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Musica
Sun Kil Moon al Carroponte. Quando il bullo diventa poeta

di Lorenzo Lamperti
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@LorenzoLamperti

Di Michael Caine e Harvey Keitel non c'è traccia. Ma al Carroponte c'è colui che steso la colonna sonora sotto i faccioni dei due splendidi protagonisti dell'ultimo film di Paolo Sorrentino, Youth - La giovinezza. Già, sul palco del festival che anima di buona musica l'estate milanese, è salito anche Mark Kozelek. Per chi non lo conoscesse, stiamo semplicemente parlando di uno dei più grandi bulli del panorama musicale americano (e non) ma contemporaneamente di uno dei suoi più grandi poeti.

Già leader dei Red House Painters negli anni Novanta, Kozelek ha portato il folk-rock su un territorio cupo, minimale ma profondamente emotivo con i Sun Kil Moon, acclamata creatura che lo ha portato a occuparsi della colonna sonora, con tanto di apparizione dal vivo, della pellicola del regista premio Oscar con La grande bellezza. 

Mark sale sul palco del Carroponte in leggero ritardo. Il pubblico è tutto armoniosamente posizionato lì davanti, in silenziosa attesa. La moderna e placida liturgia del poeta sgarbato sta per cominciare. Si entra così, piano piano e quasi in punta di piedi, nel mondo dei Sun Kil Moon. Si lascia da parte la rabbia e si fa spazio ad altri sentimenti dal costante retrogusto agrodolce. L'unico autorizzato a qualche scatto d'ira è lui, Kozelek, uno che ha addirittura dedicato una canzone intitolata "Suck My Cock" al gruppo dei The War on Drugs. Così, giusto per dire.

All'inizio la sua chitarra è messa in un angolo e Mark canta battendo sul tamburo. Il pubblico è trasportato in un'ipnotica onda poetica che si snoda lungo i percorsi conosciuti di "Micheline" e "Carissa" e quelli inediti di Universal Themes, l'album uscito appena a un anno di distanza dall'acclamatissimo Benji. Ma che cosa volete che gliene freghi delle prassi, delle usuali scadenze, a un poeta che se la prende con i roadies e manda a quel paese chiunque gli capiti a tiro ma che allo stesso tempo ricorda con malinconia ed emozione il suo primo viaggio in Italia? Assolutamente nulla. Così come al pubblico che dopo This Is My First Day And I’m Indian And I Work At A Gas Station Mark riesce a far tornare a casa con la nostalgia di un qualcosa che non si è mai vissuto.

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