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La segreteria Pd con il Cencelli, così Letta rianima le correnti

Il neosegretario decide e non contratta. Esclusa del tutto l’area che fa capo a Martina. I capibastone avvisati cinque minuti prima di ufficializzare la squadra

C’erano una volta le correnti del Pd. E ci sono ancora. Ebbene sì: fatta la segreteria, trovato l’inganno, verrebbe da dire. Anche il neosegretario Enrico Letta, infatti, alla fine non ha potuto fare a meno di ricorrere al sempreverde manuale Cencelli. Basta guardare alla composizione della neonata squadra per rendersene conto. Con buona pace dei propositi della vigilia…

C’erano una volta le correnti del Pd. E ci sono ancora. Ebbene sì: fatta la segreteria, trovato l’inganno, verrebbe da dire. Anche il neosegretario Enrico Letta, infatti, alla fine non ha potuto fare a meno di ricorrere al sempreverde manuale Cencelli. Basta guardare alla composizione della neonata squadra per rendersene conto. Con buona pace dei propositi della vigilia. Eppure Letta, proprio il giorno del dell’assemblea nazionale che lo ha incoronato segretario, era stato netto nel dire che “un partito che lavora per correnti non funziona” e nel condannare l’immagine trasmessa all’esterno di “una torre di Babele”. Con tanto di postilla finale: “Ancora non ho capito qual è la geografia delle correnti”.

A quanto pare, invece, ci ha messo un attimo ad orientarsi, visto che la nuova segreteria le rispecchia tutte. O quasi. Ma andiamo con ordine. Chiara Braga (Transizione ecologica) e Manuela Ghizzoni (Istruzione e università) sono franceschiniane. Se Susanna Cenni (Politiche agricole) è vicina a Gianni Cuperlo, anche Matteo Orfini può contare su una sua fedelissima. Si tratta di Chiara Gribaudo, a cui è andata la delega ai giovani. Non potevano mancare, naturalmente, gli zingarettiani, ben tre: Cecilia D’Elia (Parità di genere), Filippo Del Corno (Cultura) e Stefano Vaccari (Organizzazione). Senza contare l’ex ministro Francesco Boccia, vicino al governatore del Lazio ma pure allo stesso Letta.

In quota Orlando, invece, si contano Anna Rossomando (Giustizia e diritti) e l’ex sottosegretario all’Economia Antonio Misiani. Spazio nella segreteria poi a Lia Quartapelle. La deputata dem (che si occuperà di Europa, affari internazionali e cooperazione allo sviluppo) è molto vicina a Paolo Gentiloni, ma anche all’attuale segretario. Da tempo, infatti, è nel board della scuola di formazione di Letta. Ma quali sono i nomi riconducibili alla più stretta cerchia del nuovo inquilino del Nazareno? Il segretario ha puntato su Mauro Berruto, a cui è stata assegnata la delega allo Sport, Cesare Fumagalli e Antonio Nicita, che dovranno occuparsi rispettivamente di Sviluppo economico e Tecnologie. C’è posto a bordo, infine, per la prodiana di ferro Sandra Zampa (per lei la delega alla Salute) e, in rappresentanza di Base riformista, per Enrico Borghi (Politiche per la sicurezza). Anche se, a onor del vero, Borghi è stato uno dei consiglieri politici di Letta premier.  *BRPAGE*

Una cosa è certa, però, e cioè che la corrente che fa capo a Lotti e Guerini è passata da tre a un solo rappresentante in segreteria. Con Zingaretti, infatti, c’erano Emanuele Fiano, Caterina Bini e Carmelo Miceli. Ma a ben guardare, bisogna registrare pure la totale assenza di esponenti della corrente Fianco a Fianco di Martina. L’ex segretario aveva da poco inserito in squadra Andrea de Maria, nel nuovo corso lettiano, invece, non c’è nessuno. Anche se, forse, la novità più rilevante è un’altra: nessun romano in segreteria, un unicum nella storia del Pd. Una sorta di punizione per il palazzo capitolino? Sta di fatto che geograficamente l’asse si sposta al nord. Nel Cencelli territoriale di Letta, infatti, sono cinque gli esponenti lombardi in segreteria, tre quelli piemontesi, mentre due provengono dall’Emilia Romagna. A Puglia, Basilicata e Sicilia, infine, resta un membro a testa.

Al di là dei nomi, comunque, l’operazione che sta mettendo in atto Letta è molto sottile. In pratica, finge di non tenere conto delle correnti e cerca di far passare il messaggio di un Pd che parte dalla base e soprattutto punta alle competenze. “Sui nomi scelti, infatti, è inattaccabile – ragiona una fonte parlamentare dem con Affaritaliani -. Ha nominato tutte persone serie, per cui sul merito nessuno può eccepire. Letta in sostanza rispetta le aree di provenienza, ma non contratta. La verità è che sta agendo in maniera fortemente simbolica e i segnali sono chiari. A cominciare dal vademecum: ha chiesto alla base di esprimersi e, nel giro di 48 ore, lo ha inviato a tutti i circoli”. Anche sul metodo, in realtà, Letta sta facendo capire quale sarà il suo modus operandi. E la neonata segreteria ne è la prova: “Cinque minuti prima di ufficializzarla, ha informato i capicorrente, ma senza contrattare”.

Chissà se adesso con i capigruppo di Camera e Senato il metodo sarà lo stesso, viene da chiedersi. Proprio oggi, intanto, il capogruppo del Pd al Parlamento europeo Brando Benifei ha rimesso il suo mandato. Guarda caso alla vigilia dell’incontro di Letta con gli europarlamentari. Dunque, si presenterà dimissionario all’appuntamento. Che sia o meno una decisione concordata con il segretario, si tratta di uno schema che difficilmente sarà replicabile alla Camera e al Senato. “Di sicuro, a Letta – racconta la fonte – piacerebbe se pure Marcucci e Delrio si dimettessero. Anche solo per riconfermarli subito dopo. Per il segretario, sarebbe comunque un modo di far valere il suo peso. Ma è improbabile che accada”.

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Che alternative rimangono? Il numero uno del Nazareno, se non vorrà lasciare le cose come stanno, può decidere di andare al muro contro muro, ma poi sarebbe davvero complessa la navigazione per il partito con una lacerazione così forte in Parlamento. “Oppure, se ci sarà mai una soluzione per cui si decidesse di sostituire un capogruppo come Marcucci, si tenterà la strada del compromesso. Sulla falsariga dell’epilogo della vicenda Gualtieri e della notizia della sua candidatura per il Campidoglio”. In che senso? “Gualtieri è stato di sicuro mal consigliato e, alla fine, ‘impallinato’. Anche se poi ieri Letta e l’ex ministro insieme hanno comunicato la loro irritazione per la fuga di notizie. Ecco, sui capigruppo il metodo potrebbe essere questo: una nota in cui i diretti interessati spiegheranno di aver trovato una soluzione di comune accordo”.