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Politica
Cambiamo verso al "building consensus"

Con la riforma del Senato stiamo provando ad aggiornare il nostro software istituzionale. Il bicameralismo perfetto ha avuto ragione di esistere nell'immediato dopoguerra consentendo la più ampia partecipazione nel dibatitto politico ai partiti della prima Repubblica. Nella c.d. seconda Repubblica ha creato gravi incertezza e, su di sè, ha tutta la responsabilità dell'instabilità dei governi degli ultimi 25 anni. Il Porcellum ha poi inferto l'ultimo colpo ad una istituzione che nei Paesi occidentali ha ovunque funzioni e composizioni diverse da quelle individute nella nostra Carta Costituzionale. Il Senato.

Croce di tutti i governi, causa di sfiducie, oggetto di compravendita di seggi, luogo di spartizione di ministeri e strapuntini di sottogoverno. Insomma radice del caos e causa della palude. Il punto è che il lavoro, l'impresa e lo sviluppo si agganciano innanzitutto con la stabilità (non quella della legge ma quella di governo) con buona pace di tutti i governi che si sono succeduti. La percezione e forse la convinzione, è che i primi segnali di ripresa del Paese siano dovuti anche all'assenza di competizioni elettorali. Per riagganciare la crescita, abbiamo assoluta esigenza di chiarezza nei meccanismi di produzione delle leggi e di velocità di azione nei processi decisionali.

E il nuovo Senato prova ad andare proprio in questa direzione. Al di la di tutte le altre pur legittime considerazioni, questo è il dogma intoccabile della riforma costituzionale (unitamente a quella elettorale). Provare ad introdurre un nuovo metodo di "building consensus" più capace di stare al passo con l'impresa, il lavoro e le opportunità di crescita. Per il resto si ha invece la sgradevole convinzione che la battaglia della c.d. minosranza interne al Partito Democratico sia una delle ultime battaglie di retroguardia di una sinistra acquartierata che ha l'unico demerito di non aver compreso che l'onda anomala è ormai arrivata sulla battigia.

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