La Cina ha impedito l’approvazione consensuale del comunicato finale del G20 Finanze ospitato dagli Stati Uniti. Pechino ha contestato quattro paragrafi, compreso quello che chiedeva una navigazione “libera, sicura e prevedibile” nello Stretto di Hormuz.
Hormuz, il G20 si ferma sull’opposizione cinese
Diciannove membri del G20 erano pronti a sostenere un riferimento esplicito alla necessità di garantire una navigazione “libera, sicura e prevedibile” attraverso lo Stretto di Hormuz. La Cina non ha aderito.
La divergenza ha impedito di approvare il tradizionale comunicato finale all’unanimità. Gli Stati Uniti, che ospitavano la riunione dei ministri delle Finanze e dei governatori delle banche centrali ad Asheville, in North Carolina, hanno quindi pubblicato una dichiarazione della presidenza.
Nel documento si legge che le interruzioni del commercio energetico preoccupano la maggioranza dei Paesi e che la libera navigazione attraverso Hormuz è necessaria per sostenere la crescita mondiale.
La nota ufficiale specifica però che la Cina si è opposta non soltanto al paragrafo numero 4 dedicato alle catene di approvvigionamento e allo Stretto, ma anche ai paragrafi 10, 11 e 13. Le divergenze riguardavano quindi un insieme più ampio di questioni economiche.
Hormuz, perché Pechino non ha firmato
Il confronto ha coinvolto anche il modello economico cinese, gli squilibri commerciali internazionali e alcune formulazioni sulle politiche non di mercato. Secondo il Financial Times, Pechino si è opposta a passaggi riguardanti esportazioni a basso prezzo, catene di approvvigionamento energetiche e minerarie e altri strumenti economici sostenuti dagli Stati Uniti e dagli altri membri del gruppo.
Sulla sicurezza di Hormuz la posizione cinese richiede una distinzione. Pechino non sostiene ufficialmente la chiusura dello Stretto. Il ministero degli Esteri cinese ha affermato in precedenza che la sicurezza della navigazione e delle infrastrutture energetiche deve essere garantita e ha definito Hormuz uno stretto utilizzato per il passaggio internazionale.
La differenza riguarda soprattutto il modo in cui viene descritta la causa della crisi. La diplomazia cinese ha attribuito le interruzioni alla guerra e alle operazioni militari condotte contro l’Iran, contestando documenti internazionali che concentrino le responsabilità su Teheran senza includere le azioni statunitensi e israeliane.
Per Pechino, quindi, una dichiarazione sulla libertà di navigazione non dovrebbe trasformarsi in un sostegno politico o giuridico ad altre operazioni militari occidentali nella regione.
La mancata firma aumenta le divisioni nel G20 proprio mentre la guerra torna a spingere il petrolio sopra i 95 dollari. Il gruppo ha comunque prodotto una posizione condivisa da tutti gli altri membri, ma non un documento formalmente approvato dall’intero G20.


