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Esteri
Afghanistan, si rilancia l'internazionale jihadista. Ecco la mappa del terrore

Non solo Kabul. La presa di potere dei talebani e l'attentato dell'Isis-Khorasan all'aeroporto della capitale dell'Afghanistan rischiano di innescare un drammatico effetto domino che può riaccendere la miccia del jihadismo in Medio Oriente e anche oltre. A partire dal Sahel, come già raccontato da Affaritaliani, ma anche nel Sud-Est asiatico. La mappa del fondamentalismo islamico rischia di dover essere improvvisamente riaggiornata, includendo anche zone nelle quali si pensava, forse illusoriamente, di aver sistemato le cose.

Terrorismo in Afghanistan, l'Isis torna a far paura anche in Iraq

Per esempio in Iraq, dove si sta per completare in maniera molto più silenziosa che in Afghanistan un secondo ritiro degli Stati Uniti. Ma quanto accade a Kabul fa sentire la sua eco anche a Baghdad, dove si tema che lo stato islamico possa rinascere dalle sue ceneri come ha già dimostrato di sapere fare. Venti anni dopo, sembra davvero che la guerra al terrore lanciata subito dopo gli attentati dell'11 Settembre abbia fallito. Osama Bin Laden e altri leader sono stati uccisi, ma il terrorismo islamico non è stato sconfitto. E non si tratta solo dei classici "cani sciolti", dimostrazione che le organizzazioni che si intedendeva estirpare dal territorio sono ancora operative.

Basti vedere a come è stata celebrata la presa di potere dei talebani dai gruppi jihadisti attivi a diverse latitudini. In Yemen sono stati sparati dei fuochi artificiali per festeggiare la presa di Kabul, in Siria c'è chi ha lodato i talebani definendoli "esempio vivente" di come sconfiggere un "regime criminale" attraverso il Jihad. Celebrazioni anche in Somalia, dove il gruppo degli Shabaab ha stretti legami con i talebani. Il nuovo regime afgano ha promesso che non darà spazio ai gruppi terroristici, cosa tutta da dimostrare al di là della loro effettiva volontà visto l'attentato in aeroporto.

La mappa del jihadismo tra Medio Oriente, Africa e Sud-Est asiatico

E se anche all'interno i talebani dovessero mantenere la parola di non lasciare spazio ai gruppi terroristici, all'estero ci potrebbero essere rilevanti effetti psicologici sui gruppi organizzati. A partire da quelli operativi in massa in diversi paesi mediorientali o africani. Pakistan, Yemen, Siria, Iraq nel primo caso, Somalia, Mozambico e Sahel (Niger, Burkina Faso e Mali) nel secondo. Gruppi che potrebbero non solo avviare una nuova serie di azioni e attentati ma anche tentativi più estesi. D'altronde, alcuni di questi gruppi controllano già porzioni di territorio più o meno estese. 

Insomma, tanti piccoli stati islamici dopo che si riteneva di aver distrutto quello diretto da Al Baghdadi tra Iraq e Siria. La questione riguarda anche zone diverse, per esempio il Sud Est asiatico. Sia Indonesia sia Filippine ospitano dei gruppi armati attivi sul proprio territorio. Giacarta è il più grande paese musulmano del mondo e ha subito diversi attacchi terroristici in passato. Nella grande isola di Mindanao, invece, il governo filippino è in guerra con l'insorgenza islamica da diverso tempo.

Non solo. C'è anche chi ritiene che una nuova ondata terroristica in Afghanistan e in Medio Oriente possa fungere da propellente per azioni più individuali e disarticolate anche altrove, Europa compresa. Enormi passi indietro nella lotta al terrore, dunque. E dimostrazione che per sconfiggere terrorismo e jihadismo non basta mettere i cosiddetti "boots on the ground" ma servono strategie di più ampio respiro e non solo militari. Cosa di cui l'occidente ha dimostrato per ora di essere sprovvisto.

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