Monteverde Vecchio il quartiere di Verdone e Moretti (e c’abitava pure Paolo Panelli). Quando materia e anti-materia si incontrano
Monteverde Vecchio è uno dei quartieri più enigmatici ed in un certo senso esoterici di Roma. Al suo interno c’è una perla turistica, il Gianicolo, da cui si può osservare dall’alto la “Grande Bellezza” di Roma, per citare il film di Paolo Sorrentino. Poco vicino c’è poi c’è villa Sciarra, con la grande voliera che contiene i pavoni e altri uccelli e piena di laghetti e scorci romantici che si proiettano sul sottostante rione di Trastevere. Nella stessa area insiste il più grande parco di Roma, Villa Pamphili, diviso in due negli anni ’60 dello scorso secolo dalla costruzione della via Olimpica. Una zona di villini del primo novecento, stile rococò e liberty, che si alternano senza soluzione di continuità, appena minacciati da qualche palazzone venuto su alla meno peggio negli anni ’50. Stradine alberate e gentili che finiscono spesso in scalinate, come quella monumentale che connette via Dandolo a viale Glorioso, proiettando improvvisamente il turista verso il centro. Villini pieni di verde e attici che fanno rimpiangere a Monica Cirinnà ed Esterino Montino di essere trasmigrati nella casa madre di Capalbio.
Perché questo quartiere, occorre dirlo, è la patria di uno dei più famosi radical–chic del mondo, Nanni Moretti che abita in uno di questi villini immersi nel verde e contornati di lanterne dondolanti alla brezza della sera e la cui strada tacciamo per privacy ma è facilmente identificabile grazie ai proprietari dei bar limitrofi che difficilmente riescono a mantenere il riserbo su dove vive Lui. Sì perché Nanni la casa se l’è presa in alto ma lavora in basso, a Trastevere, dove ha sede il suo cinema, il mitico Nuovo Sacher che d’estate si trasforma in arena. Per avvistare Moretti basta farsi un giro appunto in uno dei baretti rigorosamente non cinesizzati che ancora accolgono il Vate. La mattina e al tramonto Lui è lì a sorbire cappuccino e dolcetti, spesso il suo preferito, la Sachertorte, fatta da due strati di Pan di Spagna con confettura di albicocche, una sorta di tramezzino dolce che lo manda in visibilio e ne attenua appena l’acidità congenita contro il mondo tutto.
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Appena ti vede si alza brandendo l’ultimo numero di una improponibile rivista di cinema surrealista francese e ti urla, con fare minaccioso: “Che ne pensi del mio ultimo film?”. Moretti lo si può anche incontrare, nelle brume d’autunno, che risale a passo veloce via dei Quattro Venti, parlando da solo e gesticolando. Moretti è come Augusto, per i radical –chic. Intellettuale alto e ieratico e cubanamente barbuto, ha fatto di una sorta di masochistica disperazione esistenziale la sua cifra distintiva, la sua ambrosia, la sua stella polare. Piace alla gente che ama soffrire, cioè i masochisti di sinistra, quelli che d’inverno fanno la fila per acquistare i biglietti del Nume, rigorosamente in maglioni infeltriti a girocollo alto (alla Sartre), con pantaloni a zampa de elefante che fanno tanto comunità fricchettona d’antan. Le donne hanno rigorosamente i capelli bianchi, a caschetto.
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Per loro Nanni non è un uomo ma è l’ipostasi di uno stato coscienziale, la “morettitudine”, che li fa vivere in un dolce oblio, cullati dai soldi e dai beni di lusso. I morettiani sono tutti rigorosamente di sinistra e posseggono in casa copie autenticate di cashmerini di Fausto Bertinotti e di scarpe fatte a mano di Massimo D’Alema. E poi c’è Lei, la Divina: la teca che contiene una copia della preziosissima “ZTL originale” che è stata di Elly Schlein e che si dice sia stata prima ancora di Walter Veltroni.
Ma in questo quartiere abita anche Carlo Verdone. Il suo è un bel palazzo, non una villetta, con vista su Roma, contrariamente a quello di Moretti. Si trova vicino al Fontanone dell’acqua Paola al Gianicolo, costruita nel Settecento per volere di Papa Paolo V dall’architetto Carlo Fontana.
Verdone è esattamente il contrario di Moretti e si trova locato leggermente più vicino a Trastevere. Esuberante, nostrano, ruspante, nazional-popolare e soprattutto ironico proprio contro i radical–chic che ha sempre sberleffato nei suoi film. Insomma siamo al diavolo e all’acqua santa separati da meno di un chilometro. In “Ecce Bombo” (1978), Nanni Moretti aggrediva un povero barista al grido di: “Ve lo meritate Alberto Sordi!”.
Ma Carlo Verdone è proprio l’erede di Alberto Sordi e della sua comicità ridanciana e popolare. Una eredità che gli è stata simbolicamente consegnata nel film “In viaggio con papà” (1982) e poi suggellata da un lungo sodalizio artistico. Sappiamo che Verdone frequenta un ristorante che si chiama “Lo Scarpone”, vicino a Villa Pamphili. La zona è quella dei combattimenti che avvennero nel 1849, quando il generale francese Oudinot, inviato dall’Imperatore Luigi Napoleone a supporto del “papa Re”, cioè Pio IX, sconfisse la Repubblica Romana, retta dal triumvirato Mazzini, Ermellini e Saffi. Immaginiamo che come Oudinot e Mazzini, i due attori si siano incontrati qualche volta in quel crocevia magico.
Immaginiamo che ci sia stato un evento preternaturale, come un accecante lampo bianco o qualcosa di simile. Insomma quando si incontrano la materia e l’anti-materia, il buon Carlo Rovelli ci insegna che può accadere di tutto, “buci” bianchi e negri si avvoltolano insieme in una danza magico – erotica. Per la cronaca c’è pure “Saffi”, infatti a pochi metri abitava il celebre attore Paolo Panelli, ma questa è un’altra storia.

