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Palazzi & potere
Tutti fingono di non sapere che c'è il boom dei morti di fame

Per la prima volta nella mia lunga attività giornalistica mi vergogno per un mio scoop, scrive Pierluigi Magnaschi su Italia Oggi. Non perché sia uno scoop falso. Il che sarebbe comprensibile. Ma perché è uno scoop vero. Mi vergogno, prima di tutto, per me, per il fatto cioè di non averlo scritto prima. Mi vergogno poi per la mia categoria che, pur avendo scritto, sui media nazionali, centinaia di articoli di fondo (spesso vuotamente impettiti e sussiegosi) non ha mai scoperto questo drammatico problema che peraltro è sotto gli occhi di tutti, ammesso di disporre di occhi che vogliono vedere, non dico le cose nascoste, ma almeno quelle che sono evidenti. Mi vergogno infine anche per i colleghi dei Tg (specie quelli della tv pubblica; ma anche gli altri non hanno scusanti) che hanno nascosto sistematicamente la notizia e per quelli dei talk show che sono diuturnamente impegnati a rompere, prima in quattro e poi in otto e poi ancora in sedici, i capelli, spesso squallidi, della politica politicante.

Il mio scoop è questo, centinaia di migliaia di famiglie italiane sono oggi letteralmente alla fame. Lo sono perché, essendo povere e non avendo risorse da parte e soprattutto non essendo prese in considerazione da nessuno (perché l'Italia è il solo paese al mondo privo, in base ai fatti, di un partito di sinistra, pur essendo quest'area politica apparentemente al governo) queste classi povere, dicevo, sono state investite in pieno dallo tsunami del coronavirus senza disporre di ammortizzatori e nell'indifferenza di tutti, e soprattutto di quel ceto politico che avrebbe dovuto essere stato eletto per difenderle.

Queste famiglie, che ho interpellato personalmente (memore del motto, sempre valido, che il vero giornalismo si fa, lo diceva persino Luigi Einaudi nel 1921, prima con i piedi, e solo poi con la testa; l'altro giornalismo opinionistico infatti è soprattutto un taglia e incolla fra consanguinei), queste famiglie, dicevo, guadagnavano, prima di aver perso il posto, sui 1.300 euro al mese. Hanno in media due figli piccoli. Vivono, non si capisce come, in appartamenti da 400 euro al mese di affitto, nei quali è facilmente capibile come si trovino adesso quattro persone (due adulti e due minori) che sono anche costrette a non uscire di casa.

Per sopravvivere, le mogli si dedicavano a lavoretti, non lunghi, visto che debbono accudire anche ai figli, come la pulizia delle scale o lavori domestici ad ore, spesso in più famiglie, dato che non vivono nelle zone Ztl e quindi hanno come datori di lavoro delle famiglie quasi parimenti marginali, di poco più in su di loro nella scala del reddito e che quindi ricorrono a un aiuto domestico esterno minimo, chiesto solo per far fronte alle punte di lavoro da loro non direttamente eseguibili.

Improvvisamente queste famiglie, e sono centinaia di migliaia, in aumento ogni giorno di decine di migliaia, nell'indifferenza di tutti, si sono trovate senza risparmi (anzi con qualche debituccio ineliminabile) e senza redditi. Il marito (barman, cameriere, sguattero, commesso, pulitore di vetrine e così via) ha perso il posto perché la microimpresa (che magari tanto lo apprezzava) è stata chiusa per decisione (giusta) dello Stato. Il quale Stato però, mai indispensabile come adesso, se funzionasse, si è dimenticato di risarcire l'impresa (come nel caso degli espropri) per il sacrificio che gli ha imposto a nome della società.

Anche la moglie che faceva lavoretti ha perso le sue piccole entrate perché le famiglie presso le quali prestava il suo servizio sono composte da persone che vivono in piccoli appartamenti (nei quali una persona in più, quella che fa i lavori, li farebbe soffocare) e che, per di più, queste famiglie rinunciano a una collaborazione esterna, anche per pochissime ore la settimana, per paura che la persona che entra in casa possa veicolare, nelle loro quattro mura, il virus di cui quasi nessuno sa di esserne stato ghermito.

