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Spettacoli
Giancarla Dapporto: "Massimo, Carlo e... le mie metamorfosi affettive"

Di Giordano Brega

“L’idea di questo libro ha un’origine un po’ antica, perché nel tempo  ho  scritto questi racconti che riguardano mio padre e poi li ho lasciati decantare. Non sapevo però bene come presentarli al pubblico. Poi, parlando con mio fratello Massimo, mi è venuto in mente di collegare questi episodi di vita attraverso la scrittura di alcune lettere tra noi due. E comunicando così al pubblico il nostro scambio di informazioni - artistiche e affettive - su quello che era stato il rapporto con nostro papà”.

Giancarla Dapporto racconta ad Affari il suo libro “Massimo, Carlo e Io - Metamorfosi affettive” in cui racconta il suo legame con il  grande attore italiano - ma prima di tutto suo padre - Carlo Dapporto, da cui é vissuta lontano fino a 16 anni.

“Il nocciolo dell’opera è questo. E il fatto che io e mio fratello ci siamo conosciuti  più che ventenni”, prosegue. 

Lei, il padre e Massimo Dapporto -  altro grande attore nella storia d’Italia. Teatro, cinema e fiction per quest'ultimo: sono tantissime le opere che lo hanno visto protagonista in una carriera lunga oltre 40 anni.

Che ricordi ha di suo papà Carlo?
“Da bambina  ascoltavo la voce di mio padre al telefono, vedevo le sue locandine appese alla città. E mi domandavo come mai questo papà non lo riuscissi mai a vedere. Racconto tutte queste cose a Massimo che, a sua volta, risponde confrontando la sua esperienza di figlio ed artista con la mia. Lui ci abitava insieme, figlio adorato in un intenso rapporto affettivo. Per quanto ovviamente la vita nel mondo dello spettacolo di nostro padre lo portava spesso molto lontano dalla famiglia, a causa delle sue tournée molto lunghe. A volte stava via per un anno intero, pur con qualche puntata a casa”.

Come descriverebbe il rapporto con suo padre?
“Il sottotitolo del libro dice molto: ‘Metamorfosi affettive’. E’ un rapporto che cambia a seconda dell’età. Per quando ero bambina lo definirei ‘mitologico’. In adolescenza c’è un sentimento di ribellione. Poi arriva questo incontro con lui, quasi casuale. Non ho mai capito se lo fosse o meno. Certe cose non si scopriranno mai. A volte bisogna ringraziare l’imprevisto della vita”.

Che personalità aveva Carlo Dapporto?
“Aveva un attaccamento totale al suo lavoro, che veniva davanti a tutto. Era un grandissimo professionista. Aveva un carattere molto emotivo. Sicuramente una persona molto generosa nei sentimenti, molto semplice e schietta. Mai supponente, né superbo. Aveva qualche accenno di collera che durava il tempo di una battuta. Le dico di più…”

Dica…
“Era una persona molto avanti rispetto agli anni che descrivo, quando si viveva in una società molto chiusa. E se è rimasta nascosta questa mia storia è stato per questa ragione: stiamo parlando di un’Italia che non accettava rapporti  che non  fossero matrimoniali. Tutto ciò che era al di fuori della legge cattolica veniva condannato. Carlo Dapporto invece era molto moderno. Anche se poi…”.

Poi?
“Restano le domande che ci stiamo facendo Massimo ed io. Come mai io e lui ci siamo conosciuti così tardi”

Suo padre ha lavorato con grandi artisti dell’epoca: da Raimondo Vianello ad Alberto Sordi, da Ugo Tognazzi a Dario Fo e Walter Chiari. Lei che ricordo ne ha?
“Io ne ho conosciuti solo alcuni. Ricordo Delia Scala, Marisa del Frate, Elena Giusti.  Ma vivevo in un’altra città, a Genova. Non potevo seguire così da vicino la sua vita artistica come mio fratello Massimo. Mi vengono in mente queste donne stupende. Avevo  idea di mio padre come ‘tombeur de femme’. Era il suo personaggio, ma io essendo ragazzina pensavo che lui fosse davvero così ed ero molto spaventata dal suo soprannome "Il Maliardo". In realtà  più tardi mi spiegò che si trattava di una maschera, di una satira del "Latin Lover" E nel libro ci sono molte di queste storielle e ricordi”.

Che aneddoti le vengono in mente?
Una sera guardavamo insieme il Circo in TV. Un domatore con la frusta incitava la tigre finché ammansita la faceva accucciare. A quel punto il domatore con le mani aprì le sue fauci  e vi infilò dentro la testa. Papà aprì la bocca sbigottito e commentò: " Guarda cosa deve fare uno per mangiare! ... E non parlo della tigre!".

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