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Esteri
Ue spaccata su arresto di Netanyahu. Divisioni sull'ok allo Stato palestinese
Corteo Pro Palestina a Milano

Ue spaccata sul mandato di arresto per Netanyahu. Paesi divisi sul riconoscimento dello Stato palestinese

La decisione di chiedere i mandati di arresto per i capi di Israele e di Hamas ha messo a nudo tutte le ipocrisie dell’Occidente, scavando un’ulteriore voragine fra l’opinione pubblica e gli apparati politico governativi degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, nel cui seno si è aperta una faglia che l’ha spaccata in due: da una parte gli stati favorevoli alla richiesta di Khan, dall’altra quelli che la osteggiano e si preparano a sabotarla.

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La scelta di Khan ha innescato un controverso dibattito, polarizzato per lo più sul senso e sullo stesso diritto di esistenza di organi di giustizia come quelli dell’Aia. E ha messo a nudo tutte le contraddizioni e ambiguità dell’Occidente. La più evidente è il ricorso alla collaudata logica dei “due pesi, due misure”. Sulla base di questo criterio, per esempio, il presidente Biden e il suo Segretario di stato Antony Blinken, esponente di rilievo della comunità ebraica americana, si sono affrettati a dichiarare che la decisione del pubblico ministero della Corte Penale Internazionale di richiedere mandati per i leader di entrambe le parti in conflitto, equiparandoli, “È vergognosa”. Biden ha poi precisato, riferendosi a un altro procedimento in corso, quello alla Corte internazionale di giustizia aperto dopo la denuncia del Sudafrica contro Israele, che “l’operazione militare israeliana a Gaza non è un genocidio”, aggiungendo che quello perpetrato da Hamas è il “peggior massacro di ebrei dai tempi dell’Olocausto e tiene ancora in ostaggio decine di persone innocenti, compresi cittadini americani”.

Basterebbero queste brevi dichiarazioni per comprendere quanto la patologica sindrome della rimozione e negazione della realtà si sia diffusa ai piani alti delle Democrazie occidentali. Tuttavia, non paghi, sospinti forse anche dall’ala oltranzista e reazionaria del Congresso, e dai senatori animati da furori messianici che spediscono lettere minatorie come fossero bigliettini di auguri natalizi, gli Stati Uniti hanno buttato il cuore oltre l’ostacolo e per bocca di Blinken hanno annunciato, nel corso di una burrascosa e drammatica conferenza stampa, che “la Casa Bianca è aperta a valutare con i repubblicani al Congresso la possibilità di imporre sanzioni alla Corte o al suo procuratore”. Una dichiarazione che ha scatenato una vera e propria ondata di indignazione e protesta in una parte dei presenti i quali, con le mani coperte di vernice rossa, lo hanno accusato apertamente di essere un “criminale di guerra”, aggiungendo che “il suo unico legato nella storia sarà quello di essere stato uno dei fautori del genocidio palestinese”. Molti di loro, al grido “Vergognati, vergognati”, sono stati trascinati via di peso dall’aula, ammanettati e arrestati, come si vede in alcuni video diventati virali su Instagram.

Che questo sia un momento storico cruciale e che la scelta di Khan rappresenti un banco di prova dell’ordine mondiale e del concetto stesso di Democrazia è fuor di dubbio. In Europa, e paesi limitrofi, ha causato una frattura scomposta dagli esiti tutt’altro che scontati. L’Italia, come prevedibile, si è subito allineata alla posizione statunitense. “Non siamo d’accordo con la scelta del procuratore della Corte dell’Aia”, ha detto ieri il ministro degli Esteri Antonio Tajani, il quale ha aggiunto che “Non si può equiparare un paese democratico, con un governo democraticamente eletto, con un’organizzazione terroristica”.

Contro ogni aspettativa e previsione invece la Francia ha dichiarato di sostenere "la Cpi e la sua lotta all'impunità", anche se poi in corso d’opera, su pressione del Consiglio delle istituzioni ebraiche d'Oltralpe (Crif), ha dovuto aggiustare il tiro precisando che "le richieste simultanee di mandato d'arresto non devono creare alcuna equivalenza tra Hamas e Israele". Il ministro degli Esteri francese Stéphane Séjourné ha poi spiegato che da una parte c'è "un gruppo terroristico che ha esultato per gli attentati del 7 ottobre e li ha rivendicati", dall'altra "uno Stato democratico, Israele", che però "deve rispettare il diritto internazionale nella condotta di una guerra che non ha voluto". Allineato alle posizioni americane e israeliane è il premier del Regno Unito Rishi Sunak il quale ha definito i mandati di arresto “profondamente inutili” e ha aggiunto che tale scelta “non fa che compromettere i negoziati per una tregua e il rilascio degli ostaggi israeliani ancora in mano a Hamas”. Diversa è invece la posizione del regno norvegese, il quale ha annunciato che il prossimo 28 maggio si unirà a Spagna e Irlanda e riconoscerà lo Stato palestinese. Per voce del suo ministro degli Esteri, Espen Barth Eide, ha inoltre fatto sapere che “Oslo arresterà Benjamin Netanyahu se la Corte penale internazionale (Cpi) emetterà un mandato contro il premier”, nell’eventualità che quest'ultimo dovesse “entrare in Norvegia”.

Dall’Estremo Oriente, Pechino auspica che "la Corte mantenga una posizione obiettiva e imparziale ed eserciti i suoi poteri in conformità con la legge". E il portavoce del ministero degli Esteri cinese Wang Wenbin chiede la fine della "punizione collettiva del popolo palestinese". Mentre da Mosca arriva la sottolineatura, ovvia e scontata, del "doppio standard" e dell’“atteggiamento curioso" degli Stati Uniti nei confronti della Cpi, “che poco più di un anno fa ha spiccato un mandato di arresto per Vladimir Putin con il plauso di Washington”. Nel mentre, all’interno dell’Unione Europea, un altro terremoto è in corso. È quello che vede un gruppo di nazioni compattamente allineate in difesa del diritto del popolo palestinese di autodeterminarsi. Il fronte europeo della Palestina è cappeggiato da Irlanda e Spagna le quali, come da programma, unitamente alla Norvegia, oggi hanno annunciato di riconoscere ufficialmente lo Stato della Palestina. La scelta, che sarà formalizzata il prossimo 28 maggio, è condivisa anche dalle repubbliche di Slovenia e Malta che a breve lo riconosceranno a loro volta. All’interno dell'Ue, fino ad oggi, solo gli stati dell'ex blocco sovietico - Bulgaria, Polonia, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia e Ungheria- lo riconoscevano, insieme a Cipro, che lo ha fatto nel 2011, e al Regno di Svezia nel 2014.

Frattanto, a Gaza e in Cisgiordania, la macchina industriale israeliana continua indisturbata la sua pulizia etnica. Ad oggi, a distanza di quasi 8 mesi dal 7 ottobre, il numero di civili uccisi, feriti e dispersi ha ormai superato le 130.000 persone. Circa 18.000 al mese, 600 al giorno, 24 all’ora, 2,5 al minuto.






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