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Esteri
Coronavirus, si allarga il fronte anti Cina. Trump in guerra con vista voto

Era solo questione di tempo. Il salto di qualità nello scontro tra Stati Uniti e Cina sarebbe arrivato comunque, ma il coronavirus ha accelerato le cose. Così come la fine anticipata delle primarie democratiche, che hanno consegnato con inusitato anticipo il nome dello sfidante di Donald Trump per la Casa Bianca. Non quello in cui sperava il tycoon, vale a dire il radical Bernie Sanders, ma il più compassato e rassicurante (qualità fondamentale in tempo di pandemia) Joe Biden. Ed ecco che allora la lunga rincorsa alle elezioni del 3 novembre è cominciata con largo anticipo. Il tempo di assorbire il primo, terribile, impatto del Covid-19, ed ecco il contropiede.

D'altra parte Trump sa che per restare presidente dovrà vincere la sfida "narrativa" sul virus. Un segnale in tal senso è arrivato dalle prime elezioni importanti durante l'epidemia, in Corea del Sud, dove i democratici del presidente Moon Jae-in hanno conquistato una maggioranza record proprio grazie alla efficace gestione del contagio. Non si può certo dire che la gestione di Trump sia stata altrettanto efficace, tra sottovalutazioni, ritardi, inazione e ora persino la decisione del presidente di seguire la scia delle proteste anti lockdown.

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Come fare allora per convincere gli elettori americani? Alzare il livello dello scontro con la Cina. Questo per due motivi. Il primo è quello di alimentare la linea che Trump ha adottato un po' a tutti i livelli e a tutte le latitudini in politica estera: "Basta farsi fregare". Il secondo è invece quello di allontanare le responsabilità e puntare il dito contro Pechino. Da qui l'insistenza sul "virus cinese", con la fragile e breve tregua seguita alla telefonata con Xi Jinping. Sempre da qui i nuovi molteplici fronti aperti negli scorsi giorni. Non che non ci sia della verità in alcuni di questi, tanto che su certi punti c'è chi lo ha seguito anche in Europa. Ma la questione è un po' più complicata di come la dipinge il presidente statunitense.

Limitiamoci a quanto accaduto negli scorsi giorni. Primo fronte: l'Organizzazione mondiale della sanità. Dopo l'accusa di essere troppo "filo cinese", Trump ha annunciato l'interruzione dei fondi. L'etiope Tedros Adhanom Ghebreyesus, è stato eletto nel 2017 a capo dell'Oms proprio con la spinta cinese. Al di là della veridicità delle accuse di Trump, c'è da discutere sul suo metodo, cioè l'impoverimento e lo svuotamento di un'organizzazione multilaterale piuttosto che una sua eventuale riforma. Per di più nel bel mezzo di una pandemia. Ma il segnale che dà l'affondo sull'Oms è che la Casa Bianca vuole provare a erodere l'influenza cinese all'interno delle istituzioni globali.

Un'influenza che non riguarda solo l'Oms, ma anche la Fao, dove Pechino è riuscita a far eleggere Qu Dongyu nel 2019. Houlin Zhao è invece il segretario generale dell'Unione internazionale delle telecomunicazioni, mentre Liu Zhenmin è il sottosegretario generale del Dipartimento per gli affari economici e sociali delle Nazioni Unite. Fang Liu è a capo dell'Icao (l'Organizzazione per l'aviazione civile internazionale). Non solo. Sono in tutto nove gli organismi internazionali in cui la Cina si trova al vertice, con un presenzialismo (e un budget dedicato) in costante aumento nel corso degli anni. Numeri che riflettono l'ambizione di contare di più sullo scacchiere mondiale. Per questo Washington sta provando a limitare l'estroversione cinese, per esempio amplificando anche le proteste di Taiwan, tenuta fuori dalle stesse organizzazioni per il principio dell'unica Cina. E poi denunciando le presunte coperture o omissioni sull'inizio della pandemia.

