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Esteri
Netanyahu e il disagio di Israele: da Biden solo chiacchiere inutili

Il disagio di Israele

A questo punto della storia, se non fossimo precipitati nella più orrenda delle distopie, il presidente dei “buoni” americani, se così si può dire, novello Artù non si sarebbe limitato a dispensare qualche timido rimprovero al compagno riottoso, e dall’alto del suo algido studio ovale avrebbe fatto cadere una pesante interdizione sull’ostinato e sordo “cavaliere” bianco azzurro, alla guida di una sempre più sbandata Nazione.

Nell’altro mondo, quello rinnegato a favore di Mammona, sulla testa di Netanyahu sarebbe caduta una tale scomunica da far sembrare quella lanciata da Sant’Ambrogio sul sanguinario e contrito imperatore Teodosio roba da femminucce.

Invece no. Il nonno d’America, alla vigilia delle sue 81 primavere, invece di votarsi anima e corpo ai pronipoti, per l’ennesima volta, sotto l’ampio tetto della sua Bianca Casa, con ipocrita bonomia propina il nulla, anestetizzando azioni, conseguenze e coscienze.

Volendo poi cercare di capire il fenomeno di disumanizzazione dei palestinesi ai quali si è giunti e come sia ancora possibile che dopo quasi 33.500 morti in 6 mesi; più di 78mila feriti, la metà dei quali destinati a morte certa; lo sterminio di ben 15mila bambini di età compresa fra i 0 e 12 anni; la riduzione di altri 30mila allo stato di orfani di guerra, bambini i cui traumi saranno difficilmente curabili, ci sia ancora qualcuno che in Israele e nel mondo dubiti che quella in corso a Gaza sia un’epurazione etnica -  e se non è un genocidio gli assomiglia molto – una risposta plausibile la si può trovare in alcuni libri recenti e del secolo scorso.

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Lo storico e linguista olandese Johan Huizinga, per esempio, studiando il Medioevo, 100 anni fa scopriva che man mano che le cose vanno a rotoli, ovvero si complicano, le tendenze principali diventano più estreme. “Alla fine del Medioevo – scrive in uno dei suoi testi - il tenore e lo stile di vita erano diventati molto violenti”. Fatte le debite distinzioni, la psicoanalista canadese Judith Deutsch, membro di Independent Jewish Voices ed ex presidente di Science for Peace, riferendosi agli studi di Houzinga, quattro anni fa scriveva che “la nostra epoca moderna potrebbe rappresentare un nuovo declino, particolarmente violento di tutta la vita umana”, con un emergente “alto tasso di sadismo nella vita quotidiana”. Sempre la Deutch fa notare che “nonostante molte leggi contro la tortura, le punizioni crudeli, l’incitamento alla violenza e l’abuso dei diritti dei civili e in particolare dei bambini, sebbene sanzionata, la violenza è oggi praticata con crescente piacere e impunità”.

Michel Warschawski, tra i primi disertori dell'esercito israeliano, fondatore e direttore dell’Alternative Information Center di Gerusalemme, in un suo libro uscito nel 2004, incentrato sulla crisi della società israeliana, già allora metteva in guardia sul fatto che “Israele non riconosce più alcun confine, geografico o morale, se mai lo ha fatto. L’intera società israeliana è terribilmente malata (…) Le parole non bastano per descrivere gli orrori che Israele perpetra quotidianamente, da decenni, contro i palestinesi. E lo fa con maggiore violenza ogni volta che realizza che il suo tentativo di sottomettere i palestinesi e di inghiottire l’intera Palestina viene ostacolato da un popolo resiliente che rifiuta di sottomettersi in silenzio”.

Kathleen McGrath Christison, per 16 anni analista della CIA, esperta in conflitto israelo-palestinese, ha più volte denunciato la folle brutalità di Israele. In un suo articolo apparso su CounterPunch nel 2006, lanciava un’accusa pesantissima, oggi più che mai attuale: “Noi negli Stati Uniti siamo abituati alle tragedie inflitte da Israele e cadiamo facilmente nella trappola che converte automaticamente le atrocità israeliane in esempi di come viene vittimizzato. Ma un apparato militare che sgancia una bomba da 500 libbre su un condominio nel cuore della notte e uccide 14 civili addormentati non è un esercito che opera secondo regole civili. Una società che può liquidare come irrilevante il brutale omicidio di una ragazza di 13 anni da parte di un ufficiale dell’esercito con l’accusa di aver minacciato i soldati in una postazione militare, non è una società dotata di coscienza.

Un governo che imprigiona una ragazza di 15 anni – una delle diverse centinaia di bambini detenuti in Israele – per il reato di aver spintonato e tentato di divincolarsi da un soldato che cercava di effettuare una “perquisizione corporale” mentre entrava in una moschea, non è un governo morale” (La ragazza è stata colpita tre volte mentre scappava ed è stata condannata a 18 mesi di prigione dopo essere uscita dal coma.).

Gli osservatori critici di Israele notano sempre più che il Paese si sta autodistruggendo, avvicinandosi a una catastrofe da lui stesso provocata. Gideon Levy, giornalista israeliano, parla di una società al “collasso morale”. Altri parlano di “putrefazione della società civilizzata” che sta portando Israele su una rotta suicida. Vero è che una Nazione che impone il primato di un’etnia o di una religione su tutte le altre finirà per diventare psicologicamente disfunzionale. O, per dirla ancora una volta con le parole di Warschawski. “Uno Stato gestito nel disprezzo della giustizia perde la forza di sopravvivere”. E tutti coloro che continueranno a sostenerlo, a giustificarlo mentre sprofonda nella corruzione, perderanno insieme a lui la loro bussola morale.

 






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