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Esteri
Aukus,il patto trilaterale di sicurezza? Questione di Fisica della Geopolitica

Spesso, troppo spesso, siamo abituati a guardare alle dinamiche politiche e socio-economiche come a un qualcosa prettamente attinente al campo “umanistico”. Umanistico nel senso di riferito all’uomo, agli aspetti antropologici e narrativi che presidiano le relazioni fra collettività e individui. Sfugge però il nesso scientifico, ovvero quella catena di cause-effetti la quale, a partire da uno stato A, produce per consecutio temporum un determinato stato B. Dall’ipotesi alla tesi, insomma, passando per una dimostrazione che richiede conoscenze, intuito e – soprattutto – prontezza.

In ambito geopolitico questi requisiti sono a dir poco fondamentali. Tanto per gli attori coinvolti direttamente in negoziazioni e diatribe, quanto per gli spettatori che vi assistono: più o meno consapevoli, questi ultimi, di come la globalizzazione renda appunto “globale” e planetaria l’eco (e le conseguenze) di qualunque stravolgimento occorso in una parte di mondo. Non c’è dunque accadimento, per quanto “esotico” e geograficamente lontano da noi, che non si riverberi direttamente – in modo più o meno celere – sulle politiche di casa nostra. Se vogliamo, questa è la traslitterazione geopolitica del noto mantra climatico, per cui in un sistema altamente complesso come quello atmosferico, “il battito d’ali di una farfalla in Giappone può determinare un tornado in California”.

Con una sola differenza: in geopolitica l’elemento di aleatorietà è ridotto al lumicino, rispondendo piuttosto gli eventi a una calibrata e strategica logica fisica di “azione e reazione”. È il terzo principio della Dinamica: a ogni input corrisponde un output di pari intensità e verso opposto; parimenti, se un corpo esercita una data forza su un secondo corpo, il secondo corpo risponde con una forza uguale e contraria.

In questa chiave vanno lette tutte le manovre adottate dall’Occidente per contenere la Cina: una superpotenza affamata, famelica, i cui appetiti possono essere contenuti solo perimetrando il desco, la zona di maggior influenza dei suoi interessi egemonici ed espansionistici. Si sta molto discutendo, sullo scacchiere internazionale, del patto trilaterale di sicurezza Aukus, sottoscritto da Washington, Londra e Canberra per proteggersi da Pechino. E se ne sta discutendo in maniera particolarmente accaldata in Francia, trovatasi dall’oggi al domani monca di una commessa per sommergibili convenzionali, che sarebbe valsa a Parigi qualcosa come 60 miliardi di euro.

Purtuttavia, nonostante le rimostranze di Emmanuel Macron che ha giudicato l’accordo come un fatto di “gravità eccezionale” (richiamando, “per consultazioni”, sotto la Tour Eiffel i propri ambasciatori in Australia e negli Usa), Aukus si attesta come la logica reazione degli Stati Uniti di fronte all’azione centrifuga di Pechino. Nella sua sfida di contenimento della Cina (divenuta, dopo il rovinoso ritiro dall’Afghanistan, la priorità assoluta), Washington pare infatti voler giocare le carte migliori.

L’Australia è geograficamente vicina al Dragone: motivo per cui dotarla di mezzi subacquei più performanti (si parla di 8 sottomarini a propulsione nucleare) risponde senza dubbio a un’esigenza strategica di più efficace protezione – nonché di deterrenza attiva – rispetto alla comune minaccia mandarina. Che proprio in quei mari ha da tempo allungato il proprio artiglio.

(Segue...)

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