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Medicina
Barry Greene (Alnylam): “Innovazione inclusiva per un benessere diffuso”

di Lorenzo Zacchetti
 

È in corso a Milano “About a City. Places, ideas and rights for 2030 citizens”, quattro giorni di lecture, talk, dibattiti, spettacoli e proiezioni per raccontare le trasformazioni urbane e i loro impatti sulla cittadinanza. L’iniziativa si svolge alla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli nell’ambito di Milano Arch Week, con tre curatori d’eccellenza come l’archeologo e storico dell’arte Salvatore Settis, l’architetto e urbanista Stefano Boeri e il sociologo ed economista Mauro Magatti.

Questa mattina si è svolto il convegno dal titolo “Moving towards healthy and inclusive cities”, con l’intervento di Marcello Balbo (IUAV-Università di Venezia e SSIIM Unesco Chair), Julio D Davila (Development Planning Unit, University College London), Veronica Dini (Associazione culturale Circola – Cultura, Diritti e Idee in movimento), Barbara Lehmann (Cassina) e Barry Green (Presidente di Alnylam).

Affaritaliani.it ha incontrato Greene per approfondire il tema della “innovazione inclusiva”, che sottende all’approccio di Alnylam non solo nello sviluppo dei farmaci, ma anche nella capacità di fare sistema con gli altri settori del settore, anche partecipando ad eventi come questo: “Siamo molto felici di essere oggi qui a Milano, perché questo evento è una grande occasione per parlare di innovazione e di come questa possa cambiare il sistema di healthcare in tutto il mondo”.

Per capire meglio la prospettiva del discorso, bisogna fare qualche passo indietro e tornare alla nascita di Alnylam: “La nostra azienda è leader nello sviluppo di trattamenti che consideriamo rivoluzionari, ovvero le terapie RNA. Siamo partiti 16 anni fa, proprio dalla convinzione di poter dar vita a un nuovo genere di farmaci. Il punto fondamentale è quanto l’innovazione possa giocare un ruolo trasformativo nei confronti della salute. Io credo che la città del futuro debba essere focalizzata sui concetti di benessere diffuso e di educazione a stili di vita più salutari. Molte malattie possono essere prevenute modificando i nostri comportamenti quotidiani e per le altre abbiamo nuovi farmaci, anche di tipo generico”.

Questo genere di approccio può generare dei benefici anche nell’ambito delle malattie rare che si definiscono in questo modo perché ciascuna di esse non coinvolge oltre lo 0,05% della popolazione (secondo i parametri dell’UE), ma che nel loro complesso impattano fortemente la società e il sistema sanitario: basti pensare che nella sola Lombardia ci sono circa 45.000 pazienti e che la spesa media per malato raro in Italia è pari a circa 5.000 euro, per un totale di 1,36 miliardi di euro all’anno, ovvero l’1,2% della spesa sanitaria nazionale: “Rispetto alle malattie rare è fondamentale alzare il livello di consapevolezza, obiettivo che si può raggiungere lavorando con le associazioni di pazienti e i position groups. La diagnosi precoce resa possibile dall’innovazione tecnologica ha certamente un impatto molto positivo sulla vita dei malati rari, ma anche della società nel suo complesso, perché se questi pazienti rimangono in migliori condizioni di salute possono essere cittadini proattivi e mantenere i loro posti di lavoro più a lungo. Possiamo aiutarli a rimanere al centro della società, invece che ai margini”.

Per farlo, però, bisogna entrare in una logica di network tra pubblico e privato: “L’integrazione tra istituzioni, centri accademici e aziende del nostro settore è fondamentale. La presenza di Alnylam in Italia è già molto rilevante con trial clinici in corso in 12 diversi ospedali. Per noi l’Italia è molto importante e, ad esempio, a Pavia abbiamo avviato la sperimentazione sulla terapia RNA sperimentale per le porfirie epatiche acute (AHPs). Stiamo investendo molto anche sulle partnership con i centri accademici italiani, soprattutto per quanto riguarda la diagnosi. Il problema tipico delle malattie rare è che la diagnosi arriva spesso con forte ritardo, che può andare anche da due a 15 anni, il che si ripercuote sia sulla possibilità di curare il paziente, sia sul sistema sanitario”.

“Siamo determinati a collaborare con i protagonisti della sanità, che in Italia sono le Regioni, che ne hanno la competenza amministrativa. Insieme a KPMG stiamo sviluppando il progetto ‘L’innovazione inclusiva in Regione Abruzzo’, che mira a far sì come la catena di diagnosi e presa in cura del paziente sia il più efficiente possibile, al fine di poter trovare spazio per l’innovazione. In estrema sintesi, abbiamo valutato i costi sia del pubblico, sia del paziente, evidenziando come la realizzazione di interventi mirati (come ad esempio l’apertura di centri specializzati nelle singole patologie) comporti dei costi iniziali, che però vengono poi ampiamente ripagati dalla diminuzione dei costi sia a carico del cittadino, sia del SSN. Il costo totale è inferiore e c’è spazio per l’innovazione”.

Quando si parla di innovazione, quindi, non ci si riferisce “solo” allo sviluppo delle conoscenze scientifiche, per quanto importante: “Cerchiamo di essere innovativi in tutto: non solo nello sviluppo del farmaco, ma nell’approccio verso tutto quello che facciamo. Come ad esempio essere qui oggi per questo evento trasversale, nel quale si parla di architettura, ma anche del benessere di chi vive nelle città”.

Ma in cosa consiste la peculiarità della RNA Interference, rispetto ad altre tipologie di trattamento? Tecnicamente, si tratta di un meccanismo epigenetico mediante il quale alcuni frammenti di RNA sono in grado di interferire (e spegnere) l'espressione genica. Barry Greene la spiega con una metafora decisamente efficace: “Se hai un rubinetto che perde, gli altri farmaci intervengono raccogliendo l’acqua caduta per terra. Noi invece chiudiamo il rubinetto”. E non è tutto: “Con la stessa tecnologia dell’RNA Interference si possono curare una serie di diverse malattie, tutte diverse tra loro, perché consente di trovare la soluzione specifica per ognuna”.

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