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Economia
Coronavirus: Italia riparti, spunti per una politica industriale

Coronavirus: Italia riparti, spunti per una politica industriale

Mentre le curve sui contagi danno qualche segnale positivo, mentre i sindacati (e qualche politico) hanno incredibilmente rialzato la testa contro gli “industriali cattivi e sfruttatori”, chi ragiona per il bene del paese non può che pensare al dopo virus, al cosa e come fare dopo per evitare che questa tragedia umana si trasformi nella non così lontana deindustrializzazione completa del paese.

Una cosa che non ci possiamo permettere, sia perché da decenni siamo tra i primi dieci paesi più industrializzati al mondo (per cui creeremmo problemi, ma anche opportunità, a molti), sia perché il nostro standard di vita - già in declino da troppo tempo - crollerebbe mostruosamente.

Per cui bisogna stabilire cosa in concreto si può fare, specie adesso che i vincoli dell’Europa si sono allentati e visto che - essendo stati i primi ad avere e a reagire al virus - “godiamo” di un vantaggio che dobbiamo assolutamente sfruttare.

Semplicemente facendo quella seria ed organica politica industriale che è sempre mancata, con tutti i governi degli ultimi trent’anni.

Essendo l’impresa il cuore dell’economia italiana, oltre a far smettere queste assurde polemiche tra protezione dalle malattie e protezione del lavoro, tra sindacati che talvolta sembrano stare su Marte e Confindustria che, secondo loro, “bussa solo a quattrini”, si deve innanzitutto fare in modo che le imprese ripartano, entro al massimo metà aprile. Tutte. Con le giuste precauzioni a livello sanitario ovviamente, ma altrimenti il sistema non reggerebbe una sosta più lunga. Tra l’altro ormai è chiaro a tutti che è più pericoloso andare al supermercato che lavorare in fabbrica con le tutele che tutti hanno adottato.>> Prima di tale data andrebbe adeguatamente responsabilizzato il singolo imprenditore in merito alla scelta - mi riferisco in particolare alle tantissime imprese pluriprodotto - se tenere aperta l’azienda, a seguito o meno dell’OK dei prefetti (improvvisamente divenuti arbitri di tali scelte) vista la vischiosità del decreto emanato giorni fa.

Per l’apertura dei negozi, da proiettare comunque entro aprile, dovrebbe essere data discrezionalità alle regioni - caso per caso e sulla base della situazione sanitaria locale -che così vedrebbero appagata la propria voglia di potere, ma a patto di dover decidere loro se distruggere delle imprese e mettere sul lastrico milioni di persone, o meno, sull’altare di una non ben chiara prudenza che in realtà stanno già facendo fatica a far rispettare.

In parallelo a ciò è ovviamente necessario un relief fiscale importante, che secondo me deve constare in un abbassamento forfettario dell’Ires, per il 2020 e per il 2021, al 10%, fisso per ogni impresa. Per i settori turismo e retail (inteso nel senso di chi ha più del 50% del fatturato tramite vendite al pubblico) almeno per il 2020 la abbasserei al 5%. Questi provvedimenti potrebbero probabilmente anche far emergere una buona quantità di sommerso, ma questo sarebbe solo un “nice to have”, non bisogna farci conto. Questa manovra costerebbe meno di 10 miliardi, un’inezia rispetto al rischi che stanno correndo i lavoratori italiani. E il fisco, che ne avrebbe un danno quasi certamente maggiore. E tutti noi, a livello sociale.

Poi SACE dovrebbe garantire, per legge, al 90/95% (ma solo per evitare trucchi e furbizie) e con un onere fisso accettabile, tutte le operazioni di import export, vero tesoro del paese da salvaguardare ad ogni costo. Il rischio sottostante sarebbe praticamente zero e tra l’altro raggiungeremmo gli standard di paesi che da anni ci battono sui mercati anche per le nostre carenze in quest’area. L’abolizione del deposito IVA in dogana potrebbe poi essere un modo per gravare meno sugli operatori.

Per sanare gli immensi problemi finanziari che le imprese stanno già avendo, la BCE dovrebbe destinare immediatamente non meno di 300 miliardi alle banche italiane, ad un tasso nell’ordine dello 0,5%, in modo tale che le banche stesse li destinino all’economia reale, altrettanto rapidamente, con spread tra l’1 e il 2%, a seconda della rischiosità delle singole controparti. Ciò irrobustirebbe il sistema bancario italiano, che però dovrebbe impegnarsi a non distribuire dividendi - salvo eventualmente un minimo da concordare con BCE in funzione degli indici specifici - per qualche anno.

Sempre in ottica di pesare meno sul breve, ma senza dare impatti all’erario nel corso del 2020, tutte - ma tutte le scadenze fiscali e contributive delle aziende e delle partite iva -  di questi mesi dovrebbero essere spostate a novembre. Evitando però soglie di fatturato o bizzarrie simili, tanto a soffrire oggi sono tutte le imprese italiane, non quelle stabilite per decreto.

Siccome tutto questo a conti fatti potrebbe non bastare, sarebbe estremamente importante nominare un commissario straordinario (o una terna, ma ben assortita) alle infrastrutture, per evitare i lacci e lacciuoli della burocrazia, specie locale, e porre in atto sia lo sblocco dei cantieri già avviati ed in buona parte finanziati, sia un nuovo e serio programma di ammodernamento del territorio, a partire da ospedali e scuole. Secondo me con emissioni ben orchestrate tra BTP e Eurobond, fino a 500 miliardi si potrebbe arrivare a raccoglierli, in tre o quattro anni, anche a tassi interessanti per i tanti sottoscrittori che oggi non sanno come impiegare i loro risparmi.

A livello di singoli, visto che comunque di persone senza lavoro questa crisi ne lascerà tante e dato che in Italia da sempre il comparto immobiliare ha rappresentato una parte importante, sarebbe estremamente necessario ripristinare immediatamente un vero nuovo piano casa, ma senza tutte quelle forche caudine dei “vagli” a livello comunale o regionale, semplicemente basato su responsabilizzazione ed autocertificazione e con il reverse charge a far da guardiano alle furbizie; chissà che anche in queste cose l’italiano medio non maturi un po’ ? E se anche non maturasse vorrà dire che avremo dato una chance in più a chi vuole veramente lavorare, non beneficiare di quelle astruse indennità di disoccupazione che comunque circolano, ne’ dell’inqualificabile reddito di cittadinanza, ma di farlo magari in un’impresetta che, dovendo pagare solo il 10% di tasse, decide di uscire dal ... grigiore del “nero”.

(ARTICOLO DI GIOVANNI TAMBURI DA MF)

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