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Economia
La Grecia trova un accordo o lascia l’euro? Ecco come orientare i portafogli nelle due ipotesi

Con la convocazione di un Consiglio d’Europa straordinario lunedì 22 giugno (la riunione si sarebbe dovuta tenere giovedì e venerdì prossimi, il 25 e 26 giugno) la tragedia greca si avvia al suo epilogo ma i mercati, sinora fortemente allergici anche solo a dichiarazioni stampa “usa e getta” buone la mattina per essere smentite la sera, non sembrano più risentirne. Forse ha ragione chi fa notare che, nonostante quel che ne sembri pensare Alexis Tsipras, il “contagio greco” semplicemente non esiste e l’uscita di Atene dall’euro non causerebbe, almeno nell’immediato, ulteriori contraccolpi, salvo forse alla leadership politica di Angela Merkel (non a caso dettasi ancora in questi ultimi giorni intenzionata a fare “di tutto” per evitare l’uscita della Grecia dalla valuta unica) che ne uscirebbe ridimensionata.

O forse i mercati stanno interpretando come un preavviso che l’accordo alla fine si troverà alcuni segnali che vanno dall’improvvisa, e per alcuni “sospetta” accondiscendenza che almeno a parole sembra aver colpito non solo la Merkel, che fino ad alcune settimane fa lasciava al suo coriaceo ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble il compito di rintuzzare ogni dichiarazione dell’esuberante collega greco Yanis Varoufakis, ma anche altri protagonisti della vicenda come l’olandese (e considerato “tedesco-ortodosso”) presidente uscente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, che in settimana ha ricordato come l’offerta fatta nel novembre del 2012 di considerare una ristrutturazione del debito greco se Atene rispetterà i termini del bailout in corso resta valida, alla stabilizzazione dell’euro, tuttora attorno a 1,13 contro dollaro, nonché alla ritrovata calma, almeno apparente, dei mercati obbligazionari, con spread stabili tra Btp (e Bonos) e Bund.

Di fatto, se fino a qualche tempo fa il mercato era incerto su tre possibili scenari (permanenza della Grecia nell’euro, con un accordo che in cambio di qualche riforma comunque non oltre rinviabile, ad esempio sulle pensioni, vedesse la concessione di nuovi prestiti ad Atene e una ristrutturazione del debito; default “parziale” della Grecia solo nei confronti della Ue ma non della Bce e tanto meno del Fmi, con permanenza di Atene nell’euro; uscita dall’euro con ritorno ad una “nuova dracma”, immediata svalutazione della stessa, introduzione di forti controlli ai movimenti di capitale e probabile default sia contro la Ue sia contro la Bce, ma sempre cercando di evitare quello contro Fmi), ora gli investitori sembrano aver individuato solo due possibili esiti. Nel caso più “virtuoso” lunedì, o più probabilmente venerdì prossimo, Atene sottoporrà una nuova proposta di budget alla Commissione Ue contenente proposte concordate a livello politico prima e più che tecnico.

Atene confermerà la volontà di restare nell’euro (cosa che del resto sembra chiedere la maggior parte della popolazione, tanto che lo stop alle trattative sul debito e il rischio di una “Grexit” hanno fatto accelerare in questi giorni il deflusso di depositi bancari, ridottisi dai 240 miliardi del 2009 a meno di 130 miliardi, la differenza essendo stata convertita in asset all’estero), la “troika” confermerà che il paese ha rispettato i suoi impegni ed è “eligibile” per nuovi aiuti. Nessuno farà abiura degli errori fin qui fatti (tanto da Atene quanto dai creditori internazionali) soprattutto per quanto riguarda la durezza e la tempistica della “cura” fin qui seguita, i mercati si calmeranno e Mario Draghi potrà continuare a sedare gli animi con ulteriori iniezioni di liquidità a costo zero sinché la ripresa non si sarà manifestata concretamente.

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