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Il Sociale
Adozioni internazionali in calo anche per il coronavirus e la crisi economica

Anche quest’anno la Commissione per le Adozioni Internazionali, con la collaborazione dell’Istituto degli Innocenti, ha pubblicato il report annuale sulle procedure di adozione internazionale intraprese e concluse nel corso del 2019. 

Il report "Dati e prospettive nelle adozioni internazionali" ha come oggetto i dati in possesso della Commissione per le Adozioni Internazionali, contenuti nei fascicoli dei minori stranieri autorizzati all’ingresso e alla residenza permanente nel nostro Paese a scopo di adozione e ha l’obiettivo di fornire un’analisi del fenomeno delle adozioni internazionali da un punto di vista quantitativo e qualitativo, in grado cioè di descrivere l’evoluzione del fenomeno stesso nonché di tracciare il profilo dei bambini stranieri adottati e delle coppie adottanti.

Da un punto di vista generale il dato che emerge con chiarezza è quello di un progressivo declino delle procedure concluse, così come del numero dei minori per cui è stata rilasciata l’autorizzazione all’ingresso a scopo adottivo, con un calo quasi della metà rispetto al 2015.

Tuttavia, all’interno di questo trend si riscontrano, come detto, significative differenze a seconda dei paesi di provenienza dei minori, con alcuni paesi che hanno addirittura invertito positivamente la tendenza come, per esempio, la Colombia o il Perù.

Una lettura che pone l’attenzione solo sul dato numerico rischia tuttavia di fornire un’analisi parziale del fenomeno. Il report intende quindi analizzare non solo dati quantitativi ma anche qualitativi, quali i profili delle coppie adottanti oltre che dei minori entrati in Italia a scopo adottivo.

In generale, il profilo delle coppie adottive descritto conferma la tendenza al rialzo dell’età media, con un alto livello culturale e socio-economico mentre per quanto riguarda i minori la classe di età più rappresentata è quella compresa tra i 5 e 9 anni con una leggera prevalenza dei maschi (il 53%) sulle femmine.

 

I dati del rapporto della CAI - Commissione Adozioni Internazionali

Nell’ultimo rapporto annuale della Commissione in merito alle coppie che avevano fatto richiesta di autorizzazione all’ingresso in Italia di minori stranieri nel corso del 2018 si parlava del raggiungimento di un nuovo minimo storico della numerosità dei casi in una misura però di appena il 3% in meno rispetto al 2017, cosa che aveva fatto pensare alla possibilità di aver raggiunto la fine del progressivo calo del fenomeno osservato negli ultimi anni e il posizionamento su di una soglia minima difficilmente scalfibile al ribasso.

Dalla lettura dei nuovi dati relativi all’anno 2019, però, tale aspettativa viene disattesa e riemerge con forza la ripresa del trend negativo che ha caratterizzato l’ultimo decennio. La numerosità delle coppie adottive tocca infatti nel 2019 un nuovo minimo storico, scendendo per la prima volta sotto la soglia delle mille unità (969), con una riduzione del 14% rispetto all’anno precedente.

Il dato è ancora più significativo se si allarga lo spettro temporale all’ultimo quinquennio dove si passa dalle 1.819 coppie del 2015 alle già citate 969 coppie del 2019, per una diminuzione in termini assoluti di 850 coppie e una diminuzione percentuale del 46,7%.

 

A livello territoriale le aree con il maggior numero di coppie adottanti, pur segnando significative diminuzioni, si confermano la Lombardia (128) e il Veneto (101) che insieme alla Campania (104) rimangono le uniche tre regioni con un numero di coppie adottanti al di sopra delle 100 unità.

Regioni che tra il 2018 e il 2019 mostrano andamenti piuttosto eterogenei: si passa dalle forti diminuzioni percentuali, sopra il 30%, registrate in Liguria e Sicilia, a quelle altrettanto significative comprese tra il meno 20% e il meno 30% registrate in Friuli-Venezia Giulia, Lombardia, Lazio e Puglia, fino a regioni che, diversamente dal trend medio nazionale, vedono aumentare il numero di coppie adottive: Trentino-Alto Adige, Umbria, Campania, Basilicata, Calabria e Sardegna.

Un tratto caratteristico delle coppie adottive che è rimasto invariato negli anni è relativo alla motivazione del decreto di idoneità. Nel 2019, il 72% delle coppie adottive aveva un decreto di idoneità generico, un dato lievemente più alto di quanto osservato nel 2018 ma in linea con gli anni precedenti.

Diversamente, poco meno di un quarto delle coppie era in possesso di un decreto mirato - un provvedimento in cui si indica un certo Paese di provenienza, una specifica appartenenza etnica, il genere del minore, lo stato di salute, una particolare età, spesso compresa tra zero e tre anni, o più in generale in età prescolare, o in cui si danno alcune indicazioni più o meno specifiche.

Residuale, invece, la quota delle coppie adottive in possesso di un decreto di idoneità nominativo (4,3%), ovvero un provvedimento nel quale viene fatta menzione a uno specifico bambino.

