Pace Usa-Iran: l’intesa dovrebbe portare a un ulteriore indebolimento del dollaro. Favorite invece le valute asiatiche
Il dollaro statunitense ha continuato a indebolirsi all’inizio di questa settimana, sulla scia dell’annuncio, avvenuto nel fine settimana, che Stati Uniti e Iran hanno finalmente raggiunto un accordo provvisorio per porre fine al conflitto e riaprire lo Stretto di Hormuz. Funzionari dei due Paesi si incontreranno in Svizzera il 19 giugno per firmare formalmente l’accordo. I dettagli esatti dell’intesa non sono ancora stati resi noti, ma secondo quanto riportato essa prevederà un’ulteriore finestra di 60 giorni per proseguire i negoziati sul futuro del programma nucleare iraniano.
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Il presidente Trump ha avvertito che gli Stati Uniti potrebbero riprendere gli attacchi militari qualora non si raggiungesse un accordo sul programma nucleare iraniano entro 60 giorni. Gli operatori di mercato osserveranno ora con attenzione quanto rapidamente le navi riprenderanno a transitare attraverso lo Stretto di Hormuz. Nel corso della notte il prezzo del petrolio ha continuato a scendere, avvicinandosi agli 80 dollari al barile, riflettendo il crescente ottimismo degli investitori sul fatto che le forniture energetiche torneranno presto a normalizzarsi.
Tuttavia, dubitiamo che il prezzo del petrolio possa tornare ai livelli precedenti al conflitto, inferiori a 70 dollari al barile, poiché sarà necessario del tempo affinché le forniture tornino pienamente operative, le scorte si sono ridotte e sarà comunque richiesto un premio per il rischio geopolitico più elevato, a fronte del persistente rischio che l’accordo possa fallire.
L’accordo dovrebbe contribuire a ridurre il rischio di uno scenario più destabilizzante per l’economia globale e per i mercati finanziari. Finora, tra le valute del G10, la principale beneficiaria è stata la corona svedese, che dall’inizio del conflitto a fine febbraio era risultata di gran lunga la valuta con la peggiore performance.
L’intesa potrebbe inoltre favorire un recupero delle valute asiatiche che hanno risentito pesantemente del conflitto, come la rupia indonesiana, il won sudcoreano, il baht thailandese e la rupia indiana. La rupia indonesiana si è già rafforzata sensibilmente all’inizio di questa settimana, guadagnando quasi l’1% nei confronti del dollaro statunitense. Più in generale, per il dollaro USA l’accordo dovrebbe favorire un’ulteriore correzione dei guadagni accumulati durante il conflitto.
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Tuttavia, gli operatori di mercato saranno prudenti nell’aprire posizioni corte sul biglietto verde prima della riunione del FOMC di mercoledì, dato il rischio di un aggiornamento di politica monetaria dai toni più restrittivi. Ci si attende infatti che i membri del FOMC mostrino un minore sostegno a ulteriori tagli dei tassi, arrivando anche ad abbandonare l’orientamento accomodante della Federal Reserve.
Il grafico aggiornato delle proiezioni dei tassi (“dot plot”) potrebbe inoltre evidenziare un numero maggiore di membri del FOMC favorevoli a rialzi dei tassi in risposta ai rischi di un’inflazione più elevata del previsto. Tuttavia, continuiamo ad aspettarci che il nuovo presidente della Fed, Kevin Warsh, segnali la volontà di guardare oltre lo shock dei prezzi energetici mantenendo invariati i tassi di interesse. Uno scenario che appare ora più probabile, dopo il raggiungimento dell’accordo per porre fine al conflitto e riaprire lo Stretto di Hormuz.
Il mercato dei tassi statunitensi ha già ridimensionato le aspettative di rialzo dei tassi da parte della Fed, ma vi è ancora margine affinché i rendimenti dei Treasury e il dollaro si indeboliscano ulteriormente se Kevin Warsh non dovesse sorprendere i mercati con un messaggio particolarmente aggressivo questa settimana. Il principale rischio per il nostro scenario è che Warsh indichi che la Federal Reserve sta valutando attivamente un aumento dei tassi di interesse.

