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Grecia, anche Tsipras vittima dell’austerità. Il compromesso che strozza l’economia

Alexis Tsipras alle battute finali per strappare l’accordo sul budget ai paesi membri dell’Eurozona per la Grecia. Ma il premier ellenico rischia di ipotecare definitivamente il futuro in cambio di un incerto presente, se dovrà fare ricorso come sembra probabile ad un nuovo programma di aiuti da 30-50 miliardi di debito. Per chiudere questa lunga crisi serve solo una cosa: ritornare a crescere (ma non appare facile)

Sarà del 15% come prevedono economisti come Giacomo Vaciago, o del 50%, come chiede Syriza? La questione greca continua ad essere tutta lì, sulla sostenibilità o meno del debito a lungo termine, sul suo costo, sul taglio che i creditori, una volta superato lo scoglio di un possibile default già a inizio luglio e della conseguente uscita della Grecia dall’euro entro la fine dell’anno, saranno disposti ad accettare. Inondare di liquidità le banche greche da parte della Bce (che oggi ha concesso ulteriori fondi nell’ambito del programma Ela, del quale solo ieri era stato alzato di altri 1,9 miliardi l’ammontare complessivo a 87,8 miliardi) non basterà, né è pensabile che Mario Draghi sostituisca in toto la raccolta diretta delle banche greche, che dal 2009 a oggi hanno visto crollare da oltre 240 a circa 130 miliardi l’ammontare dei depositi.

D’altro canto anche aggiungere altri 30-50 miliardi di “nuovi” aiuti, non si capisce bene se tramite un nuovo “bail-out” o con uno schema di “bail-in” simile a quello seguito per Cipro (con inevitabili ma ormai tardivi controlli ai movimenti di capitale), non porterebbe a una riduzione del rapporto debito/Pil, semmai a un suo ulteriore innalzamento rendendolo di fatto ancora meno sostenibile di quanto appaia al momento. L’unica soluzione definitiva e “virtuosa” sarebbe naturalmente trovare il modo di far ripartire il Pil, ma dopo anni di rigore che avrebbe dovuto raddrizzare i conti pubblici e rendere più appetibile agli occhi delle imprese nazionali e straniere investire in Grecia ci si è accorti che è impossibile riformare sotto le bombe, con un’economia che cada a pezzi e una domanda in profonda crisi.

Come minimo, hanno già fatto notare molti, si sarebbero dovute accompagnare le riforme sul lato della domanda (tagli alla spesa pubblica, riduzione del costo del lavoro, revisione della previdenza) con riforme sul lato dell’offerta (in particolare aprendo i principali settori alla concorrenza, così da far calare il costo di beni e servizi e compensare almeno in parte la caduta del reddito disponibile). Ora potrebbe essere arrivato il momento di riequilibrare la “ricetta”, ma dalle voci che circolano al riguardo non sembra che né Atene né i suoi creditori siano in grado, o interessati, a procedere in tal senso, tanto che anzi la “seria base di discussione” presentata l’altro ieri da Alexis Tsipras alle istituzioni del “club di Bruxelles” (Ue, Bce e Fmi) appare ancora una volta incentrata se non interamente su tagli alla spesa (è comunque probabile un blocco dei prepensionamenti nel 2016 e un successivo innalzamento dell’età pensionabile) certamente su nuovi incrementi delle imposte, anche se in parte ottenute attraverso una (promessa) maggiore incidenza della lotta all’evasione. E tuttavia a medio termine il problema rimane, poco o per nulla scalfitto: un’economia che ricorre al debito per crescere può prosperare solo a patto che il Pil nominale cresca almeno quanto il costo del debito medesimo.

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Ora: secondo le ultime stime dell’Fmi il Pil greco è “irrealistico” che cresca del 2,5% quest’anno e del 3,7% l’anno scorso, come previsto inizialmente dallo stesso Fmi, mentre la Commissione Ue a causa dell’incerto andamento dei negoziati a maggio ha ridotto a +0,5% la previsione di crescita per quest’anno rinviando la ripresa al prossimo anno (+2,9%). Considerando che sui 195 miliardi di euro che la Grecia ha ottenuto dalla Ue tramite l’Efsf/Esm (fondi che non dovranno essere ripagati prima del 2023 e che hanno una durata media di 32 anni) Atene paga l’1,5%, è difficile pensare che si potrà ottenere molto in termini di riduzione del costo del debito, tanto più nel momento, non vicino, in cui la Grecia tornasse a rifinanziarsi anche a lungo termine sul mercato.

L’unica soluzione è dunque accettare un “haircut” che stavolta dovrebbe colpire non tanto i privati detentori di bond ellenici ancora in circolazione, quanto appunto gli aiuti internazionali, il che significa che ad essere esposti indirettamente sono questa volta tutti i contribuenti europei, che rischiano di non veder tornare più indietro una parte dei soldi prestati (per la sola Italia circa 42 miliardi di euro complessivi) ed eventualmente di vedersi aumentare in futuro le tasse per colmare il “gap” che così si creerebbe.

L’accordo a breve termine che eviti il peggio, dunque, è al più, come notano anche gli analisti di Societe Generale, una soluzione “semi – stabile”, una condizione necessaria ma non sufficiente per far sopravvivere l’euro e superare la crisi banco-sovrana. Per lasciarsi tutto definitivamente alle spalle occorrerà una buona crescita, se non riuscirà ad ottenere misure in grado di stimolarla Alexis Tsipras rischierà di ipotecare definitivamente il futuro in cambio di un comunque incerto presente.

Luca Spoldi