 

Più della metà delle coppie adottive del 2019 (59,5%) aveva conferito l’incarico all’ente autorizzato nel biennio 2017-2018, mentre per un più contenuto 16% si tratta di conferimenti del 2016. Percentuali che vanno progressivamente a scemare risalendo a ritroso negli anni: l’11,4% aveva conferito incarico nel 2015, il 3,8% nel 2014 e il 4,2% ha un conferimento antecedente al 2014.

Una quota marginale ma significativa, pari al 5,1%, fa riferimento a conferimenti avvenuti nello stesso anno 2019 (in merito a quest’ultimo dato la gran parte delle adozioni si sono realizzate in Ungheria, in Colombia e in Federazione russa).

 

Età e titolo di studio delle coppie

In linea con quanto rilevato negli anni precedenti, nel 2019 si conferma la tendenza al rialzo dell’età media delle coppie alla data del decreto di idoneità e alla data dell’autorizzazione all’ingresso. L’età delle coppie adottive alla data del decreto di idoneità ha come classe di età a maggiore frequenza quella tra i 40 e i 44 anni, il 35,6% per i mariti e il 38,3% per le mogli.

Più basse ma comunque significative le incidenze della classe d’età superiore compresa tra i 45 e i 49 anni che incide per il 26,3% per i mariti e il 24,6% per le mogli, mentre gli over 50 sono rispettivamente il 15% e il 6,5%. Solamente un marginale 0,1% dei mariti e 0,5% delle mogli ha un’età inferiore ai 30 anni.

Procedendo nelle tappe del percorso adottivo, passando a considerare l’età dei coniugi alla data di autorizzazione all’ingresso del minorenne straniero a scopo adottivo, la distribuzione si presenta ancor più estrema e slittata verso le età di vita più matura. La classe di età a maggiore frequenza per i mariti diventa la 45-49 anni (34,2%) così come per le mogli (37%).

Non si contano invece né mariti e né mogli che portano a termine il percorso adottivo prima dei 30 anni. Diversamente, al di sopra dei 50 anni si collocano il 30,2% dei mariti e il 17,8% delle mogli, talché l’età media dei mariti, alla data di autorizzazione all’ingresso del minorenne, supera i 47 anni (47,2) e quella delle mogli si attesta sopra i 45 anni (45,5).

Titolo di studio e professione delle coppie adottive da sempre connotano un profilo di coppia ben preciso. Solitamente, e il 2019 non fa eccezione a questa tendenza, il livello di istruzione dei mariti mostra una prevalenza del titolo di studio di scuola media superiore (39,6%) e del titolo di laurea che per quest’ultimo anno risulta ancor di più accentuato rispetto agli anni passati con più della metà dei mariti (51,6%) interessati.

In maniera ancora più accentuata di quanto visto per i coniugi, anche per le mogli si riscontra una prioritaria prevalenza del titolo di laurea (60,7%) rispetto al titolo di studio di scuola media superiore (31,1%). Del tutto assenti, rispetto al passato, i coniugi privi di un qualsivoglia titolo di studio o in possesso della sola licenza elementare.

I dati sul titolo di studio delle coppie adottive restituiscono un livello culturale tra le stesse molto elevato e più elevato di quello riscontrabile nella generalità della popolazione di riferimento.

La diffusione del titolo di laurea nella popolazione italiana della corrispondente fascia d’età delle coppie adottive interessa mediamente – tra maschi e femmine - poco più del 20% della popolazione. Le coppie adottive posseggono pertanto questa specifica caratteristica in misura pressoché tripla rispetto alle attese - ovvero se l’adozione internazionale fosse accessibile allo stesso modo per tutti i residenti nel nostro Paese.

Nuclei con figli naturali

Tra i nuclei familiari che hanno richiesto l’autorizzazione all’ingresso in Italia di minorenni stranieri, quelli con figli naturali sono una minoranza, dato questo che si conferma costante negli anni di monitoraggio. Nel 2019, quasi nove coppie adottanti su dieci (86%) non hanno figli, mentre le altre coppie ne hanno uno o più di uno (14%).

Nell’ingrandire il nucleo familiare attraverso l’adozione internazionale, la gran parte delle coppie ha richiesto l’ingresso di un solo minorenne (78%), sebbene sempre più spesso le coppie danno prova di essere disponibili all’adozione di più minorenni al punto che il 22% delle coppie adottanti nel 2019 ne ha accolti due o più

Coronavirus e adozioni internazionali: “Il governo aiuti le coppie in crisi economica”

“Il Covid-19 ha messo in crisi l’economia del Paese. E ha messo in crisi anche noi”, dice Arnaldo Funaro, 45 anni, papà adottivo di una bambina di sette anni, pronto con sua moglie ad accogliere una seconda figlia sempre dalla Cina. Il tema è quello dei posti di lavoro andati in fumo, di famiglie in cassa integrazione, del venire meno di quelle certezze economiche necessarie per portare avanti il percorso dell’adozione internazionale.

Una strada spesso alternativa alle adozioni nazionali il più delle volte senza sbocchi di soluzione, “perché le richieste sono troppe” rispetto alle bambine a i bambini in attesa di una famiglia. Ecco quindi l’appello: “Il governo dia una risposta valutando se è possibile anticipare una parte delle risorse che lo Stato dà alle famiglie” a titolo di rimborso parziale delle spese affrontate ai fini dell’adozione.

