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Ghiacciai alpini ridotti del 60% in 100 anni, e lo scioglimento non si ferma

Negli ultimi 20 anni, i ghiacciai hanno visto uno scioglimento accelerato su scala globale comportando enormi conseguenze ambientali, come l’innalzamento per quasi un quinto del livello dei mari. I dati indicano che, attualmente, i ghiacciai stanno cedendo più acqua rispetto alle grandi calotte polari, anche se quest’ultime (che contengono maggiori quantità di acqua) stanno accelerando la loro fusione molto più velocemente. Per esempio, la Groenlandia, dal 2000 a oggi, ha aumentato la perdita di ghiaccio del 162%, mentre l’Antartide addirittura del 436%.

Nel mondo, in media, sono state perse 267 gigatonnellate (miliardi di tonnellate) di ghiaccio all’anno, con un’impennata del 130% tra il 2000 e il 2019.

A descrivere il fenomeno sono le nuove misurazioni ad alta precisione di oltre 217.000 ghiacciai del mondo, praticamente tutti gli esistenti. La loro mappatura in HD, pubblicata sulla rivista Nature da un team internazionale guidato dall’Università di Tolosa, permetterà di migliorare i modelli sul cambiamento climatico con cui prevedere gli scenari futuri e sviluppare nuove strategie per lo sfruttamento delle risorse idriche e la gestione dell’innalzamento dei mari.

Secondo le rilevazioni, i ghiacciai presenti in Alaska e nelle Ande sono quelli che negli ultimi anni hanno registrato le maggiori perdite, mentre i ghiacciai alpini detengono il primato mondiale per quanto riguarda la riduzione dello spessore medio, pari a circa un metro all’anno.

“Un dato che non sorprende”, commenta Massimo Frezzotti, glaciologo dell’Università di Roma Tre e Presidente del Comitato glaciologico italiano, “considerato che dall’inizio del ventesimo secolo i ghiacciai alpini si sono ridotti di oltre il 60%”.

“È evidente”, continua Frezzotti, “che stiamo perdendo un enorme patrimonio ambientale ed economico, con gravi implicazioni per molte popolazioni del mondo. La fusione dei ghiacciai comporta la perdita di importanti serbatoi d’acqua in grado di aiutare l’agricoltura e l’industria, tamponando la scarsità delle precipitazioni nei periodi di secca. Inoltre, l’acqua di fusione finisce nei mari, che si stanno innalzando di 3,5 millimetri all’anno: un problema non solo per città come Venezia, ma anche per quell’11% della popolazione mondiale che abita in zone costiere che rischiano di essere sommerse”.

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