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Esteri
Guerra in Ucraina? Non aiuta, anzi rallenta i piani della Cina su Taiwan

Guerra in Ucraina, l'invasione di Putin non aiuta i piani di Xi Jinping su Taiwan

Oggi Ucraina, domani Taiwan? Forse il domani sarà almeno dopodomani. Mentre in molti ritengono che un'invasione russa in Ucraina potesse velocizzare le mire di Xi Jinping su Taiwan sembra emergere una realtà opposta: potrebbe rallentarle. Non è certo una scoperta che Pechino miri a Taipei (lo si sa da 70 anni), ma quanto sta accadendo in Ucraina sta velocizzando le capacità difensive taiwanesi o quantomeno rendendo meno ambigua l'ambiguità strategica Usa che individuano proprio su Taipei la partita geopolitica decisiva. Molto più che in Ucraina.

Alquanto difficile pensare che Xi avesse in mente un'invasione il prossimo autunno, come alcune indiscrezioni lasciano credere. Proprio a ottobre è in programma il XX Congresso del Partito comunista al quale Xi ha bisogno di ottenere il terzo mandato. Ottenere Taiwan non sarebbe una "piccola vittoria" ma LA "vittoria". Ma tentare la conquista e fallirla sarebbe non una "sconfitta" ma LA sconfitta. Un rischiatutto che a Xi, la cui presa sul Partito è forte, non conviene di certo. 

D'altronde, Taiwan non è l’Ucraina. Non lo è per nessuna delle parti coinvolte. Non lo è per Pechino. Primo punto della narrativa del Partito comunista sul tema: Taipei non si deve paragonare a Kiev nel tentativo di internazionalizzare una vicenda interna alla Cina. Ergo non assimilabile alle azioni del partner (non ancora alleato) russo. Tra le righe: a differenza di Putin la Cina non minaccia l’integrità territoriale di un paese che fa parte delle Nazioni Unite, distinguo utilizzato dal ministro degli Esteri Wang Yi alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco.

Perché per la Cina Taiwan non è l'Ucraina

Secondo punto della narrativa cinese: la colpa della guerra in Ucraina è tutta degli Usa che allo stesso modo non onorano gli impegni su Taiwan (per esempio vendendo armi) con conseguenti rischi per lo status quo. Dunque, secondo Pechino, in caso di crisi su Taipei la responsabilità sarà sempre americana.

Il punto seguente della narrativa, quello su cui Pechino insiste di più, chiarisce che le navi da guerra non sono ancora pronte a salpare sullo Stretto. Come già accaduto dopo la caduta di Kabul, media e social cinesi insistono sul sottolineare l’inaffidabilità di Washington che «gioca sulla pelle degli ucraini». Per poi abbandonarli come una pedina di un gioco più grande. La stessa cosa che potrebbero fare con Taiwan. Proprio mentre l’Ufficio per gli Affari di Taiwan di Pechino promette nuovi vantaggi per imprese e individui taiwanesi che scelgono di lavorare nella Repubblica popolare.

Per la Cina attaccare Taiwan significherebbe ecidere quei legami col mondo occidentale che invece con la sua attuale postura sulla crisi ucraina lascia intendere di volere in qualche modo preservare. Senza contare che Xi, in avvicinamento al XX Congresso che dovrà sancirne il terzo mandato, avrebbe bisogno di stabilità e non avventure in grado di minarne il consenso. Vista dalla Cina, attaccare Taiwan significherebbe attaccare se stessa. Se in futuro dovrà farlo, lo farà a prescindere da quanto Putin travalichi l’integrità territoriale ucraina.

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