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Proteste in Colombia, le voci da Bogotà: "Tanta paura, ma la speranza è viva"

Proteste in Colombia, le voci da Bogotà: "Tanta paura, ma la speranza è viva"

“Terrorismo urbano”, “vandalismo violento”, così il presidente colombiano Ivan Duque ha riassunto le proteste popolari che dal 28 aprile dilagano nel Paese. Parole dure e taglienti che, in un momento storico delicato come questo, risultano quasi “stonate”, confermando una completa sconnessione percettiva tra ciò che la classe politica vede e ciò che la piazza invoca. I cittadini colombiani già dal novembre 2019 hanno avanzato richieste precise al governo di centrodestra: colmare il divario sociale, attuare politiche economiche più eque, proporre riforme mirate e combattere la corruzione.

Petizioni che però, ancora oggi, sono in cerca di risposta. Dopo un anno, segnato dalla pandemia e da una crisi economica senza precedenti, che ha fatto registrare un calo del Pil del 6,8%, portando la disoccupazione sopra il 16%, e il tasso di povertà al 42,5%, la nazione ha vissuto un periodo di stallo e di successivo declino. Le disponibilità finanziarie sono infatti man mano cambiate, le tensioni sociali hanno subito un’accelerata, e il peso della pandemia man mano si è fatto più crescente, arrivando a registrare 2,9 milioni di contagi e 6.015 decessi su 50 milioni di abitanti.

In questo contesto instabile la riforma fiscale, tanto dibattuta e criticata, è stata solo “la goccia che ha fatto traboccare il vaso”, stracolmo già da diverso tempo. Secondo i critici il disegno di legge avrebbe infatti avvantaggiato la classe imprenditoriale, danneggiando ulteriormente la classe media-bassa. Ma anche dopo il ritiro annunciato dal presidente Ivan Duque il popolo colombiano ha continuato a scendere in piazza, volgendo al governo le medesime richieste: riforme alla sanità, all’istruzione, alla sicurezza del Paese e minor investimenti militari.

Così insieme al malcontento è cresciuta anche la violenza: almeno 24 persone sono morte durante i disordini e più di 850 sono rimaste ferite. Anche se secondo alcune Ong locali, tra cui Temblores, il bilancio sarebbe ancora più alto rispetto alle stime, con almeno 37 vittime. Negli ultimi giorni ad esempio, a Cali, la terza città più grande del paese, un poliziotto ha sparato a Marcelo Agredo Inchima, un ragazzo di 17 anni che stava partecipando alla protesta. Mentre nel nord della città ha perso la vita Nicolás Guerrero, un giovane di 22 anni che filmava gli scontri tra manifestanti e forze statali. Ma anche nella capitale, a Bogotà, il clima è stato teso. La sindaca Claudia López ha dichiarato: “Il livello di distruzione e violenza e gli attacchi contro i cittadini e i beni pubblici sono davvero insoliti. Chiedo alla città e al paese di fermarci e di dialogare”.

La situazione di grande instabilità ha smosso anche diversi appelli internazionali. Primo fra tutte quello della portavoce dell'Alto commissario per i diritti umani dell'Onu Marta Hurtado, che ha dichiarato “forte preoccupazione per le violenze in atto”. L’Unione Europea ha affermato: “La priorità è porre fine all'escalation di violenza ed evitare un uso sproporzionato della forza da parte delle forze di sicurezza". Sulla stessa scia gli Stati Uniti che hanno confermato la necessità di “evitare la perdita di altre vite". Localmente, il ministro dell’Interno colombiano, Daniel Palacios, ha lanciato un “appello alla non violenza”, distaccandosi completamente dalle parole del presidente colombiano Ivan Duque, sempre più lontano da una possibile rielezione al prossimo anno. Secondo, infatti, il sondaggio locale pubblicato dal quotidiano spagnolo El País, il 74% dei giovani lo reputa un soggetto “svantaggioso”, mentre la sua popolarità nazionale è calata del 33%.

Le testimonianze degli studenti ad affaritaliani.it

E questi sono solo numeri, percentuali, consensi e stime, incapaci forse di trasmettere la fotografia integrale di una crisi molto più ampia e complessa. Da Bogotà, un gruppo di giovani universitari intervistato da Affaritaliani.it, racconta uno spaccato di piazza, che vive sospeso tra i timori generati dalla pandemia, la paura dell’esplosione di una crisi ingestibile, le incertezze economiche e le speranze future.

“Nelle strade di Bogotà e in tutto il paese si respira un’aria di instabilità, di timore e di paura, ma anche voglia di cambiamento e di unione davanti a qualcosa di tanto grande”, dichiara Farid, studente di Giurisprudenza dell’Università del Rosario. “Da quando sono nato, il mio paese ha attraversato tante crisi, ma mai grandi come questa. Nel mio futuro vedo molto incertezza, però una cosa mi è chiara: noi giovani siamo la generazione che sta muovendo lo sciopero, vogliamo davvero vedere un cambiamento”. “Io sono sceso in strada per protestare in modo pacifico tra musica, tamburi, flauti, sassofoni e grancasse. Spero che il governo si renda conto di tutto questo”, conclude Farid. Per Ana Maria invece, studentessa di Ingegneria Gestionale all’Università de Los Andes, “la situazione è orribile, la violenza è un po’ da tutte le parti. Mi sento molto impotente, perché da un momento all’altro non so quello che potrà accadere. Dentro di me percepisco molta angoscia”.

Mentre Daniel, ingegnere industriale e studente di Economia dell’Università de Los Andes, fa il punto sulle cause dei disordini:“La riforma fiscale non è il punto iniziale né il generatore delle proteste, la realtà è che il governo tiene più in considerazione la sua immagine e ciò che gli interessa, anziché le richieste dei cittadini. E la gente è stanca di tutto questo. Si tratta di un sentimento di “sconfitta” che purtroppo va avanti da molto tempo”.

Sulla stessa scia anche Wilmar, musicista dell’Università Nacional, “il malessere in Colombia dilaga da diversi anni. Il governo non è mai stato in grado di sentire tutte le voci: chiama vandali chi protesta in pace, vuole zittire gli studenti, quando in realtà la gente sta solo reclamando i suoi diritti”. “Ma alcuni cartelli recitano lo vamos a lograr (ce la faremo): la speranza c’è ed è ancora intatta”, conclude Wilmar. Sofia, studentessa di Politica ed Economia dell’Università de Los Andes, dichiara: “Noi studenti abbiamo tanta paura, ma qualcosa di buono credo si stia facendo. Spero che il governo cominci ad ascoltare i suoi cittadini”.

Tra il gruppo spunta la voce di Juan Pablo, studente di Giurisprudenza che dice: “Noi giovani abbiamo il compito di realizzare il progetto di un paese che ancora non abbiamo. Con un virus tremendo il popolo colombiano è sceso in piazza: questo già dice tanto”. David, laureato in Finanza, guarda invece al futuro e afferma: “Il vero problema sarà come riposizionarsi dopo la pandemia”.

Infine, Mariana studentessa di Scienze Politiche ed Economia dell’Università de Los Andes, rivela: “Non solo la pandemia, l’inettitudine del governo e le morti elevate, sono molti i problemi che spingono le persone a protestare. Credo che tutti siano guidati da sentimenti positivi. Il popolo chiede un paese diverso e migliore, e questo è già motivo di lotta e di speranza”. 

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