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Moda: Raimondo Rossi, da fotografo per Vogue a icona di stile a New York

Raimondo Rossi, alias Ray Morrison, è un fotografo, stylist e art director perugino. Vive fra Perugia, Roma, e appena può Los Angeles. Seguito e stimato per la sua versatilità artistica, come fotografo, segue un criterio preciso: i suoi ritratti o reportage sono rigorosamente senza Photoshop e con macchine fotografiche poco costose. Su Vogue Italia sono presenti decine di fotografie da lui scattate negli ultimi due anni. Per lo styling personale è stato spesso inserito fra gli uomini da seguire per la moda uomo, a Firenze, a Milano, a Hollywood. Vogue, GQ, Getty Images, NZZ, GMARO e altre riviste lo hanno fotografato per e nei suoi differenti modi di vestire, o scelto come “cover man”.

Come art director prepara degli editoriali per delle riviste italiane o inglesi: messaggi precisi e che cercano un punto di incontro fra la moda e altre discipline. Solitamente cura anche lo styling dei servizi fotografici o dei video. Ora conquista New York. Dal 15 marzo sarà in copertina sul famoso magazine della Grande mela Compulsive. Assieme ad Alessio Musella, ha inoltre lanciato una campagna fotografica, “My Voice”, contro la discriminazione.

Nei suoi scatti Raimondo Rossi celebra la diversità. Una reazione agli episodi di bullismo che lui stesso ha subito in prima persona e a cui ha poi assistito nel corso degli anni. Raimondo riesce tramite i suoi scatti a far riflettere su importanti tematiche che mai come adesso affliggono il mondo.

Ray Morrison3
 

L'intervista

Raimondo, a marzo il prestigioso magazine newyorkese Compulsive le dedica la copertina. Un privilegio riservato a pochi italiani. Qual è stata la sua reazione quando lhanno contattata?

"Essere scelto per rappresentare lo stile italiano negli Stati Uniti non può che rendermi felice. Conoscevo il magazine che proprio qualche anno fa ospitò Obba Babatundé, vincitore di un Emmy e star di Broadway. In un video lui stesso raccontava di come fosse stato un grande onore essere scelto da Compulsive. Ora, far parte della lista degli italiani che hanno avuto il privilegio di essere inseriti sulla cover di un giornale così importante, mi fa apprezzare ancora di più il lavoro svolto in questi anni".

Riavvolgiamo il nastro. Com’è diventato fotografo?

"Sin da bambino ho respirato in casa l’aria dell’arte. Amavo guardare mia madre che durante i nostri viaggi i camper in giro per l’Europa si dilettava a scattare con la sua macchina fotografica. L’interesse per la fotografia è nata in quel momento. Poi circa sette anni fa ho accompagnato una mia amica a iscriversi a un corso di fotografia. Decisi di iscrivermi anche io e questo mi ha permesso di apprendere le nozioni tecniche. In quel momento avevo già iniziato a fare qualche reportage come blogger nei backstage e ricevevo inviti per partecipare alle sfilate".

Nei suoi scatti ritrae principalmente i volti. Da cosa viene rapito?

"Vengo rapito dalle smorfie, dalle espressioni e ancora di più dagli sguardi. Questo mi permette di entrare in contatto più che con le persone con le loro anime. Quando realizzo degli scatti preferisco non pianificare mai ma concedere spazi di evasione".

Oggi ognuno ha a disposizione un cellulare per poter scattare delle foto. E’ un bene o un male?

"È una benedizione. Tutti possono approcciarsi alla fotografia. Le scuole odierne di fotografia vogliono instillare un pericoloso insegnamento, quello di far credere che più si ha studiato e più si è bravi. Io invece la penso come uno dei miei ex professori, il Professor Sullivan dell’università del Michigan che era dell’idea che il cellulare più insegnare tanto. Più di quanto si possa credere".

Le sue fotografie sono state scelte per la campagna My voice” contro la discriminazione. Un impegno che scaturisce da sofferenze vissute in prima persona?

"Da piccolo sono stato un po’ preso di mira per il mio peso. Qualche battuta qua e là me la facevano anche se non ero solito replicare per il mio carattere introverso. Nel corso della vita è subentrata una insofferenza nei confronti di qualsiasi forma di discriminazione. Considerando che l’arte si nutre di messaggi io con la mia fotografia cerco di perseguire lo stesso scopo. Raccontare con uno scatto la discriminazione e la diversità per far capire che a prescindere dal colore della pelle siamo tutti uguali. La campagna “My voice” mette tutte le voci sullo stesso piano".

Se dovesse raccontare con unimmagine lultimo anno, come lo rappresenterebbe?

"Un tema che mi affascina e che mi sarebbe piaciuto sviluppare è quello della solitudine. Si tratta di una condizione di cui molti ancora oggi soffrono e che si è trasformato in un vero e proprio allarme sociale. Dopotutto le immagini delle sofferenze fisiche le abbiamo viste tutti. Quelle che non conosciamo abbastanza sono le ferite interiori".

Prossimi progetti?

"Spero di poter tornare presto a viaggiare. Sono stato contattato proprio qualche settimana fa per seguire un progetto di educazione nelle scuole superiori in Cina. Se si realizzerà, avrò modo di parlare dell’arte fotografica come strumento per vivere la quotidianità".

 

 

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