L'amministrazione Trump ha poi (ri)aperto un altro duplice fronte a proposito del virus. Il primo sulla sua origine, Mike Pompeo che ha rilanciato l'ipotesi che possa essere nato in un laboratorio di Wuhan. Ci sono studi che hanno chiarito che l'origine del Sars-Cov-2 non è artificiale, ma secondo il Segretario di Stato l'origine potrebbe essere sì naturale ma la diffusione avvenuta attraverso un esperimento finito male. Le teorie del complotto continuano a circolare da entrambi gli schieramenti, anche se dopo l'intervento dell'ambasciatore cinese in Usa Cui Tiankai, vicino al presidente Xi, l'ipotesi del virus portato a Wuhan dai militari americani, rilanciata dal portavoce del ministero degli Esteri Lijian Zhao, sembra aver perso quota. Anzi, sul fronte interno, in Cina, sono apparsi diventi interventi (anche sui social) in cui si chiede di abbassare il livello dello scontro. Ora, però, Pompeo ha chiesto alla Cina di poter far visitare il laboratorio di virologia di Wuhan da degli esperti. Una richiesta che la Cina non potrà mai ricevere e che porterà a un ulteriore innalzamento dello scontro.

Anche perché, nel frattempo, Trump è partito all'attacco sui numeri. "La Cina ha appena annunciato che è raddoppiato il numero delle loro vittime a causa del nemico invisibile. Ma è molto più alto di questo, e molto più alto di quello degli Stati Uniti".

 

Le cifre ufficiali, in realtà, non dicono questo. La certificazione delle cosiddette "morti fantasma", fatta a Wuhan, è la stessa che probabilmente si dovrà fare a Bergamo. Insomma, i dati reali potrebbero dover essere visti al rialzo non solo in Cina ma un po' ovunque, compresa l'Italia, dove per settimane i tamponi nelle case di riposo (e anche al di fuori) hanno quantomeno scarseggiato. Soprattutto nelle aree maggiormente colpite e dove il sistema sanitario non è stato in grado di reggere la pressione. Anche in questo caso, dunque, quanto fatto dalla Cina potrebbe dover essere fatto anche altrove. E' la cronologia degli eventi a dettare la linea.

Al di là di ragione o torto, Trump ha reso chiaro che vuole utilizzare l'argomento Cina e coronavirus per vincere le elezioni. Cosa ancora più evidente per come continua a presentare Biden come "filo cinese", per esempio per gli affari del figlio nel paese, o per come definisce il suo prossimo rivale e Barack Obama "disastrosi nella gestione dell'influenza aviaria".

Intanto il fronte di chi è critico, o quantomeno chiede spiegazioni alla Cina, si sta allargando. Questo anche perché, con settimane di ritardo, Washington è provata a entrare nella partita degli aiuti sanitari, fino a questo momento largamente dominata da Pechino. Mentre continuavano (e continuano) ad arrivare aiuti di donazioni ed esportazioni dalla Cina nei paesi asiatici ed europei, la Casa Bianca aveva fatto poco, e quel poco che aveva fatto non lo aveva presentato "col megafono", come ha dichiarato l'ambasciatore Usa in Italia Lewis M. Eisenberg.

Ora invece il megafono lo ha preso in mano eccome, anche se i cento milioni promessi da Trump a Giuseppe Conte ancora non sono arrivati per le necessità interne che gli Usa sono chiamati a fronteggiare. La finanza americana però, con BlackRock e Goldman Sachs, si sta muovendo per appoggiare i titoli di Stato italiani. Washington sta di fatto chiamando "alle armi" i tradizionali alleati europei. Per esempio su Huawei, con Pompeo che si è detto "fiducioso" che il coronavirus "porterà molti paesi a ripensare a ciò che stavano facendo riguardo alla loro architettura delle telecomunicazioni".

Un primo esempio arriva dal Regno Unito, dove si registra un rallentamento sul tema 5G, e Downing Street chiede che "sia fatta chiarezza sulla gestione cinese dell'epidemia", dopo che il ministro degli Esteri Dominic Raab ha affermato che la Cina "dovrà rispondere ad alcune domande difficili" sulla pandemia. Gli ha fatto eco l'omologo tedesco, Heiko Maas: "Ci sono domande alle quali Pechino dovrà rispondere". Persino Emmanuel Macron, che ha chiuso molti affari con Xi, ha dichiarato che sulla gestione del virus in Cina "sono successe cose che non sappiamo". Mentre le Nazioni Unite hanno sospeso una partnership con Tencent, il colosso che detiene WeChat.

La situazione è fluida, il decoupling ancora lontano, ma la sfida è aperta. La chiamavano guerra commerciale, poi guerra tecnologica. Il coronavirus ha reso chiara più velocemente la portata della contesa.

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