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Esteri
Coronavirus, l'Italia molla la Cina. Dalla Via della Seta alla sinofobia

La Cina era vicina. 23 marzo 2019: il governo Conte I firma il memorandum of understanding per l'adesione alla Belt and Road Initiative. La Cina ora è lontana. 30 gennaio 2020: il governo Conte II blocca tutti i voli da e per l'Impero di Mezzo, compresi Hong Kong, Macao e Taiwan. Dieci mesi di speranze, desideri, illusioni, pressioni esterne. E ora, a quanto pare, ripensamenti. Dal 5G alla cooperazione aerospaziale fino a (ultima novità), il Wto. L'Italia sembra aver inserito la retromarcia lungo quella Via della Seta che sperava di percorrere a grande velocità.

Una retromarcia accelerata dall'emergenza coronavirus, che rischia non solo di avere gravi conseguenze economiche per l'Italia ma anche di arrestare improvvisamente l'avvicinamento culturale tra Roma e Pechino, come dimostra il moltiplicarsi di episodi a sfondo sinofobo ai danni di turisti o cittadini cinesi e di italiani di origine cinese. Se si aggiungono le strumentalizzazioni politiche (e non solo), il mix rischia di diventare letale. Proprio nell'anno della cultura e del turismo Italia-Cina, che prevede tra l'altro la visita a Pechino di Sergio Mattarella il prossimo novembre.

LO STOP AI VOLI NELL'ANNO DELLA CULTURA E DEL TURISMO ITALIA-CINA

Nessuno sperava di dover arrivare allo stop a tutti i voli da e per la Cina. L'Italia, dopo essere stato il primo paese del G7 ad aderire alla Belt and Road, è diventato il primo paese del G7 a prendere una misura così estrema, anche se altri potrebbero presto seguire. Non lo speravano certo le aziende italiane operanti in Cina, chi pensava o sperava di fare business in Cina, le associazioni impegnate nello sviluppo dei rapporti bilaterali. Non lo sperava neppure il governo. Sì, perché le conseguenze ci saranno e non saranno di poco conto.

I voli diretti tra Italia e Cina erano stati appena raddoppiati e l'obiettivo era quello di triplicarli entro il 2020, l'anno che avrebbe dovuto segnare la definitiva consacrazione del turismo cinese in Italia. "In Italia il turismo contribuisce al pil in maniera molto significativa", spiega ad Affaritaliani Giuliano Noci, il prorettore del Polo territoriale cinese del Politecnico di Milano. "L'anno scorso i turisti cinesi sono stati tre milioni con il primo scontrino per spesa in Italia. Oltre a tutto il settore turistico e alberghiero, sarà molto colpito anche quello del lusso. E il tutto verrà ulteriormente amplificato dal fatto che questo è, era, l'anno del turismo e della cultura Italia Cina. Avremmo potuto esercitare operazioni promozionali su altri territori meno battuti dal turismo di massa. Avremmo potuto ottenere risultati straordinari. Ora è tutto più difficile. Sarà difficile recuperare tutto il terreno che perderemo nelle prossime settimane e nei prossimi mesi", conclude Noci. 

Un bel problema, nel quale resta coinvolta anche Taiwan, dove al momento si registrano nove casi confermati di contagio. Il 18 febbraio avrebbe dovuto essere inaugurato il volo diretto tra Taipei Milano Malpensa. Tutto rinviato a data da destinarsi. Almeno di tre mesi, visto che diverse fonti spiegano ad Affaritaliani che il blocco dovrebbe essere in vigore (per ora) fino al 28 aprile. In mattinata si era diffuso un piccolo giallo, visto che il premier Giuseppe Conte nella conferenza stampa di giovedì sera, subito dopo l'annuncio dei primi due casi di coronavirus in Italia, aveva fatto riferimento solo alla Cina. L'Enac ha poi confermato ad Affaritaliani che la misura comprendeva anche le province autonome di Hong Kong e Macao e, appunto, Taiwan, che Pechino considera una provincia ribelle. C'è chi ha collegato la misura all'Icao, l'Organizzazione Internazionale dell'Aviazione Civile, parlando di una sorta di automatismo dell'estensione della misura. La realtà sarebbe diversa, visto che il Vietnam, autore di una misura simile a quella del governo italiano, ha poi escluso (aggiornamento del 1° febbraio) Hong Kong e Taiwan dal blocco. E allora la scelta italiana sarebbe politica. Bisogna d'altronde ricordare che lo stop ai voli non è certo un favore alla Cina e non includere Hong Kong, Macao e Taipei sarebbe stato un ulteriore colpo a Pechino.

