrebbe potuto essere anche azzerata se Del Vecchio fosse effettivamente salito sopra il 10%. 

Nulla di personale contro il patron di EssilorLuxottica, aveva peraltro precisato Doris, non escludendo che i titoli potessero essere in quel caso ceduti proprio a Delfin, la holding di Del Vecchio a cui fanno capo le varie partecipazioni. L’elenco di consoci e avversari di Del Vecchio non sarebbe completo, fa notare chi segue da vicino le vicende della finanza italiana, senza citare l’immobiliarista romano Francesco Gaetano Caltagirone. Formalmente, si spiega, i due sono assolutamente allineati in Generali, pronti a muoversi insieme ai Benetton per garantire il mantenimento della “italianità” del gruppo nel caso di una futura discesa del peso di Mediobanca (primo azionista con poco meno del 13%). 

Di fatto, però, le mosse "a briglie sciolte" di Del Vecchio in Mediobanca, interpretate dal mercato come un modo per arrivare a diventare indirettamente il “primus inter pares” a Trieste, eventualmente per pilotare il gruppo verso un’aggregazione su scala europea, non sarebbero così gradite a Roma, tanto che con vari piccoli acquisti sul mercato Caltagirone è salito quest’inverno al 5,14% nel capitale del gruppo assicurativo. Acquisti a cui lo stesso Del Vecchio ha risposto arrotondando al 4,84%, la propria partecipazione (mentre i Benetton sono fermi appena sotto il 4%). Un modo per rimanere sempre “agganciato” al consocio, oggi alleato ma domani possibile avversario? A sospettare si fa peccato, dicono, ma a volte ci si azzecca.

 

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