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Economia
Le banche continuano a non prestare: 100 miliardi intrappolati nei depositi
Prima al Teatro alla Scala, 7 dicembre 2016: il ceo di Unicredit Jean-Pierre Mustier e Il Ceo di Banca Intesa Carlo Messina

Sembra ormai un corsa senza fine. E con più di una venatura di irrazionale auto-lesionismo. Gli italiani continuano indefessi a versare i loro risparmi sui conti correnti. Soldi che da almeno 4 lunghi anni sono remunerati a zero dalle banche, erosi lentamente dall’inflazione seppur a piccole dosi. Un comportamento anti-economico, figlio del mondo alla rovescia dei tassi a zero e oggi anche negativi. Il segno di un atteggiamento conservativo che dice della paura del futuro, della scarsa propensione al pur minimo rischio d’investimento, un segno grave di sfiducia.

Tanto per dare un’idea della corsa al forziere tranquillo delle banche, negli 12 mesi i depositi sui conti degli italiani nelle banche sono cresciuti di altri 70 miliardi, con un sonoro +4,7% annuo. I risparmi, secondo l’ultimo rapporto dell’Abi, depositati sui conti ammontavano a settembre dello scorso anno a 1.488 miliardi, sono saliti lo scorso settembre a ben 1.557 miliardi. Sfondato il muro psicologico di 1.500 miliardi lasciati lì sui normali conti ordinari o in quelli vincolati a breve termine. Liquidità delle famiglie per la normale operatività quotidiana che vale ormai oltre il 30% dell’intera ricchezza familiare mobiliare delle famiglie stimata in oltre 4mila miliardi. 

Ma l’ultimo dato fotografa solo l’epilogo (non finale) di una lunga corsa. Che ha accompagnato gli anni della crisi finanziaria: sempre secondo i dati Abi e Banca d’Italia solo negli ultimi 5 anni sono affluiti sui conti oltre 310 miliardi di euro. 

vandelli ape
 

Sono anche gli anni in cui lentamente le banche hanno di fatto smesso di remunerare questa formidabile raccolta di denaro. Un sacrificio per i clienti, un regalo alle banche che di fatto grazie al portentoso amore degli italiani per la liquidità sui conti hanno potuto abbassare e di molto il costo della raccolta bancaria. 

L’unico antidoto alla continua discesa dei tassi d’interesse e dei tassi cui le banche prestano denaro e che le ferisce sul piano dei margini d’interesse. 

Prima della crisi del 2007 le banche, infatti potevano contare per ogni prestito erogato su uno spread medio (la differenza tra costi della raccolta e tasso cui prestavano) del 3%. Ora secondo le statistiche di Abi quello spread (che è il margine di guadagno per ogni euro prestato) è sceso all’1,9%. Un’erosione di oltre il 30%, accompagnato però non solo dalla caduta del margine unitario ma anche dei volumi, dato che le banche italiane hanno stretto fortemente la leva del credito negli anni della crisi

Giampiero Maioli
 

Sarebbe però andata ancora peggio se gli italiani non avessero continuato a versare così massicciamente soldi sui conti. 

Grazie all’apporto di liquidità così intenso le banche hanno potuto emettere molte meno obbligazioni certo più costose per gli istituti. Sempre i dati ufficiali ci raccontano che dal 2014 i finanziamenti via bond delle banche italiane sono scesi da 450 miliardi a poco più di 240 miliardi di euro

Quasi dimezzato il fabbisogno di soldi chiesto dalle banche al mercato. Quel mercato che chiedeva e chiede tassi sui bond almeno del 3%. Ecco così che su quei 210 miliardi di minori obbligazioni le banche hanno finito per risparmiare almeno 6 miliardi di interessi all’anno

alberto nagel
 

In 5 anni fanno 30 miliardi di minore costo della raccolta. Il tutto grazie alla prodigalità dei clienti che hanno continuato a immettere denaro a costo zero (per le banche) nei forzieri degli istituti. Senza questa forma di “patriottismo” economico per le banche italiane le difficoltà della crisi sarebbero state ben più ampie. Ma a questo punto sorge una questione. 

Tanto denaro a costo zero: che uso ne hanno fatto le banche? L’hanno centellinato, trattenuto, immobilizzato nei loro portafogli. Basta vedere la forbice tra raccolta di denaro e impieghi cioè crediti. Ebbene oggi c’è un gap di almeno 100 miliardi che non finiscono all’economia reale, ma restano congelati nelle casse delle banche. 

Massiah Victor1
 

Infatti si scopre, sempre leggendo le statistiche dell’Abi, la Confindustria delle banche, che mentre la raccolta tra depositi e bond è stata di 1.798 miliardi a settembre del 2019, gli impieghi totali tra privato e pubblica amministrazione si sono fermati a 1.697 miliardi. Ecco il gap di 100 miliardi. 

La raccolta, grazie alla passione degli italiani che intimoriti da ogni genere di rischio finanziario, preferiscono lasciare i soldi sui conti, cresce, ma non entra in circolo, dato che i prestiti si fermano 100 miliardi sotto. 

E quel dato di 1.697 miliardi racchiude anche i prestiti alla pubblica amministrazione, soldi che difficilmente vanno in sofferenza e quindi prestiti a basso rischio. 

patuelli ape

 

All’economia produttiva e alle famiglie (prestiti e mutui) finiscono solo 1.429 miliardi. Ben 370 miliardi di divario con la raccolta complessiva delle banche. Eccolo qui il collo di bottiglia, che rende inefficace la trasmissione dei benefici della politica monetaria, non certo i recenti tassi negativi. 

Puoi abbassare il costo del denaro finchè vuoi ma se poi quel denaro resta fermo in banca e non finisce all’economia reale ecco che la droga monetaria delle banche centrali viene vanificata. 

Del resto per capire gli effetti del poderoso dietrofront delle banche sul fronte dei crediti, spaventate dalla mole delle sofferenze accumulate, basta vedere il divario tra soldi raccolti e prestati

marco morelli
 

Oggi gli impieghi complessivi (pubblico, famiglie, imprese) sono fermi ai livelli pre-crisi del 2007. Mentre la raccolta è salita nel decennio di oltre 300 miliardi. Rimasti in banca a dormire. 

O meglio usati per comprare oltre 200 miliardi di titoli di Stato nel corso della lunga crisi. Con le banche trasformatesi da veicolo di trasmissione del denaro, loro business tradizionale, a piccole Goldman Sachs interessate a speculare sulla compravendita finanziaria e sulle cedole ghiotte dei nostri titoli di Stato. Lavoro comodo per i nostri banchieri. 

Con un piccolo effetto collaterale. Quando lo spread è sotto controllo possono gioire per la rivalutazione dei titoli in portafoglio, quando lo spread si accende allora però sono sonni agitati.

Giuseppe Castagna
 

Le banche sono vissute come succedanee del rischio Italia, dato che posseggono 400 miliardi di titoli del Tesoro. E così quando lo spread sale sono vendute massicciamente in Borsa. E comprate come di recente, quando lo spread rientra nella sua fisiologica dimensione. Ma quanto affanno.  

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