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Esteri
Berlusconi: la notte in cui la Merkel provò a comprarsi l’Italia...

L’Europa si compra la Grecia. Vince Angela Merkel, e il paese ellenico viene umiliato, svuotato, punito, derubato. Finisce così (forse) la telenovela-Tsipras. Finisce nel peggiore dei modi per Atene, calpestata e commissariata da Bruxelles (torna la Troika). Uno psicodramma, quello di un popolo che ora subirà in pochi giorni un piano draconiano di riforme e una nuova, selvaggia, tempesta di tasse. Per salvarsi, Tsipras, è stato messo all’angolo ed è stato costretto a cedere. A vendersi. A vendere il Paese (come dimostra in maniera plastica la creazione del fondo in cui confluiranno 50 miliardi “di Grecia”, ovvero aziende, monumenti, asset, infrastrutture e chi più ne ha più ne metta). Un futuro infausto: il premier comunista si è andato a schiantare.
 
Manine e speculazione – Ed è in questo contesto che il direttore de Il Giornale, Alessandro Sallusti, ha deciso di svelare un segreto che custodiva da qualche anno. Scrivendo sul quotidiano di quanto accaduto alla Grecia, spiega: “So che questa prassi ha un precedente. Me lo confidò, all’epoca dei fatti, Silvio Berlusconi e non credo di tradire la sua fiducia a raccontarlo oggi”. Il nastro si riavvolge fino alla tormentataestate 2011, in cui la speculazione cominciava ad accanirsi sull’Italia a colpi di spread (con la manina interessata di Francia e Germania, che agivano sui mercati per metterci all’angolo). Lo spread schizzò fino ai 500 punti base, si parlava di crac, di default, la Borsa rinculava giorno dopo giorno, si agitava lo spauracchio dello stop agli stipendi pubblici.
 
“Non siamo in vendita” – Accadde che allora Berlusconi, premier in carica, venne convocato di notte durante un G8. Un summit nel summit: presenti Angela Merkel, Nicolas Sarkozy, Josè Zapatero e Barack Obama. Il Cav si trova di fronte a un diktat: se l’Italia non vuole fallire, deve accettare un prestito del Fmi, e in buona sostanza farsi commissariare, come accade oggi alla Grecia. Sallusti racconta: “Vengono offerti prima 30, poi 50 miliardi. Berlusconi rifiuta, spiega che le cose non stanno così, ma questi insistono. La Merkel rilancia: 70 miliardi. Berlusconi alza i toni. I miliardi diventano 90. Lui si indigna, cerca sponde, Obama è imbarazzato – “sembrava dalla mia parte”, mi disse il presidente – ma non ha il coraggio di sospendere l’asta”. Sallusti conclude: “Berlusconi si alza e se ne va alzando la voce: L’Italia non è in vendita“.
 
Un “no” salvifico – Come sia andata a finire è arcinoto. Passa qualche mese, lo spread torna a randellare, e il gioco è fatto: defenestrato Silvio Berlusconi, a Palazzo Chigi ci entra Mario Monti. Ovvero l’uomo imposto dall’Europa, che ha compiuto la sua fulminea scalata al potere grazie all’appoggio incondizionato di Giorgio Napolitano. Berlusconi, premier eletto, lascia posto a un tecnico, non eletto. Nel nome dell’Europa. Nel nome di quell’Europa che, come ha raccontato Berlusconi a Sallusti, capeggiata dalla Merkel, in una notte di passione aveva tentato di comprarsi l’Italia. Ma il Cav disse “no”.

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