Per questo tipo di famiglia che è sul bordo del precipizio, l'intervento sostitutivo di uno stato degno di questo nome dovrebbe essere immediato, sicuro, certo e continuativo. Così come lo è la bombola dell'ossigeno per i malati di coronavirus curati in casa. Un mio amico medico, tra l'altro primario oncologo, che, con un gruppo di collaboratori esemplari, si dedica a questa commendevole e per lui straordinaria attività sanitaria, l'altro giorno ha fatto il diavolo a quattro per far arrivare d'urgenza una bombola di ossigeno presso la casa di un suo paziente (e c'è riuscito con la collaborazione di un sacco di gente che, contrariamente al governo, non ha fatto finta di non vedere). Il suo commento a operazione conclusa, è stato: “Non bastava far arrivare la bombola d'ossigeno ma era assolutamente necessario farla arrivare in tempo perché, altrimenti, avrebbe raggiunto un morto che, di quella bombola, non avrebbe saputo di che farsene”.

Il governo delle 48 pagine piene di 19.645 parole, del decreto, sulla “liquidità”, aveva inventato, per gli esercizi commerciali che possono ottenere la cassa integrazione in deroga, l'obbligo, da parte delle aziende costrette a chiudere e quindi con l'acqua alla gola, di anticipare, a favore dei loro dipendenti, l'ammontare della cassa integrazione, della quale sarebbero poi state rimborsate solo in occasione della loro successiva rata fiscale. Questa assurda e inaccettabile soluzione è poi rientrata a seguito della forte presa di posizione di ItaliaOggi che ha costretto il governo a ritornare immediatamente sui suoi passi e a sostituire, con un bypass bancario garantito dallo Stato, questa norma iugulatoria contro imprese quasi defunte (quindi senza sangue) in un accanimento inaccettabile anche perché socialmente ed economicamente assurdo.

Le famiglie oggi a rischio di fame sono spesso (ma non solo) famiglie di immigrati che si erano inserite lodevolmente nel tessuto sociale ed economico del paese, accettando con disciplina le condizioni spesso dure. Queste famiglie, sinora, sono state in grado di assicurarsi la sopravvivenza che, con i loro sacrifici, è stata anche dignitosa. Sono famiglie (e lo dico per averle conosciute) che hanno allevato da bravi italiani i loro figli che spesso, già alle elementari, sono fra i più bravi. Uno, in seconda media, è un appassionato di storia romana che studia per conto suo e che, orgoglioso, spiega, per iscritto e in filippino, ai parenti che sono rimasti a Manila. Questa gente, che rappresenta il futuro dell'Italia, è stata adesso gettata nella tramoggia dell'indifferenza e non capisce perché in Svizzera ma anche in Uk le provvidenze statali sono concretamente erogate qualche giorno dopo la loro ufficializzazione mentre da noi esse non si sono ancora tradotte in un euro, quattro settimane dopo l'approvazione dei decreti che dovrebbero renderli disponibili.

Ma oltre alla mattanza sociale (che è inaccettabile) il governo (perché è a lui che competono queste scelte) gioca anche con la stabilità civile. Una famiglia, quanto può resistere senza reagire in questa situazione di estremo bisogno? Un disperato è pericoloso. Un milione di disperati nel pieno delle forze (e della disperazione) può diventare pericolosissimo. Meno male che c'è la Caritas che (anche con l'aiuto di imprese e persone) cerca di supplire per qualche settimana a questa situazione drammatica contro la quale non potrà reggere a lungo mentre il governo Conte continua a vomitare decreti, decretini e decretoni, tutti inoperanti. Le famiglie in sofferenza chiedono la bombola ad ossigeno, il governo gliela scaglia contro. Vuota, anche.

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