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Imprese e Professioni
Finanza islamica in difficoltà. Il sukuk Dana Gas fa brutti scherzi

L’estate è cominciata con un pugno nello stomaco per le economie medio-orientali e per la finanza islamica. Non bastava soltanto la crisi diplomatica nel Golfo Persico, che nell’ultima settimana ha trainato giù le borse e i titoli bancari. A peggiorare la situazione c’è il caso Dana Gas che, con una mossa senza precedenti, ha annunciato che non ripagherà una sua obbligazione. La multinazionale operante nel settore del gas e del petrolio, quotata sulla borsa di Abu Dhabi, non restituirà alcun yield per un Sukuk Mudarabah da $700 milioni con scadenza a ottobre 2017, perché il tribunale di Sharjah lo ha dichiarato “unlawful”, cioè non conforme ai principi della Sharia’a. L’azienda rimborserà gli investitori con la restituzione del par value prima della maturità naturale e offrirà strumenti di investimento alternativi. I detentori del Sukuk, però, hanno accolto negativamente la decisione.

 

MINATA LA CREDIBILITA' DEI SUKUK

 

E la notizia ha colto di sorpresa il resto del settore. Nonostante il titolo azionario non ne abbia ancora risentito – è anzi schizzato alle stelle nel corso della settimana - di fatto è stata minata la credibilità del Sukuk, il prodotto finanziario più noto della finanza islamica, che aveva l’aurea di essere molto più performante e sicuro del suo corrispettivo tradizionale. E ora gli occhi sono puntati su altre aziende o banche con contratti simili, con il rischio che lo stesso provvedimento possa essere preso nei loro confronti.

 

PROBLEMI ANCHE CON LA FELDA GLOBAL VENTURES

 

Un secondo caso ha minato le certezze della finanza islamica in questa settimana. La Felda Global Ventures, società malese attiva nel settore agricolo, ha dichiarato di non proseguire con il suo Sukuk da $350 milioni per via delle accuse di corruzione mosse nei suoi confronti. Una situazione che riporta alla mente il fondo 1MDB, attorno a cui gravitava anche un’emissione di bond islamici.

 

NOVITA' INTERESSANTI SUL MERCATO DELLA FINANZA ISLAMICA

 

Sul versante obbligazionario sovrano, il 28 giugno farà finalmente il suo debutto la Nigeria, con un Sukuk di $11 milioni. L’approdo dello stato africano era attesto almeno dallo scorso settembre, ma la decisione era stata ritardata e posticipata a più riprese. Anche il vicino Gambia emetterà il prossimo 21 giugno un Sukuk a breve scadenza per finanziare la propria spesa pubblica. Nessun movimento, invece, nei maggiori mercati di riferimento: Malesia, Indonesia, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti (EAU) sono rimasti a guardare.

Nel settore bancario, è stata una lenta settimana di parziale recupero per i titoli qatarini, crollati due settimane fa in seguito alla crisi del golfo. Le notizie migliori arrivano però dagli EAU con tre importanti novità. La Dubai Islamic Bank si è assicurata un contratto di finanziamento per $75 milioni in 7 anni da destinare alla Gulf Energy Maritime (GEM), impegnata in una fase di ristrutturazione dei propri impianti. Inoltre, la Emirates Islamic è una delle prime banche islamiche ad aver adottato la tecnologia blockchain per gli assegni e le transazioni digitali al fine di prevenire le frodi. E ancora, la Noor Bank, anch’essa negli EUA, adotterà a breve un nuovo sistema di pagamento “smart” per le operazioni finanziarie, ideato dalla società Emcredit. Un passo sicuramente importante verso l’innovazione tecnologica che sta interessando le banche di tutto il mondo.

Infine, è stato pubblicato dalla Edbiz Consulting l’Islamic Finance Index per l’anno 2017. Situazione praticamente invariata, senza grossi movimenti. Nei primi tre posti si collocano Malesia, Iran e Arabia Saudita. Medaglia di legno per l’EAU, con il Kuwait a chiudere la Top5. In generale, nei primi dieci posti si collocano cinque paesi del golfo Persico, a evidenziare l’importanza dell’area nella finanza islamica.

Giovanni Prati per ActionNews Agenzia di stampa

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