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Politica

Chiuso il primo tempo della verifica, il cielo sopra i Palazzi è tutt’altro che sereno. Dopo il confronto più atteso tra il leader di Italia viva Matteo Renzi e il premier Giuseppe Conte, infatti, è scattata la pausa di riflessione. Toccherà ora al presidente del Consiglio sciogliere la riserva e alla fine all’ex premier dirsi più o meno soddisfatto dall’accoglimento delle sue proposte. Dunque, lo spauracchio della crisi aleggia eccome. Per dirla tutta, la crisi è sempre lì, dietro l’angolo. Mentre a complicare o facilitare le cose, dipende dai punti di osservazione, ci si mette la voce sempre più insistente di un possibile governo Draghi. Ma è proprio per evitare questo scenario che è scattata l’operazione salvare il “soldato Conte”. In che modo? Con il tanto “rinnegato” rimpasto. Che, in realtà, non è mai uscito di scena, ma è solo innominabile, anzi, l'Innominato. Basta, insomma, non parlarne ad alta voce. Tant’è che tra i più nella maggioranza prevale la convinzione che tutto si risolverà rimettendo mano alla squadra in campo. Sarà pure una liturgia da prima Repubblica, come sostiene Conte, tuttavia è questa la strada per uscire dalle secche.

I riflettori sono puntati innanzitutto sul sottosegretario alla presidenza del Consiglio. E, in effetti, a Riccardo Fraccaro da tempo stanno fischiando le orecchie. Non solo per i messaggi, neanche tanto sibillini, arrivati dal Pd - il vicesegretario dem Andrea Orlando nei giorni scorsi ha detto chiaramente che “Conte deve pensare a risorse aggiuntive che lo aiutino a tenere insieme le parti in una fase così difficile, figure alla Gianni Letta, per intenderci”. Anche nel Movimento cinque stelle da un po’ c’è malcontento intorno a Fraccaro. “Nulla da eccepire sul suo operato quando era ministro - racconta ad Affari una fonte M5s -, ma il suo ruolo attuale non sembra averlo compreso fino in fondo”. A pensarci bene, tra l’altro, sacrificare l’attuale sottosegretario alla presidenza del Consiglio potrebbe consentire a Conte di dire ai suoi scalpitanti alleati, che chiedono indefessamente maggiore collegialità, di averli ascoltati. Chi dovrebbe rivestire il ruolo di tessitore, di un Gianni Letta giallorosso? Un bel busillis. Una cosa è certa, però: il Movimento non cederebbe quella casella agli alleati. E proprio tra le fila pentastellate circola già un nome, come spiffera al nostro giornale un insider Cinque stelle, “quello di Stefano Buffagni”: “Un suo seguito, almeno una ventina di parlamentari, ce l’ha. Ma non è detto che, alla fine, se dovesse essere messo in discussione l’incarico di sottosegretario alla presidenza, l’attuale viceministro allo Sviluppo economico possa spuntarla. Anche perché, ultimamente, soprattutto dagli Stati generali in poi, ha assunto posizioni troppo critiche”.

Nell’ottica di un rimpasto chirurgico, inoltre, è la poltrona di Luciana Lamorgese al Viminale quella che, almeno per gli equilibri tra partiti, risulta più facilmente rimovibile. Fermo restando che bisognerebbe fare comunque i conti col Colle più alto, pure qui alla fine si aprirebbe uno scontro. Stavolta tutto interno al M5s. Per occupare quel posto si fa infatti il nome di Vito Crimi, attuale viceministro dell’Interno: “Sarebbe in fondo la giusta ricompensa - riflette ad alta voce un Cinque stelle della prima ora - per Vito che si è sacrificato nel delicato ruolo di capo politico reggente”. “Il problema, però - ragiona con Affari un’altra fonte -, è che il ministero dell’Interno sarebbe attenzionato da Luigi Di Maio. Nel caso in cui, ovviamente, la Farnesina dovesse toccare a Renzi”. Insomma, per quanto si voglia tentare un tagliando con il bisturi, il gioco d’incastri non sarà roba facile né tra i partiti alleati e né all’interno delle singole forze politiche.

Tante le incognite ancora sul tavolo. Con Roberto Fico che, si vocifera nei capannelli alla Camera, “sarebbe molto tentato dalla corsa a sindaco di Napoli. Ma certo, dovrebbe essere una candidatura figlia di un accordo blindato col Pd. Che, però, non è da escludere, visto che per lo scranno di terza carica dello Stato si è prenotato da tempo un big dem e cioè Dario Franceschini”. Un’altra incognita, poi, è connessa alla delega ai Servizi. E qui, al netto della risaputa contrarietà del premier a cederla, bisognerà capire chi la spunterebbe tra Emanuele Fiano, in quota Pd, ed Ettore Rosato, in quota Iv, i due nomi che circolano più insistentemente. “Anche se per Rosato - raccontano - si pensa pure al Mit”. E questo confermerebbe la posizione in bilico dell’attuale ministro Pd Paola De Micheli che, nel borsino di gradimento della squadra di governo, si posiziona agli ultimi posti, insieme al ministro del Lavoro, la M5s Nunzia Catalfo.

Sullo sfondo, però, si intravede un’ulteriore exit strategy. Forse la più indigesta per il premier Conte, ma che risponderebbe a perfezione all’intento di imbrigliarlo: “Tre vicepremier ed è fatta - dice ad Affari una fonte ben informata -: Di Maio tornerebbe a rivestire il doppio ruolo di ministro e vicepremier, che già ricopriva ai tempi del Conte uno, Nicola Zingaretti e Matteo Renzi entrerebbero nel governo o solo con deleghe pesanti oppure anche loro nella duplice veste". Gli scenari, dunque, sono diversi. Le quasi certezze, invece, poche. Una di queste, come ha già scritto il nostro giornale, sarebbe la casella di sottosegretario agli Esteri lasciata libera dall’Iv Ivan Scalfarotto “destinato a un ruolo importante al Wto”. Un altro cambiamento che ad Affari danno quasi per certo riguarderebbe, infine, un cambio tra i capidelegazione al governo: esce Alfonso Bonafede e ritorna Di Maio. “Un passaggio - assicura un parlamentare pentastellato dietro garanzia di anonimato - visto con favore dai gruppi parlamentari. Nessuno scontro su questo”.

 

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