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Esteri
Così i droni partono da Sigonella. I raid in Libia tra una settimana

Tutto pronto per l'intervento militare in Libia. Le ricognizioni sono già iniziate da oltre un mese, mentre le incursioni cominceranno la prossima settimana. L’accordo con gli Usa per il decollo dalla base di Sigonella dei droni da impiegare in Libia di fatto è già operativo. E impegna il governo di Matteo Renzi ad autorizzare "tempestivamente" la missione di fronte alla richiesta del comando militare americano. Si potrà infatti agire soltanto "in caso di pericolo" per difendere civili e militari che sono sul campo, dunque l’ordine per l’avvio dell’azione dovrà arrivare in tempi brevissimi. Sono undici gli aerei che potranno essere impiegati, tutti con missili Hellfire, guidati da un’unica centrale di controllo.

L’intesa, siglata al termine di un negoziato durato 9 mesi e gestito direttamente dal ministro della Difesa Roberta Pinotti, rappresenta una svolta perché per la prima volta mette l’Italia in prima linea contro l’Isis. Non ci sarà da parte del nostro contingente alcuna partecipazione diretta sul campo perché, come è stato ripetuto, il nostro Paese si muoverà esclusivamente all’interno della cornice stabilita dall'Onu che media per la costituzione del governo libico. Ma è comunque un salto di qualità tanto che nelle ultime ore il dispositivo di sicurezza antiterrorismo è stato rafforzato.

L'Italia però resta ferma sulla sua posizione iniziale: non è disposta a partecipare ad azioni su larga scala senza una cornice legale, ossia la richiesta di un governo riconosciuto a livello internazionale. E senza i nostri aeroporti, non è possibile una campagna aerea su vasta scala. La scorsa settimana, gli F-15 statunitensi che hanno raso al suolo il comando di Sabratha sono decollati dalla Gran Bretagna: una missione che richiede almeno sei rifornimenti in volo di carburante per arrivare sull'obiettivo e tornare indietro. Per questo il Pentagono ha dovuto accettare il diritto di veto della Difesa italiana pur di utilizzare la pista di Sigonella per i pattugliamenti dei droni armati durante i raid delle forze speciali. I blitz di Navy Seal e Delta Force richiedono una sorta di scorta volante, pronta a proteggere la ritirata, che può partire solo dalla Sicilia. In questo modo, però, il nostro governo avrà la certezza di essere informato di ogni attacco condotto dagli incursori statunitensi e potrà pronunciarsi sui bersagli da colpire o meno. L'unica garanzia per evitare di venire spiazzati dall'iniziativa di altre nazioni, come accadde nel 2011 con l'operazione franco-britannica contro Gheddafi.

Ma qualche bombardamento qualche non riuscirà a fermare la crescita del Califfato. Per sconfiggerlo - spiegano gli esperti militari - servono truppe di terra: soldati libici con un sostegno occidentale. E bisogna trovare un governo riconosciuto che legittimi questo "sostegno". Ed ecco materializzarsi il "piano B": l'ipotesi che sta rapidamente prendendo piede tra Roma e Washington è quella di abbandonare il parlamento di Tobruk e l'armata del generale Haftar - che stanno soffocando anche il secondo tentativo dell'Onu - per puntare sull'altra compagine, quella di Tripoli. Al momento è una sorta di "ultima minaccia", per cercare di sbloccare le resistenze di Tobruk ma potrebbe trasformarsi in fretta in un'opzione concreta. Con un ribaltamento di fronti: mentre a Tripoli il potere è in mano a formazioni islamiche più o meno moderate, il governo rivale aveva ispirazione laica e supporto occidentale. E con la prospettiva di dividere il paese in tre entità principali, che ricalcano l'antica organizzazione amministrativa ottomana: Tripolitania, Cirenaica e Fezzan. Una soluzione che potrebbe placare anche le potenze regionali, come Egitto, Turchia, Qatar ed Emirati.

Nella storica capitale verrebbero concentrati gli sforzi per debellare lo Stato islamico. Mobilitando le altre milizie più combattive, come lo schieramento di Misurata. E schierando in Tripolitania un contingente occidentale che contribuisca a difendere le infrastrutture chiave per la sicurezza e la ripresa economica: porti, aeroporti, oleodotti, terminal petroliferi. Una missione rischiosa, che verrebbe affidata all'Italia: il piano elaborato da oltre un anno che prevede "fino a cinquemila soldati". Se ne è parlato tante volte, ma adesso la macchina militare e diplomatica sta accelerando. Perché lo Stato islamico avanza ogni giorno: ieri sera ci sono stati combattimenti proprio alle porte di Tripoli.

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