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Politica
Conte, l’ora del premier-statista. I 5Stelle non sono "ragazzi che sbagliano"
Leader Giuseppe Conte

Con l’Istituto superiore di sanità che prevede un rapido peggioramento sui contagi da Coronavirus il governo intende prolungare lo stato di emergenza sino al 31 gennaio 2021 imponendo agli italiani una “stretta” già con l’obbligo di mascherine all’aperto in tutta Italia per proseguire – Dio non voglia – con l’isolamento di alcune zone. Sale già la protesta di chi accusa Conte di essere il “Kim Jong-un” italiano o il novello Mao, in altre parole un dittatore comunista.

Tutto si può pensare, del premier Conte, ma non che sia stato comunista e che sia nostalgico del comunismo: quello originale dittatoriale, dei carri armati, dei gulag, delle guardie rosse. Conte stesso si è definito di sinistra e appartenente alla tradizione politica del cattolicesimo democratico. Resta però il fatto che il governo giallorosso presieduto da Conte sia il più filocinese della UE e che la Cina allarghi (al pari di mafie e potentati internazionali) la sua presenza in Italia come una piovra, una presenza che con l'economia e la politica del Belpaese praticamente bloccate non potrà che estendersi ancora, specie dopo un eventuale nuovo lockdown.

Alla UE sta bene così, con il governo Conte stabile a garanzia nell’onorare prestiti e debiti e con l’Italia nel ruolo di hotspot migranti dell’Europa. Sta bene così, per primi, ai due principali partiti di maggioranza, M5S e Partito democratico, i quali, pur con toni e argomenti diversi - dopo la vittoria dei SI nel referendum sul taglio dei parlamentari (una marchetta ideologica) e lo scampato pericolo (si fa per dire) alle regionali – insistono nella demagogia, nel pauperismo e nel giustizialismo chiudendosi nell’arroganza e nella supponenza politica. Questo perché maggioranza e governo si sentono adesso in un ventre di vacca: tanto non si voterà fino alla scadenza della legislatura nel 2023 infischiandosene dell’aria che tira nel Paese sancita anche degli ultimi sondaggi (Index Research) con il Centrodestra (47,7%) davanti al Centrosinistra (43%) specificatamente la Lega davanti a tutti (24%), il Pd fermo al 20%, FdI (16,2%) davanti al M5S (16%), la metà esatta (32%) delle ultime politiche e quindi oggettivamente sovradimensionato nella sua rappresentanza parlamentare. Lo stesso Pd inchiodato sul 20% e il M5S dopo gli exploit alle urne del 2013 e del 2018 sfibrato dalle ripetute sconfitte elettorali (vaporizzato alle regionali) pagano la loro crisi di identità e di strategia politica addirittura facendo crescere negli italiani il rimpianto per la politica, i partiti, le leadership della prima Repubblica.

Così facendo, l’abbraccio con il Pd diventa per i 5Stelle mortale, perdendo elettori sia verso sinistra che verso  destra. È non solo a sinistra, la sempre irrisolta questione delle alleanze che qui il M5S con la compiacenza del Pd cerca di risolvere con una nuova legge elettorale proporzionale, per poter essere decisivi anche con un partito sotto il 15% dei voti (tipo l’ex PSI) con alleanze decise dopo il risultato delle urne, non indicate prima. Addio, originaria purezza, quindi. Tutti i principi della “diversità” per cui i 5Stelle erano nati e cresciuti (a dismisura) sono saltati uno dopo l’altro provocando delusione ed emorragia elettorale. La storia si ripete. Ammoniva Pietro Nenni: “A fare a gara a fare i puri, troverai sempre uno più puro... che ti epura”. Qui siamo. Entrando nelle stanze dei bottoni i 5Stelle hanno perduto, con la presunta verginità, la loro credibilità politica diventando tali e quali agli altri e anche peggio (bollati dal democristiano mai pentito Mastella: “Robespierre dei miei stivali”) scoprendosi sia a sinistra che a destra.

Così il Pd, sempre nella palude ma sempre al potere, regge anche grazie agli elettori in fuga dai 5Stelle; così cresce ovunque la destra, specie FdI. Quella “destra” che grazie a questo M5S, a questo Pd e a questo governo, cresce elettoralmente, fino ad essere maggioranza nei sondaggi, con oltre il 48%. Non è il 48% della DC partito dei cattolici, moderato, centrista, baluardo anticomunista. Sarà il momento, anche per Conte, di chiedersi il perché la maggioranza degli elettori (comunque tanti italiani) vuole cambiare, premiando questo centrodestra. A meno che si creda davvero che il 48% degli italiani siano tutti “fascisti”, plagiati da Salvini&Co.

Conte non può limitarsi nel ruolo di mediatore: fare da notaio, da paciere nelle diatribe interne ai partiti del suo governo. Tanto meno può considerare con benevolenza i 5Stelle, alla guisa di “ragazzi che sbagliano”, cui basta una tiratina d’orecchie per ricondurli alla ragione. Un premier ha le sue priorità, oggi l’emergenza Covid, la crisi economica e sociale ecc. Ma non può “disinteressarsi” di quel che nei partiti della sua maggioranza pensano del parlamento, della democrazia, della politica, dei partiti. Perché così, strada facendo, negli italiani dilagano inquietudini e incertezze che alimentano divisioni, estremismi populistici e, all’opposto, rassegnazioni. Conte, per la sua cultura e per la sua formazione ideale e politica, è il baluardo di questa democrazia da innovare fuori da colpi di testa, fuori da colpi di mano. La posta in palio è alta e il tempo stringe. Conte non è uomo di parte né di partito. Serve dimostrarlo. Serve il premier statista.

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