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Se lavorate in smart working avete diritto alla vostra privacy

In questi ultimi mesi il lockdown ha comportato il ricorso massivo allo smart working, che sembra aver prodotto anche degli effetti positivi sia per le imprese sia per i dipendenti, che con il “lavoro agile” godono di maggiore autonomia e libertà, risparmiando denaro e tempo che normalmente occorrono per recarsi in ufficio.

Negli Stati Uniti, giganti della tecnologia come Google, Facebook e Twitter hanno comunicato la loro intenzione di voler consentire ai propri dipendenti attualmente in smart working di poter continuare a lavorare da casa anche una volta che sarà finita l’emergenza, ma non è sempre tutto oro quello che luccica.

Come riporta il New York Times, ci sono infatti molte società oltreoceano che stanno richiedendo di installare strumenti di controllo sui computer dei propri dipendenti che lavorano da casa per controllare ogni minuto della loro giornata lavorativa.

Per esempio, da inizio marzo sono triplicati i download di “Hubstaff”, un software in grado di fornire al datore di lavoro un resoconto ogni 10 minuti di tutto ciò che fa il dipendente, tenendo traccia dei movimenti del mouse e delle digitazioni sulla tastiera, registrando la cronologia delle pagine web visitate (compreso il tempo trascorso sui social network), ed elaborando un punteggio di produttività del lavoratore sulla base di tutte le attività rilevate.

Un’altra app che molte aziende americane chiedono di scaricare ai dipendenti sui loro smartphone è “TSheets”, che tiene sotto controllo la loro posizione mediante geolocalizzazione per accertare che si trovino effettivamente nella loro abitazione durante l’orario d’ufficio.

Altri datori di lavoro hanno invece iniziato a utilizzare un software chiamato “Time Doctor”, che permette al capo di visualizzare in remoto gli schermi dei computer dei dipendenti mentre lavorano, consentendo anche alla webcam del pc di scattare una foto dell’impiegato ogni 10 minuti. E se si rimane inattivi per qualche minuto, come per andare in bagno o altre necessità, sul monitor appare un pop-up che avverte di dover riprendere a lavorare entro 60 secondi se si vuole evitare la decurtazione del tempo perso dalla busta paga.

Anche se l’imposizione di tali software ai dipendenti in smart working può sembrare invadente, negli Stati Uniti non è illegale, perché non vi sono molte tutele sul controllo a distanza dei lavoratori, e le leggi federali non lo vietano. Anzi, in alcuni stati non è neanche richiesto che i lavoratori vengano avvisati preventivamente quando vi è intenzione di assoggettarli a tecniche di monitoraggio. Ciò non toglie che si stiano osservando crescenti malumori trai dipendenti che vengono costantemente controllati, e di questi tempi negli Usa il lavoro da casa non sembra più un’opportunità così appetibile.

In Italia la situazione è fortunatamente diversa, e negli ultimi anni le tutele sui controlli a distanza hanno retto anche alla riforma del Jobs Act. Anche nei giorni scorsi il Garante per la Privacy Antonello Soro, in audizione al Senato ha ribadito che il ricorso intensivo alle nuove tecnologie “deve avvenire nel pieno rispetto delle garanzie sancite dallo Statuto dei Lavoratori a tutela dell’autodeterminazione”, precisando che non sarebbe legittimo fornire per lo smart working un computer al lavoratore dotato di funzionalità che consentano al datore di lavoro di esercitare un monitoraggio sistematico e pervasivo dell’attività compiuta dal dipendente.

Mentre negli Stati Uniti le persone possono rivendicare ben poco della loro sfera privata quando sono sul lavoro, in Italia invece certi diritti rimangono ancora un caposaldo del nostro ordinamento giuridico, e ogni lavoratore può beneficiare di importanti norme a tutela della sua privacy anche quando lavora in smart working. 

Nicola Bernardi, presidente di Federprivacy – @Nicola_Bernardi

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