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La Cassazione: niente pesce azzurro al detenuto che soffre di allergia

Ai detenuti in carcere "deve essere fornita una dieta varia ed equilibrata", che assicurando la tutela del diritto costituzionale alla salute tenga presente loro eventuali allergie alimentari: quindi gli alimenti che provocano allergie devono essere sostituiti con cibi equivalenti, che però siano ben tollerati.

Così ha appena stabilito la prima sezione penale della Cassazione, accogliendo il ricorso di un detenuto campano di 46 anni, Umberto O., recluso nel carcere di Terni. Afflitto da una certificata allergia al pesce azzurro, Umberto O. aveva ottenuto dall'amministrazione del carcere che fosse eliminato quel tipo di pesce dalla sua dieta, e il personale sanitario del penitenziario aveva indicato un pesce “alternativo” al pesce azzurro, che doveva essere preparato almeno due volte a settimana per Umberto O..

Successivamente, invece, il Tribunale di sorveglianza di Perugia aveva sostenuto “la piena fungibilità della carne con il pesce a fini nutrizionali" e la conseguente “assenza di lesione al suo diritto alla salute”. Così il pesce alternativo al detenuto non veniva più preparato e Umberto O. doveva mangiare soltanto carne. 

Potrà sembrare strano, forse anche paradossale che questo particolare riconoscimento del diritto di un recluso avvenga proprio nel momento in cui le 109 prigioni italiane stanno scoppiando (a fine ottobre il numero dei detenuti si è avvicinato a 60mila, circa 10 mila in più rispetto ai posti disponibili) e mentre i suicidi in cella continuano ad aumentare, in uno sconvolgente stillicidio di violenza: quest’anno le morti per questa causa sono già 58, quasi un record storico.

Ma in realtà non pare affatto sbagliato che la Cassazione si occupi dei diritti dei carcerati, ed è anzi un segno di civiltà giuridica la sua decisione, che stabilisce sia fornita anche ai detenuti “una dieta varia ed equilibrata, che tenga in considerazione eventuali allergie alimentari dei reclusi, fornendo loro cibi alternativi ma dello stesso genere”.

I supremi giudici hanno riconosciuto infatti che "la particolare dieta somministrata a Umberto O., nell'escludere taluni alimenti, ricomprende tipi di pesce assolutamente comuni, notoriamente reperibili sul mercato anche a prezzi economici. A fronte di ciò e di una tabella vittuaria che dovesse includere una o più porzioni settimanali di pesce nella dieta, l'Amministrazione penitenziaria dovrebbe dare adeguato conto delle contingenti ragioni, di ordine organizzativo, finanziario, o di altra natura, che le impediscano di adeguarvisi, imponendo il bando totale dell'alimento dai pasti del detenuto".

La Cassazione ha così preso le distanze dal giudice di Perugia che aveva stabilito non ci fossero problemi a sostituire qualsiasi tipo di pesce con carne. In nessun modo il giudice di sorveglianza, hanno infatti scritto i supremi giudici “si può sostituire agli organici tecnici ed amministrativi a ciò espressamente deputati, e stabilire lui stesso ciò che rientri o non rientri nella nozione di alimentazione sana ed equilibrata”.

Adesso il Tribunale di sorveglianza perugino dovrà rivalutare il caso, "nel rispetto dei principi enunciati".

 

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