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Esteri
Belt & Road in Asia, accordo India Giappone, Straits Forum: pillole asiatiche

VIA DELLA SETA IN ASIA - Movimenti interessanti sulla Belt and Road in Asia. Partiamo dal Pakistan, dove il generale in pensione Asim Saleem Bajwa, a capo dell'authority che presiede corridoio economico Cina-Pakistan, sta ricevendo pressanti richieste di dimissioni dopo uno scandalo di corruzione all'interno della sua famiglia. Bajwa, che per ora ha presentato le dimissioni (respinte) solo dal ruolo di consulente speciale del primo ministro Imran Khan, avrebbe usato la sua influenza per aiutare la famiglia a mettere da parte qualche quattrino. La vicenda si può ripercuotere anche sull'authority, che supervisiona i 50 miliardi di dollari che fanno parte dei progetti in ambito Belt and Road. C'è anche chi sostiene, nella cerchia dei militari vicini a Bajwa, che si possa trattare di una cospirazione anti authority, scrive il Nikkei Asian Review. Ma intanto lo scandalo rischia di aggiungere un altro problema alla Belt and Road nell'area. La riunificazione dei gruppi talebani può avere ripercussioni non solo in Afghanistan ma anche nello stesso Pakistan, e minaccia la stabilità dell'area nord occidentale del paese dove sono in corso numerosi progetti in ambito Via della Seta, in particolare nei settori infrastrutturale e idroelettrico. 

Più positiva la situazione in Myanmar, dove il governo sembra avvicinarsi al dare il via libera alla costruzione del progetto di New Yangon City da parte della China Comunications Construction Company. Nel 2018, il Myanmar ha consentito al colosso cinese di elaborare una proposta per costruire la prima fase del progetto pubblico-privato di New Yangon City, una nuova città vicino alla capitale che dovrebbe includere 163.000 nuove case e creare quasi un milione di nuovi posti di lavoro. Lo scorso gennaio sembrava già tutto pronto, quando Xi Jinping aveva compiuto una visita in Myanmar, siglando 33 accordi di cooperazione. Poi la pandemia e l'offensiva targata Usa sulle aziende cinese, compresa CCCC, hanno rischiato di bloccare tutto. Ora però la situazione sembra sbloccarsi, nonostante la blacklist di Washington. Segnale del fatto che i paesi dell'area asiatica faranno molta fatica a svincolarsi dagli investimenti di Pechino.

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COOPERAZIONE MILITARE TRA INDIA E GIAPPONE - Nuovi segnali di convergenza tra Tokyo e Nuova Delhi. I governi dei due paesi hanno sottoscritto un patto per il reciproco approvvigionamento di forniture e servizi tra le rispettive forze armate. L'annuncio è arrivato dopo una telefonata tra il primo ministro indiano Narendra Modi e il giapponese Shinzo Abe, che nei prossimi giorni lascerà il posto al suo successore. Lo stesso Abe lavora da tempo all'avvicinamento strategico tra Giappone e India, teso alla creazione non tanto di un fronte anti cinese come vorrebbero gli Stati Uniti di Donald Trump, quanto a intensificare la cooperazione in sede asiatica per provare a limitare la rispettiva dipendenza (economica e non solo) dall'ingombrante vicino. All'inizio di giugno, l'India ha firmato un accordo simile con l'Australia, "concernente il supporto logistico reciproco", che consente ai due paesi l'accesso alle rispettive basi militari. Il tutto avviene in una convergenza geopolitica che vede ravvivate le tensioni territoriali di Giappone e India con la Cina tra Senkaku/Diaoyu e Himalaya.

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TAIWAN TRA STRAITS FORUM E DALAI LAMA - Settimana intensa sull'asse Pechino-Taipei. Non solo per le incursioni aeree dell'esercito popolare di liberazione, ma anche su altri fronti. In primis la dodicesima edizione dello Straits Forum, che inizierà il prossimo 19 settembre a Xiamen, importante città portuale del Fujian posizionata esattamente di fronte alle Kinmen, controllate da Taiwan. Si tratta di una piattaforma che promuove l'integrazione tra le due sponde dello stretto. La prima edizione si è tenuta nel 2009, a quella del 2020 dovrebbe partecipare l'ex vicepresidente del Kuomintang Wang Jin-pyng, il quale dovrebbe guidare una delegazione del partito. Le polemiche sull'isola non mancano. Il DPP, ovviamente, non sarà rappresentato al forum e critica la mossa dell'ex dirigente del principale partito di opposizione, che dopo la batosta elettorale di gennaio alle presidenziali ha avviato un processo di rinnovamento. Nelle scorse settimane però, dopo alcuni avvertimenti diretti o indiretti arrivati anche dalle colonne del Global Times, il partito nazionalista cinese ha ribadito la validità del consenso del 1992 che stabilisce il principio dell'unica Cina ("con diverse interpretazioni", come sostiene lo stesso Kuomintang). 

Nel frattempo, torna d'attualità una possibile visita del Dalai Lama a Taiwan. Se n'era già parlato negli scorsi mesi, quando il leader spirituale del buddhismo tibetano aveva espresso il desiderio di tornare sull'isola, da cui manca dal 2009 (mai più tornato dopo l'arrivo di Tsai Ing-wen alla presidenza), durante un incontro video coi fedeli taiwanesi. Stesso desiderio espresso durante una nuova sessione televisiva dedicata ai seguaci asiatici. Il Dalai Lama ha detto che spera di poter visitare Taiwan nel 2021, "se Pechino lo consentirà". Il governo di Taipei, così come già successo a luglio, è sembrato piuttosto cauto. La portavoce del ministero degli esteri, Joanne Ou, ha dichiarato che Taipei accoglierebbe una ipotetica visita del Dalai Lama in "un momento conveniente per entrambe le parti" ma che ancora non ne ha ricevuto la richiesta, aggiungendo che la situazione pandemica attuale rende difficili i viaggi all'estero.

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