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LA RETROMARCIA NELLA COOPERAZIONE SPAZIALE E I DUBBI SUL 5G

Il coronavirus rischia di accelerare una tendenza che, per la verità, era già iniziata con il tramonto del primo governo Conte. L'esecutivo M5s-Lega ha firmato l'adesione alla Belt and Road e si era mostrato più che disponibile nei confronti di Pechino. Soprattutto attraverso la sua componente pentastellata, senza però dimenticare che tra i fautori dell'accordo tra Italia e Cina ha svolto un ruolo fondamentale Michele Geraci, ex sottosegretario al Mise in quota Lega. 

Poi qualcosa è cambiato. Il governo Conte bis, nel suo primo consiglio dei ministri, ha introdotto il golden power sul 5G, il tema forse più sensibile nei rapporti bilaterali, soprattutto per l'attenzione in materia degli Stati Uniti, le cui pressioni avevano già di fatto bloccato accordi nel settore delle telecomunicazioni nei mesi precedenti. Il premier, che in occasione del secondo forum sulla Belt and Road di fine aprile a Pechino aveva parlato di una nuova missione di sistema (con lui presente) entro l'estate, è diventato più freddo nei confronti della Cina. 

La retromarcia è stata innestata su diversi dossier. A partire dalla cooperazione in materia aerospaziale. Il governo avrebbe dovuto collaborare per la stazione orbitale Tiangong 3. Ma la cooperazione è stata improvvisamente bloccata, dopo alcuni dinieghi e rinvii, per (anche qui) le pressioni degli States, che hanno di fatto richiesto e ottenuto che l'Agenzia Spaziale Italiana interrompesse il progetto "cinese" e iniziasse quello di esplorazione lunare con la missione Artemis, per la quale l'Italia costruirà il modulo abitativo. Con la Cina cancellata la collaborazione industriale, restano in piedi solo le attività di ricerca.

Altro segnale di quanto il clima sia cambiato anche la dichiarazione del premier Conte alla Luiss Business School durante le celebrazioni per il centenario di Confagricoltura: "Il Wto andava riformato prima. E' impensabile avere un paese come la Cina, entrato con lo status di paese emergente, continui a mantenerlo. E' una follia. Ci stiamo lavorando, a fatica". Tasto sul quale la Cina è sempre stata piuttosto riluttante.

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RIPENSAMENTI CINESI NEL M5S POST DI MAIO?

Il generale ripensamento del governo sembra coinvolgere, a sorpresa, anche il M5s. Quantomeno parzialmente. E in particolare dopo che il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha lasciato il ruolo di leader politico dei pentastellati. Così come tra ex leader politico e suoi ex sottoposti in ambito M5s, anche tra Farnesina e Palazzo Chigi sembra spesso esserci una divaricazione  in materia di Cina. Forse anche sulla decisione di bloccare i voli. Il portavoce del M5s al Parlamento Europeo, Piernicola Pedicini, ha scritto alla Commissione europea per chiedere chiarimenti in merito ai possibili rischi sanitari legati ai campi elettromagnetici del 5G, anche se un post apparso su Il Blog delle Stelle qualche mese fa bollava gli stessi rischi come una fake news.

La consigliera regionale ligure Alice Salvatore ha invece pubblicato questo post su Facebook in merito al coronavirus: "Sars, aviaria, influenza suina, sindrome della mucca pazza, ebolavirus, coronavirus.Da dove vengono questi virus? come nascono e come si diffondono? Non è un caso. Non vengono dal nulla. Non è sfortuna. Accadono perchè in Cina negli allevamenti, nei mercati e in laboratorio gli animali vengono ammassati e torturati nelle condizioni più atroci. Costretti in spazi angusti, sporchi, spesso affiancati da carcasse di loro simili morti e in decomposizione. Cani, gatti, serpenti, cuccioli di lupo, pipistrelli, volpi, scimmie: diventano carne da macello in condizioni igieniche agghiaccianti. E' così che proliferano le malattie: i virus che poi fanno tremare il mondo. E' la cattiveria, l'abominio umano di quella gente che quegli animali li uccide perchè qualcun altro se ne nutra. Non è sfortuna. E' crudeltà". 

