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Sanremo, da Albano-Romina ad Amadeus: la musica trasforma il dolore in luce

Sanremo, da "Felicità" di Albano e Romina Power all'edizione 2023: il commento 

Ieri sera ho visto su Rai Uno, dopo giorni di attesa, la bellissima serata di Sanremo. Fino a qualche ora prima avevo ripensato all’edizione del 1982, allora avevo cinque anni, quella volta ascoltando le note della canzone “Felicità” di Albano e Romina Power, d’istinto salii sulla sedia di legno che avevamo in casa, di fianco al televisore. Non conoscevo la canzone dei due cantanti, ma sapevo che i loro brani musicali piacevano ai miei genitori fino al punto di chiamare la secondogenita Romina, proprio come la cantante che vidi sullo schermo durante la serata di Sanremo del 1982.

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Il Festival arrivava nelle nostre case ancora sgarrupate, in seguito al terremoto dell’Irpinia del 1980, la mia in particolare la colorava, nel senso che tutta la musica nuova trasformava la malinconia e la tristezza che deprimeva la famiglia. Il Festival di Sanremo con le sue canzoni consentiva una pausa dalla miseria e dallo sconforto quali effetti anche del terremoto. Il Festival, io l’amavo, imparavo a cinque anni le canzoni che avrei canticchiato durante le giornate tristi che non sarebbero mancate. Insomma, quella sera volevo attirare l’attenzione dei miei genitori, salii sulla sedia di legno e alle  note di “Felicità” di Albano e Romina Power mi scatenai nel canto.

Fingevo di conoscere a memoria il testo, ero felice di far ascoltare alla mia mamma e al mio papà la voce della bambina che si mescolava alle voci dei loro cantanti preferiti. Dall’entusiasmo persi il controllo, mi agitai troppo sulla sedia che si chiuse e mi ferì, caddi all’indietro sulle note di “Felicità”, mi ritrovai sul pavimento tramortita. Il giorno dopo la diagnosi del dottore  fu “trauma cranico”.

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Non ho dimenticato il Festival di Sanremo del 1982, e poi da grande ho incontrato Albano ad un concerto, avrei voluto dirglielo, raccontargli dell‘episodio, ma non so perché la bambina che sopravvive in me, tacque. Evviva sempre il Festival di Sanremo, perché mi ricorda l’innocenza dell’infanzia, ma soprattutto il desiderio che avevo di far parte del mondo degli adulti, per condividere le canzoni nuove, impararle a memoria, per ripensare ai ricordi migliori, e perché no, per cercare di superare i traumi dell’infanzia, narrandoli. La musica ci insegna a trasformare il dolore patito in colori vividi di luce.

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