L’appello su Facebook

Funaro lancia la proposta anche tramite la sua pagina Facebook “Un bimbo mi aspetta” pensando a donne e uomini, aspiranti mamme e papà, che “hanno rinunciato a tutto pur di non rinunciare ai bimbi che li aspettano da qualche parte”. “Queste persone, tra le quali ci sono anche io, hanno lavorato di più, in ogni modo, con ogni mezzo, per poter mettere insieme la cifra che serve per prendere il volo in due e tornare in tre”, si legge nel post indirizzato con tanto di “tag” al presidente del consiglio dei ministri, Giuseppe Conte, e alla ministra per le pari opportunità e la famiglia, Elena Bonetti.

La richiesta “non è per me che ho già potuto mettere da parte i soldi necessari” rispetto a un iter durato 35 mesi e “costato in totale 33 mila euro”, dice l’uomo, affermato professionista della comunicazione. Si tratta invece di un invito ad agire nell’interesse di altre coppie. Come quelle che hanno espresso disagio parlandone nel gruppo chiuso di Facebook creato da Funaro. Una comunità online nata perché “la cosa che aiuta di più è la condivisione, il non essere soli rispetto alla burocrazia di un percorso così frustrante”.

“Molte di queste persone - aggiunge questo papà romano - hanno già pagato gli enti autorizzati” incaricandoli a procedere a seguito del decreto di idoneità emesso dall’autorità giudiziaria, “ma adesso non sono più in grado di sostenere il resto dei costi”. “Serve un aiuto valutando caso per caso, in base ai redditi, attivando una cabina di regia che veda insieme governo e commissione per le adozioni internazionali”, è dunque la proposta.

Famiglie “bloccate” all’estero

La questione preoccupa inoltre gli stessi enti che si reggono sui contributi delle famiglie. Di più, già prima della pandemia da coronavirus, anche “Ai. Bi. Amici dei Bambini” ha chiesto al governo un più forte sostegno economico per incentivare le coppie.

Un problema che si aggiunge ai tempi d’attesa - in media 45 mesi, con punte di oltre 73 nel caso di Haiti - allungati da questa emergenza sanitaria con quarantene su scala mondiale, limiti alla circolazione internazionale, uffici chiusi, e con famiglie rimaste “bloccate” all’estero su cui è concentrata l’attenzione della commissione per le adozioni internazionali (Cai), come chiarisce sul suo sito istituzionale la stessa commissione, presieduta dalla ministra Bonetti.

 

Adozioni internazionali in calo

Una situazione che va a incidere sulle richieste di adozione internazionale già da tempo caratterizzate da un calo delle coppie adottive. Diminuzione messa a fuoco nel rapporto “Dati e prospettive nelle adozioni internazionali” realizzato da Cai in collaborazione con l’Istituto degli Innocenti e aggiornato al 31 dicembre 2019.

Dallo studio risulta infatti un nuovo minimo storico per l’anno scorso, quando sono state 969 le coppie richiedenti a scopo adottivo l’autorizzazione all’ingresso in Italia di minorenni, “con una riduzione del 14% rispetto all’anno precedente”. Un dato “ancora più significativo” se paragonato alle 1.819 coppie del 2015, per una diminuzione in termini assoluti del 46,7% nell’ultimo quinquennio considerato.

A livello mondiale, la riduzione numerica delle adozioni si lega anche a ragioni interne ai paesi che accolgono minorenni stranieri per finalità adottive. Ad esempio, pesano i fattori “relativi alla crescente instabilità delle relazioni di coppia, nonché la depressione economica che ha attraversato gran parte dei Paesi tradizionalmente accoglienti”.

 

La Convezione dell’Aja e la tutela dei minorenni

Inoltre, sempre rispetto alla diminuzione entrano in gioco dinamiche dei paesi di origine. Trasformazioni - emerge dal rapporto - che non sono necessariamente di segno negativo. “In molte realtà infatti sono determinate dall’adesione e ratifica della Convenzione de L’Aja” e da “modifiche legislative mirate a rendere più sicure e trasparenti le procedure adottive” per contrastare tra le altre cose il fenomeno della tratta.

A ciò si aggiungono il miglioramento delle politiche interne a favore dell’infanzia e gli incentivi all’adozione nazionale, “lasciando all’adozione internazionale un compito maggiormente sussidiario se non del tutto residuale”.

 

Anche Funaro si sofferma sulla Convenzione dell’Aja: “La Cina - dice a proposito della sua esperienza - ha fornito tutta una serie di documenti per dimostrare che mia figlia era stata effettivamente abbandonata” e dunque non sottratta illecitamente al proprio contesto d’origine.

“Tutto questo implica per gli Stati sforzi organizzativi che si fanno ricadere sulle coppie. Ma io - conclude l’uomo - non ho mai voluto scegliere paesi in cui la Convenzione non è stata recepita; ho sempre voluto la sicurezza di non essere complice di possibili crimini”.

 

Fonte: Redattore sociale

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