Da qui a dire che il M5s stia ripensando la sua linea di non ingerenza in materia di politica estera, ovviamente, ce ne passa. Ma sono piccoli segnali che non ci si sarebbe aspettati fino a qualche tempo fa, pensando per esempio alle visite di Beppe Grillo all'Ambasciata cinese in Italia. 

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La delegazione leghista a Taiwan lo scorso novembre

LA LINEA ANTI CINESE DELLA LEGA (E NON SOLO)

Chi ha assunto una linea anti cinese senza se e senza ma è stata la Lega. Da quando si trova all'opposizione, i siluri contro Pechino di Matteo Salvini e i suoi sono all'ordine del giorno. Dalla crisi di Hong Kong al 5G fino al coronavirus. In mezzo c'è stata anche una visita, lo scorso novembre, di una delegazione del Carroccio a Taiwan, altro tema sensibile per Pechino. Una visita che avrebbe dovuto ripetersi, sotto il cappello del gruppo di amicizia interparlamentare Italia-Taiwan, a febbraio insieme ai colleghi di Fratelli d'Italia, coi quali è in corso un derby per conquistare il "cuore" di Donald Trump. Il viaggio dovrà però per forza di cose essere rinviato, visto il blocco dei voli che comprende anche Taipei.

LE PRESSIONI MADE IN USA

A condizionare il bilaterale con Pechino, ha certamente concorso anche il pressing a stelle e strisce. Qualche giorno fa è stato in Italia il vicepresidente degli Stati Uniti, Mike Pence, che ha incontrato nell'ordine Papa Francesco (e Pietro Parolin), Sergio Mattarella e Giuseppe Conte. Il vice di Trump, così come Pompeo, si è informato sullo stato dell'arte nei rapporti tra Santa Sede e Repubblica Popolare, e ha ribadito le posizioni di Washington su aerospaziale e 5G. D'altronde, dopo l'adesione alla Belt and Road dello scorso marzo, Washington ha messo l'Italia nel mirino. Il nostro paese reputa il rapporto commerciale con la Cina una necessità che non intacca il posizionamento geopolitico.

La Casa Bianca non è d'accordo, e vuole evitare uno scivolamento (persino inconsapevole) di Roma all'esterno della propria sfera di influenza. Così come Trump, che lo scorso agosto ha spedito il suo procuratore generale William Barr a incontrare i servizi segreti italiani, ritiene che proprio dal nostro paese possa ricavare elementi utili alla sua narrazione contro il cosiddetto "Deep State" e conquistarsi la riconferma alle elezioni di novembre.  Risultato: l'Italia sembra aver lanciato un'operazione di ribilanciamento filo atlantista.

I RISCHI (NON SOLO ECONOMICI) NEL RAPPORTO FUTURO TRA ITALIA E CINA: AUMENTA LA SINOFOBIA

C'è un altro aspetto da tenere in considerazione, nell'ambito dell'emergenza coronavirus. E' quello culturale, con il rischio di una battuta d'arresto nella conoscenza reciproca non solo tra Italia e Cina, ma anche tra italiani e cinesi. Negli scorsi giorni, complici alcune strumentalizzazioni politiche e speculazioni o superficialità mediatiche, si sono moltiplicati gli episodi di razzismo. "C'è una sinofobia strisciante che si alimenta di stereotipi", ha dichiarato a Redattore Sociale Daniele Cologna, sociologo dell'immigrazione e sinologo. "I cinesi e la Cina vengono sempre descritti come un popolo che invade, sporco, avvolto dal mistero, crudele con gli animali. Quando poi c'è una crisi ecco che tutto questo riemerge, come sta accadendo ora". 

Ed ecco allora il gruppo di giovani che sputa addosso a una studentessa cinese su un treno in Veneto, la coppia di turisti inseguiti e presi a sputi a Venezia. O ancora, il ragazzino insultato durante una partita di calcio giovanile in provincia di Milano, gli insulti a una docente di origini cinesi, il cartello appeso (e poi rimosso) davanti a un bar di Roma dove si chiede ai cinesi di non entrare. 

La Cina era vicina. Ora sembra più lontana che mai.

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